Note di ascolto (IV) – Vibrazioni esotiche

Crosby, Stills, Nash and_Young, 1970

Antonio Scavone

Note di ascolto IV – Vibrazioni esotiche (Brian Wilson e i “Beach Boys” – Crosby, Stills, Nash & Young)

     Negli anni ’60 li chiamavamo “complessi” ed erano formazioni strumentali che ricalcavano l’assetto dei “Fab Four”: batteria, basso elettrico, due chitarre elettriche, di cui una era lead, guida o solista. Si formarono innumerevoli complessi ma molti dei loro componenti trasmigravano da un gruppo all’altro, fondandone di nuovi, sconfessando gli originali. La denominazione “complesso” andò in disuso – troppo semplicistica e in fondo anonima – ma da noi era difficile accettare quella di “band”, che configurava un assetto dalla vocazione pluri-strumentale e con un repertorio molto più articolato e identitario.
     Alle chitarre elettriche si aggiunsero col tempo sassofoni e trombe, tastiere e sintetizzatori elettronici: anche la batteria si ingrandì, divenne monumentale (si pensi alla postazione super-accessoriata di Carl Palmer del “trio” Emerson-Lake-Palmer).
     La band si impose non solo per il numero cospicuo degli strumentisti o per l’eterogeneità timbrica del suono, ma anche e soprattutto per la contaminazione dei repertori (dal country al rock, dal folk al pop) e l’innovazione nell’orchestrazione, requisito indispensabile e coessenziale per una formazione strumentale così ampia e diversificata.
     In Inghilterra gli eredi o gli epigoni dei Beatles cominciarono ad ampliare formule, contenuti o elementi della band (dagli Yardbirds ai Led Zeppelin, ai Genesis), ma il vero boom si verificò negli Stati Uniti dopo le esibizioni di Woodstock e i concerti “Live Aid”. Una band composita doveva comprendere chitarre e ottoni, tastiere e percussioni (come quella assortita nel film The Blues Brothers).
     Sui palchi dei concerti rock si presentavano dai dieci ai quindici strumentisti per creare e diffondere una particolare sonorità (il cosiddetto sound), affidata a nuove o rivisitate invenzioni cromatiche e realizzata con l’avvento di inusitati strumenti elettronici (moog, mellotron, theremin fino alla chitarra sintetizzatore di Pat Metheny). Le band americane – piccole orchestre “live” – furono di grande o media qualità negli anni ’80 e ’90 (Grateful Dead, Jefferson Airplane, Chicago, Beach Boys, Mamas and Papas), che registravano non solo musica ma anche smembramenti e distacchi, rinnovamenti e ritorni, per non parlare di crisi personali (alcoolismo, droghe) e di morti premature. Brian Wilson
     Una band che si rinnovò nel repertorio (da una fase adolescenziale e canzonettistica) e nei suoi componenti (sostituiti, rifiutati, ripresi) fu quella dei Beach Boys, fondata nel 1961 da Brian Wilson con i fratelli Dennis e Carl (morti nel 1983 e nel 1998), il cugino Mike Love e il batterista Al Jardine. Il pezzo che viene proposto è famosissimo, è del 1966 ed è Good Vibrations in una versione dal vivo in Giappone nel 2012.

