Calibano

W. Hogart, Caliban, from The Tempest of William Shakespeare Antonio Scavone

Calibano

      L’attuale web-editor della Dimora, alter ego di Francesco Marotta, ha scelto un nick-name di effetto, uno di quei nomi che restano nella memoria e ritornano in mente quando non sai perché e a cosa o a chi vogliono alludere. Questo nome è quello famoso di un personaggio de “La Tempesta”, che Shakespeare scrisse nel 1611: è il nome di uno schiavo selvaggio e deforme, è il nome di Calibano. Figlio della strega Sicorace, Calibano è rozzo, incolto, lentigginoso, credulone. Il ruolo che svolge nella commedia è quasi ininfluente: non risolve conflitti ma semmai li tenta, non pregiudica la storia anche se si illude di modificarla e infine accetta brontolando la sua condizione di schiavo perché, per il suo singolare modo d’essere, non può fare altro. E allora a che serve nell’economia della commedia?
     Serve a se stesso, alla completezza inafferrabile del suo personaggio, di un personaggio che fa da contrappunto – con la sua sincera rozzezza o con la sua sciocca presunzione – alle trame del mago Prospero che si è insediato nella sua isola esautorandolo, riducendolo in schiavitù, sbeffeggiandolo come un disabile, un inetto, un mostro ripugnante. Ma è davvero ripugnante il cencioso Calibano?
     Così viene presentato dal mago Prospero e così ce l’aspettiamo e lo connotiamo. La verità è che per capire o giustificare Calibano dobbiamo intendere e rappresentarci ciò che Shakespeare intese, a sua volta, rappresentare con questa complessa commedia, dove la finzione sembra trascurabile e la messinscena della vicenda si impone come ineludibile. La Tempesta è la storia di una riappropriazione, della restaurazione legittima di uno status, operata fantasticamente con artifici mirabolanti e cinici, cioè teatrali.
     Prospero, cui il fratello Antonio ha usurpato il titolo di duca di Milano, approda con la figlia Miranda in un’isola all’apparenza disabitata, probabilmente al centro del Mediterraneo. Esautorato e svilito, Prospero tuttavia non si dà per vinto e conta di poter riottenere il ducato ricorrendo alle sue arti magiche. Un duca-mago, si dirà? Sì, la magìa è un elemento fondante nella drammaturgia scespiriana: consente di risolvere passaggi insidiosi nelle storie, dà respiro alle trame e ritempra il godimento del pubblico. Quando mancano o sono insufficienti sotterfugi e macchinazioni, l’uso “naturale” di artifici irreali e soprannaturali permette di coniugare il vero col verosimile e rendere così tutto plausibile. D’altra parte, il ricorso alla magìa o alla seduzione favolistica è stato stabilmente perseguìto dai teatranti di ogni epoca: da Plauto a Goldoni, da Pirandello a Eduardo De Filippo.
     La prima magìa che Prospero compie è quella di liberare Ariele, uno spirito dell’aria che per un maleficio era stato imprigionato in una quercia ed Ariele, grato e riconoscente, si pone al servizio di Prospero per tutti gli stratagemmi o inganni che il suo salvatore gli comanderà di eseguire. Di altri spiriti e folletti si è sempre servito Shakespeare per tessere gli orditi delle sua commedie: Puck (Sogno di una notte di mezza estate) o Feste (La dodicesima notte) aiutano e risollevano lo sviluppo della trama con una presenza gioiosa o caricaturale, birichina o velenosa. Sull’isola disabitata vive in realtà una sola creatura, il deforme Calibano, che Prospero asservisce ai suoi voleri, umiliandolo di continuo. Solitario e infelice, Calibano si lascia strumentalizzare da Prospero, impara a parlare, cioè ad usare la lingua del suo padrone e tenta, senza riuscirvi, di insidiare e violentare Miranda, che lo scaccia offesa e disgustata. Ma l’attenzione di Prospero è per una nave che solca il mare nei pressi dell’isola: il carico umano di quella nave è prezioso: a bordo sono imbarcati Antonio, il duca usurpatore, Alonso re di Napoli col fratello Sebastiano, il figlio Ferdinando e con il vecchio consigliere Gonzalo, i nobili Adriano e Francesco, il buffone Trinculo, il cantiniere Stefano nonché il capitano, il nostromo e la ciurma dei marinai.
     Con l’aiuto di Ariele, Prospero fa scatenare un’imprevedibile e fantasiosa tempesta che tuttavia fa credere ai naviganti di essere sul serio vittime di un naufragio. Quante circostanze tra reali e astratte, quanti rimandi alla situazione politica dell’Inghilterra agli inizi del Seicento (Giacomo I Stuart salito al trono nel 1603), quante sottigliezze e virtuosismi drammaturgici (Prospero personaggio e “drammaturgo” di se stesso, l’inebriante vendetta e la sconsolata solitudine di un padre nobile, il sentimento amoroso e quello filiale, la percezione demonologica dell’esistenza)… quanta densità di intenti in questa commedia tanto sontuosa!
