Paolo Di Capua alla Galleria La Nube di Oort

Paolo Di Capua

Rosa Pierno

“+ di 1 luna x volta”
mostra di Paolo Di Capua
a cura si Simonetta Lux
presso la Galleria La nube di Oort, Roma
Via Principe Eugenio 60, Roma
dal 26 febbraio al 13 marzo 2015

Nella costruzione che somiglia alle tessere di un domino che sia stato abbattuto – ma che ancora conservi una rintracciabile struttura geometrica da cui si possa trarre un ordine seriale – l’artista, Paolo Di Capua, interviene interrompendo tale assetto e disponendo le tessere in maniera scalare su una parete verticale. Tale distribuzione va a comporre a sua volta una figura che si avvolge disegnando mentalmente una spirale. Lo sguardo pencola sulla forma complessiva determinata dalle tessere e sul disegno impresso nelle stesse. Si tratta di formelle di legno rettangolare sulla maggior parte delle quali si instaura un dialogo tra il bianco e il nero e i cui confini sono sempre costituiti da una linea curva, non da un cerchio, sebbene il titolo dell’installazione “+ di 1 luna x volta” faccia, appunto, riferimento alla luna e alle sue fasi.

Il fatto che tale curva sia spesso, nelle varie tavole che compongono l’opera, la porzione di un ovale, ci dice qualcosa di più rispetto all’elaborazione percettiva in questione nel presente lavoro e che noi riteniamo soggiacente all’operazione di Paolo Di Capua, confermati in questo dal fatto che da sempre egli studia i fenomeni naturali nel loro sviluppo (si pensi agli studi sulla forma di Paul Klee). Ciò non solo riporta nella mente dello spettatore la famosa querelle sulla perfetta orbita circolare ancora insistente in Galilei, in cui l’uso della metafora riguardante la perfezione dei cieli si collega alla volontà di disegnare il cosmo secondo un ideale di perfezione geometrica (ogni punto della circonferenza essendo equidistante dal centro), ma anche il fatto che le porzioni siano ritagli di qualcosa che non collima, che deroga, che non si può ricostruire unitariamente. E questo dialogo si lega anche alla variazione delle tessere rispetto a se stesse e alla completezza del loro assemblaggio.

Dialogo che coinvolge non la forma, ma anche rispetto la materia. In alcune tessere la porzione bianca è scanalata, in funzione della scabrosità lunare (anche qui ci sovviene l’intuizione che Galilei ha avuto della rotondità della luna in relazione agli studi da lui compiuti sulle ombre portate, da cui ha potuto evincere che tali ombre fossero provocate da rilievi frastagliati intercettati da una fonte luminosa). Paolo Di Capua vi introduce il concetto di materia sebbene come scarnificata, trasformata dal lavoro artistico che la essenzializza (si vedano anche le sue opere precedenti, in cui la materia è sempre trasformata inclinando sul versante astratto). Viceversa, il nero in quanto inghiottente, quel nero che appare come fondale dei corpi astrali, che anzi meglio li fa emergere, non è il nero del nulla, poiché cerca di equiparare otticamente i volumi e le forme del bianco, di ciò che è illuminato, diremmo intercettato dalla luce del sole, e che vuole gareggiare con la materia nell’assumere peso e consistenza.

Il gioco, il dialogo, la lotta non è infine scevra, per noi, da un ulteriore richiamo culturale: quello che intercetta il fronteggiarsi irrisolvibile tra opposti. Si veda, appunto, in alcune formelle come la curva da convessa si faccia concava venendo a inficiare persino il riferimento all’oggetto satellitare. Infatti, si trascorre dalla luna, seppure qui collosa, lattiginosa, morbida, a tratti inconsistente, ai massimi sistemi, del tutto astratti, in cui in gioco, più che la realtà, è la dialogica qualità delle cose inscenata dall’uomo. Si potrebbe dire che i principi che vengono contrapposti: densità/levità, stasi/movimento, vista frontale/vista laterale, sono anch’essi del tutto implicitamente dipendenti dall’attività umana che li percepisce e li individua e dunque, poco celato resta, se non il nascondersi dell’uomo, il suo non volere essere presente nemmeno come testimone.

Nelle opere in mostra presso la galleria romana La Nube di Oort, questo gioco è portato interamente allo scoperto: attraverso di esse viene mostrato un meccanismo, sorta di orologio dal movimento imperfetto, anziché perfettamente rispondente alla realtà. Qui, la metafora non si vuole assoluta, ma svela il proprio ruolo storico impreciso e incompleto. Ricomporre in visione unitaria una selva di percezioni, forme e concetti non è più possibile e l’artista, che si vuole procacciatore di reperti e segni, che studia evoluzioni e persistenze, ha il coraggio di mostrarne un possibile paradigma.

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