  https://www.youtube.com/watch?v=-5I4oXiI9Zc

     Il testo della “song” è scontato ed elementare: parla come è facile immaginare delle vibrazioni, delle eccitazioni provocate dai preliminari di un contatto sessuale ma non sono né semplici né elementari la composizione e l’esecuzione del riff che dà il titolo al brano. Per rendere musicalmente attendibile l’idea delle vibrazioni la band fece ricorso ad un non-strumento, il theremin, cioè un apparecchio che dilatava il suono come in un oscillografo e che ricreava credibilmente l’intensità e la mutevolezza della vibrazione sonora, prossima a quella fisica. Una vibrazione corporea veniva tradotta con una vibrazione sonora, modulando le note musicali in uno spettro acustico di sorprendente impatto emozionale. Quello che sembrò solo un effetto speciale da studio di registrazione (e quindi un trucco da banco di missaggio) divenne negli anni seguenti un modello da riproporre e intensificare, influenzando molte altre band nella ricerca di sonorità sempre più sconvolgenti e talvolta ridondanti (techno, house, metallic). Si erano già serviti del theremin compositori come Bernard Herrmann per le musiche da film e se ne serviranno in seguito altre band (anche piccole) per otterenere risultati di inusuale “performance acustica”. Beach Boys - Pet Sounds
     Il pezzo riproposto può sembrare datato e convenzionale ma, al di là di una suggestione generazionale, l’ascolto di queste vibrazioni, in questa versione “moderna”, farà trasparire il senso di pienezza che forse i quarantenni di oggi non trovano compiuto e prossimo ai loro slanci in un rock che aspira ad essere faticosamente contemplativo o politicizzato. D’altra parte, il rock non può essere sempre e solo giovanilistico: le vibrazioni degli old men Brian Wilson, Mike Love e Al Jardine oscillano ancora nella percezione di un ritmo intimo.
     Di tutt’altra natura e origine il gruppo – quindi non più band – formato da David Crosby, Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young: un gruppo senza sigla, eponimico, conosciuto infatti con le iniziali dei loro cognomi: CSN&Y.
     Tutti chitarristi – ma Nash e Stills i più notevoli – CSN&Y (con Young che si aggregava e si distaccava di tanto in tanto) si facevano accompagnare dal batterista Jim Gordon. Il loro esordio fu al Festival di Woodstock nel 1969 e la loro notorietà è dovuta ad un’accurata rielaborazione di stili e linguaggi diversi (folk, rock, rock pop, country) con intenti spesso contrastanti o inconclusi.
     D’altra parte, la musica country o simil-country è fatta di testi semplici (cronistoria di una giornata, filosofia spicciola, vaghezze malinconiche) e da motivi musicali che spesso stridono per una caotica armonia tra canto e melodia, tra melodia e ritmo. CSN&Y hanno pubblicato molti album, hanno scritto pezzi diventati come si dice degli “hit” (fra tutti Déjà vu) e si sono esibiti in moltissimi concerti, anche in Italia. Crosby, Stills, Nash & Young - Deja Vu
     Il pezzo che viene proposto è Marrakesh Express in una versione dal vivo con le chitarre di Nash e Stills e i cinguettìi di Crosby: vederli ormai settantenni suonare unplugged solo con due chitarre (con Stills che scandisce il tempo ritmico) è senza dubbio suggestivo e forse anche malinconico ma il country o il pop-rock ha come obiettivo di alludere alla nostalgia. “Marrakesh Express” è una canzone tipica degli anni ’70: evoca atmosfere esotiche ma il ritratto che fa di questo affollato treno di Marrakesh e del Marocco come terra-limite di meraviglie e di abbandono è perfettamente esistenziale per quegli anni, tra mito e leggenda, enfasi e incanto, come per dimenticare la realtà di allora: di guerre e discriminazioni, di delusione e fantasia.

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3 pensieri riguardo “Note di ascolto (IV) – Vibrazioni esotiche”

  1. musica dei nostri giorni
    con gli occhi chiusi si ritorna diciottenni
    riaprendoli per guardare il video ci si rende conto che a sessant’anni molte cose sono cambiate anche se i 3 o 4 componenti del gruppo sono ancora sul palco. noi continueremo ad amarli perché hanno accompagnato i nostri giorni migliori.
    Vorrei aggiungere che If I could only remember my name sarà per sempre l’album più bello della mia collezione musicale.

  2. tornare indietro non si può, vivere il presente è una grande impresa, ma grazie, carissimo Antonio, per queste vibrazioni esotiche.
    C’è ancora, seppure affievolito, un anelito al sogno, tu lo rinnovi sempre in ogni virgola che ci fai leggere e ascoltare.
    In un post più giù ho visto un volto e uno sguardo intenso e profondo…..continua per quanti di noi non ne sono più in grado.

    mille abbracci a te, a Francesco e un saluto al signor Calibano.
    ogni tanto torno….

    jolanda

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