Questione di tempo

Auschwitz-Birkenau, un'immagine di Massimiliano Spedicato

Luigi Sasso

Questione di tempo

E’ una di quelle frasi che quando le incontri interrompi la lettura, ti devi fermare, e rifletterci su. L’ha pronunciata Grete Weil, e dice: «Più il tempo passa, più Auschwitz si avvicina».
La prima tentazione è quella di leggere questa frase come un’oscura profezia, come se le parole indicassero l’incombere di una minaccia, o volessero dare un avvertimento. E non c’è dubbio che in anni anche recenti non sono mancati segnali in questa direzione, il rischio di una nuova Auschwitz è stato più volte evocato. Ma forse esiste almeno un’altra possibile interpretazione. Forse questa frase vuol dirci che Auschwitz è una realtà con cui dobbiamo ancora fare i conti, che la memoria non deve essere un esercizio stanco e retorico, né un luogo per speculazioni. Che il passato non è qualcosa che ci lasciamo alle spalle, ma qualcosa che ogni volta, di nuovo, è capace di metterci in discussione.
Primo Levi ha conosciuto la realtà del Lager, di questa è stato testimone ed è lì che è diventato scrittore. Ma le sue sofferenze sono iniziate prima.
Difesa della razza Nel 1938 in Italia vengono promulgate le leggi razziali. Levi ha 19 anni. E’ studente alla facoltà di chimica all’Università di Torino. Sente che il clima intorno a lui sta cambiando, che i compagni e i professori non lo guardano più come prima. E’ allora che si rafforza la sua amicizia con Sandro Dalmastro, un ragazzo che gli altri trattavano con sufficienza perché non era di città, veniva dalle montagne. Primo e Sandro intensificano le loro frequentazioni, parlano di tutto, delle loro scelte e del loro avvenire. Levi narra questi giorni in Ferro, un racconto de Il sistema periodico: «Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel tempo confusamente coltivavo. Che la nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era costituita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele».
E’ un’amicizia tra studenti, quella che nasce così. Con in più il sapore e il senso di una scelta, l’ambizione di conoscere le leggi che governano gli eventi naturali e le dinamiche della materia nel tentativo, lungo questa strada, di conquistare una porzione di libertà.
Ma la chimica è anche un linguaggio, con il suo lessico, con la sua sintassi: una trama discorsiva con un ritmo, persino con le rime, immune in ogni caso dalla retorica, dall’arsenale di bugie di cui si era attrezzato il fascismo. Studiare chimica, per Levi, è un esercizio di verità, di fedeltà alle cose, la ricerca di una dimensione autentica. Non manca di ricordarlo, a Sandro: «E infine, e fondamentalmente: lui, ragazzo onesto ed aperto, non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare? Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava: ed allora, come poteva non sentire nel nostro studio una dignità e una maestà nuove, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali?».
La prima immagine di Levi è dunque questa: un giovane che vede nella scienza, nella chimica in particolare, il rifiuto di un linguaggio e della visione delle cose che esso comporta, che coglie nella concretezza dell’analisi una difesa dalla violenza e dall’oppressione.
Se questo è un uomo, 1947 La seconda immagine ce la restituisce il campo di sterminio. In Se questo è un uomo, il libro uscito nel 1947, Levi descrive, con un’intensità che trova pochi altri termini di confronto, i momenti drammatici di questa esperienza: l’arrivo al campo con i vagoni piombati, la selezione, la monotonia e l’orrore della vita quotidiana, la fatica del lavoro, la distribuzione del rancio. Le sue pagine si popolano di personaggi, di vittime e di aguzzini, di volti appena intravisti e di persone con cui è stato possibile instaurare, persino lì, un rapporto di amicizia.
Uno degli aspetti più inquietanti, spesso ricordato dagli ex deportati, è il tatuaggio del numero di matricola. Ma Levi riesce a farci comprendere meglio di altri come questa imposizione venga percepita al pari di una cancellazione della dignità e persino dell’identità umana, come il tentativo di trasformare l’individuo in una cosa, in un guscio vuoto. C’è un prigioniero polacco con cui Levi divide una parte del suo lavoro forzato. E queste sono di nuovo le parole di Levi: «E’ Null Achtzehn. Non si chiama altrimenti che così, Zero Diciotto, le ultime tre cifre del suo numero di matricola: come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo è degno di avere un nome, e che Null Achtzehn non è più un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse. Quando parla, quando guarda, dà l’impressione di essere vuoto interiormente, nulla più che un involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote».