     In tale turbinìo di azioni e significati, Calibano è l’unico a non vedere il naufragio, è l’unico che prova a ribellarsi a Prospero meditanto di ucciderlo con l’aiuto del buffone Trinculo e del cantiniere Stefano, salvo poi a ricredersi sull’abilità di assassini dei due imbroglioni, peraltro ubriachi come matti, e a sperare nel perdono del suo padrone-mago.
     Ma allora chi è Calibano e qual è la sua dignità di personaggio nella commedia? È uno “zanni” pasticcione, un “mamo” farsesco, una “maschera” blasfema? È sicuramente un omaggio e un oltraggio ai personaggi della Commedia dell’Arte degli attori italiani: è l’alternativa diremmo “naturale” (trattandosi di un deforme) della pienezza e della sacralità di un protagonista positivo ed è, in fondo, l’affermazione di un “tipo” (teatrale e letterario) che incontrerà tanta fortuna nelle letterature europee dei secoli successivi.
     Prossimi di Calibano saranno Quasimodo di Victor Hugo, il Frankenstein di Mary Shelley, Mr. Hyde di Stevenson fino ad arrivare all’orco Shrek di Disney. Ne parleranno e ne citeranno il destino autori come Robert Browning, Auden, John Fowles, Oscar Wilde, persino Joyce. È una creatura mite in un corpo raccapricciante, un’anima semplice per un’esistenza derelitta, un personaggio che articola il proprio percorso teatrale come uno sprovveduto reietto, la metafora antipatica e sofferente del suo essere un moon calf (sciocco, imbecille).
     La fortuna o la fama di Calibano è legata ovviamente alla fortuna e alla fama della commedia: nella Tempesta Shakespeare si diverte – ancora di più che nelle altre commedie – a imbrogliare le carte e le acque. La tempesta scatenata grazie a un cervellotico prodigio è, diremmo oggi, virtuale, come virtuali sono l’assoggettamento e l’isolamento in cattività dei naufraghi, la passione tra i due innamorati – Miranda e Ferdinando – che si confidano il loro amore in una surreale partita a scacchi rinfacciandosi e assolvendosi per la volubilità dei loro sentimenti e, per finire, gli innumerevoli trucchi (mistakes) che Shakespeare dissemina contro i suoi personaggi e forse contro se stesso.
     Non è difficile ravvisare la malinconia del drammaturgo inglese nella gelosia e poi nel disincanto di Prospero. “Tutto svanirà, senza lasciare traccia. Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni”. È una battuta suprema, inimitabile: è Shakespeare che parla di sé (si ritirerà dalle scene dopo il 1611), è l’autore che non intende lasciare eredità del suo lavoro e del suo talento ma non perde occasione per ridicolizzare o esaltare storia e personaggi, riferimenti storici e divagazioni extra-testuali, inattendibilità e persuasività degli artifici magici.
     Tutto si compirà nel migliore dei modi: Prospero sarà riconosciuto come duca legittimo di Milano, Antonio l’usurpatore invocherà il perdono dal fratello mago, Ferdinando e Miranda convoleranno a nozze e faranno felice il re di Napoli, Gonzalo verrà riconosciuto come saggio e provvido consigliere, Ariele sarà liberato da altri doveri e potrà tornare alla sua condizione di spirito dell’aria e i marinai riprenderanno rassicurati il mare che, in verità, era rimasto calmo e placido. Come in “Molto rumore per nulla” o “Tutto è bene quel che finisce bene” la resa dei conti è provvidenziale ma stavolta, nella Tempesta, non è né ornamentale né consolatoria. La tempesta scatenata illusoriamente continua come esito infinito delle suggestioni degli uomini, delle loro pochezze e delle loro miserie. La deformazione della realtà (voluta da Prospero e realizzata da Ariele) trova una traccia di veridicità (più che di verosimiglianza) nel deforme Calibano che, plagiato e sopraffatto da tutti, trova la determinazione per smascherare i due imbroglioni ubriachi e, rientrato in possesso dell’isola dopo la partenza di Prospero, continuerà a vivere la sua esistenza eremitica, padrone finalmente di se stesso. Che ci resta di una storia col re di Napoli, il duca di Milano e ambientata nel mar Mediterraneo? Anche qui suggestioni e lusinghe a tutta riprova ineccepibili: dall’edizione strehleriana che fa parlare Trinculo in napoletano e Stefano in veneziano alla traduzione nel napoletano del Seicento compiuta da Eduardo De Filippo.
     Insieme agli altri ma, per certi versi, distratto ed empatico, in disparte o in gioco, resta la figura di Calibano, mostro sfuggente, con la saggezza villana di un contadino e l’acume di un disperato (“Mi avete insegnato a parlare come voi e ho guadagnato di maledire”). La sua tragedia è velleitaria, la sua commedia è eponimica (“Ban, ban, Cacaliban”): è giusto e misurato nelle sue rivendicazioni, assennato nella sua resispiscenza, solerte nel suo sorprendente equilibrio emotivo. Non è uno di noi ma rispecchia e riflette le ipocrisie o le ambizioni di molti di noi e, per questo, può degnamente prestare il suo nome ad un web-editor in cerca di originalità e l’originalità di Calibano è un lascito di capricciosa e sferzante curiosità. Ban, ban, Caliban!