Primo Levi Il numero tatuato sul corpo ci aiuta a conoscere una terza immagine di Levi, quella dello scrittore “fuori dal Lager”, che ci descrive una realtà contemporanea, o meglio ancora ipotetica, futura. La troviamo in un racconto intitolato In fronte scritto, tratto dalla raccolta Vizio di forma, uscita nel 1971. E’ la storia di Enrico, un giovane impiegato, a cui un giorno viene fatta la proposta di farsi tatuare sulla fronte –  in forma temporanea –  una scritta pubblicitaria in cambio, è ovvio, di un lauto compenso. Lui è perplesso, la sua fidanzata, Laura, è entusiasta, anche lei si farà scrivere una pubblicità sulla fronte. Si sposano, passano tre anni, lei aspetta un bambino, il contratto sta per scadere. Che fare? «Andarono dal Rovati a proporre un rinnovo, ma lo trovarono assai meno gioviale di un tempo: offerse loro una cifra irrisoria per un testo lungo e ambiguo in cui si vantavano certe filmine danesi….».
La scelta a questo punto si presenta facile: non resta che far marcia indietro e procedere alla cancellazione della scritta. Con un inconveniente, però: «…a dispetto delle assicurazioni della ragazza in camice bianco, la fronte di Laura rimase ruvida e granulosa come per una scottatura, e poi guardando bene, il giglio stilizzato si distingueva ancora, come le scritte del Fascio sui muri di campagna».
E un destino analogo tocca al neonato, che appena venuto al mondo porta già in fronte una scritta commerciale come quella dei suoi genitori. Il finale non può allora che disporsi su una nota di gelida ironia: «Lo portarono all’agenzia, ed il Rovati, fatte le opportune ricerche, dichiarò loro che quella ragione sociale non esisteva in alcun annuario, ed era sconosciuta alla Camera di Commercio: perciò non poteva offrire loro proprio niente, neppure a titolo di indennizzo. Gli fece ugualmente un buono per il centro grafico, affinché la fronte del piccolo fosse cancellata gratuitamente».
La tregua, 1963 Qui affiora il Levi scrittore d’invenzione, capace di una forma, per quanto amara, come si è visto, di umorismo. Di questa qualità aveva del resto già dato prova in Se questo è un uomo o ne La tregua, il libro dedicato al suo viaggio di ritorno a casa dopo la liberazione di Auschwitz. In una pagina della  Tregua, Levi descrive i compagni che dormono con lui in una camerata, tutti con la loro storia, e con i loro sogni. Solo uno, si chiama D’Agata, passa le notti sveglio. Con un attrezzo rudimentale che lui stesso si è fabbricato dà la caccia alle cimici, spiaccicandole inesorabilmente contro il muro. Scrive Levi, con quell’umorismo misto a un senso di compassione umana che aveva imparato – ce lo ricorda Marco Belpoliti – da Manzoni: «In principio queste sue abitudini erano state derise: aveva forse la pelle più fina di noi altri? Ma poi la pietà aveva prevalso, commista con una traccia di invidia; perché, fra tutti noi, D’Agata era il solo il cui nemico fosse concreto, presente, tangibile, suscettibile di essere combattuto, percosso, schiacciato contro il muro».
Il Lager, il nemico, ormai non è qualcosa che sta tutt’intorno, nemmeno più qualcosa che si porta inciso sulla pelle. E’ qualcosa che si fissa dentro, che non ti abbandona più. D’Agata rende visibile questa condizione: è colui che si è lasciato alle spalle l’orrore, la prigionia, la morte, ma ne porta una traccia indelebile scritta nella mente, nelle radici inconsce, nel buio della propria anima. Per tradurla infine in un gesto senza senso, disperato, un po’ folle.
Liit e altri racconti L’umorismo di Levi si manifesta in modo ancora più palese nei giochi linguistici: anagrammi, etimologie. Aveva la passione dell’enigmistica. Un racconto dal titolo Calore vorticoso, tratto dalla raccolta Lilit e altri racconti, uscita da Einaudi nel 1981, sei anni prima della morte, è tutto giocato sui palindromi. Il palindromo è una parola che si può leggere in tutti e due i sensi: osso, ad esempio, o Anna. Fin qui è abbastanza semplice. E’ un po’ più complicato quando le parole sono più di una (i treni inerti) o quando è un’intera frase. Ne leggo una di Calore vorticoso: E’ mala sorte, ti carbonizzino braci, tetro salame.
Levi è affascinato dai palindromi, perché vi riconosce una qualità magica, che rende possibile una rivelazione. E poi hanno a che fare col tempo. Una frase, qualsiasi frase, è una struttura articolata: si muove e passa, come un giorno della nostra vita. Quando si arriva al punto, la frase è finita, il tempo trascorso non tornerà mai più indietro. Il palindromo crea invece un tempo reversibile, un tempo rovesciato. Per quanto ci si allontani, si può, anzi si deve, stando alle regole del gioco, tornare indietro, là dove tutto ha avuto origine. È meglio dire così: ogni frase si snoda nel tempo, ma la fine della frase–palindromo non è altro che il suo inizio. Si può vedere questa cosa come una liberazione dal muoversi del tempo sempre nella stessa, in una sola direzione. Oppure lo si può leggere come una condanna, l’inevitabilità del ritorno, per quanto lontano si possa andare. Una situazione intollerabile, senza scampo. Per fare un esempio: più il tempo passa, più Auschwitz si avvicina.

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