2 pensieri riguardo “Calibano”

  1. Io ringrazio Calibano per il suo lavoro, prima di tutto, e perchè porta avanti un’idea e una convinzione. E Antonio, e fm, come farò sempre.

    Francesco t.

  2. Io credo verosimile l’interpretazione che vede nella “Tempesta” una sorta di allegoria dell’addio alla poesia, e nel contempo una riflessione, forse un poco scorata, sulla poesia stessa, sul suo valore e sulla sua funzione: una poetica “sub specie mortis”, per così dire. Il poeta-mago Prospero spezza la bacchetta e la getta nel mare, e il mare si tinge di viola e di porpora, il colore del patema e del sacrificio, ma anche delle pietre preziose; e la commedia è attraversata dall’enigmatico motivo (che poi sarà rimodulato dal D’Annunzio alcyonio intorno al mito e alla morte di Shelley) del “sea-change”, della morte come trasfigurazione, come trasmutazione “into something rich and strange” (e qui si pensa anche al motivo eliotiano della “morte per acqua”). Morte e metamorfosi della poesia, morte della parola e sua rinascita nell’atto della rappresentazione e della lettura (che è rappresentazione mentale). Nel suo piccolo, Goldoni farà qualcosa di simile in “Una delle ultime sere di Carnovale”, dando l’addio al pubblico veneziano (ma non alla poesia, che rivivrà in terra di Francia, pur se, comunque, trasfigurata, come in una tessitura sovrapposta e versicolore). E l’atmosfera fatata e illusoria dell’isola è la stessa dell’ultimo Pirandello, quello del Teatro dei Miti, dove il metateatro diviene, anche ideologicamente, fuga, illusione, inganno – ma anche mistificazione, insidia estrema dell’estetismo, e anticamera della morte dell’arte, del suo “superamento” da parte di altre forme di pensiero e di discorso.

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