Maestri silenziosi (IX)

Max Ernst, L'occhio del silenzio, 1943-44 Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI 13 fogli di calendario (Settembre 2004)

 

 

Fossi polline tu che gonfia un seme,
nel tuo segreto la crescita fosse
dell’umore che palpita nel frutto,
[…]
Invece nel rigagnolo che fugge
del tuo ritratto l’attimo balena  
e lo vedi nel brivido sparire
d’una zolla rabbiosa che lo beve

Libero de Libero

foglio 9: settembre

678. I morti uccidono i vivi, se i vivi non hanno saputo ucciderli prima, quando erano ancora vivi e si offrivano al sacrificio affinché i loro discepoli potessero essere se stessi. I morti uccidono i vivi lentamente, attraverso la memoria involontaria, il sogno, la traccia scritta sulla pietra immaginaria dei loro pensieri detti al discepolo una volta per tutte, mentre dovevano essere detti come quando si fanno le domande autentiche che, in quanto domande, rilanciano ogni volta la loro formulazione, qualsiasi cosa si dica. In punto di morte, i non ancora morti ma ormai morenti dicono l’ultima parola che non li riguarda e compiono l’assassinio definitivamente, consegnando al discepolo che resta la propria parola come un che di sacro e inviolabile, discutere la quale innescherebbe il meccanismo della colpa sacrilega, del disattendimento operato prima di tutto sotto il profilo etico-teologico, poiché la volontà di un moribondo appare come la volontà di un dio che muore, dunque di un ossimoro, di un mostro, di un paradosso. Se il maestro ha la sfortuna di morire conservando un’ultima traccia di lucidità, bisognerebbe che dimostrasse la conquistata saggezza imparando, almeno in quell’occasione, a tacere; ma tant’è: il padre di Zeno che, in punto di morte, molla uno schiaffo al figlio è un’esperienza – sotto infinite altre forme dotate di identico valore – molto, molto più comune di quanto si creda…

679. Ognuno, dunque, vivente dentro il proprio piccolo inferno senza speranza, deve poter trovare pace. Ma può l’uomo occidentale, ovvero: qualsiasi uomo occidentale, trovar pace? L’angoscia dell’ultimo uomo senza nome, nascosto nella penombra sudaticcia dei propri due locali più servizi in qualche terrificante suburbio di grande metropoli, solo o con altri qui conta poco, può consentire di trovar pace? Non è forse una creatura del genere l’ultimo prodotto, in ordine di tempo, di una lunghissima storia di follia che l’intellettuale ben pagato dai propri eventuali onnipotenti padroni televisivi chiama comunque e sempre “civiltà”, una storia di follia che non può più ormai nemmeno riconoscere la propria follia, e infatti non la riconosce? Trovar pace: nessun uomo in Occidente vuole davvero la pace, e nessun uomo in Occidente sa che cosa essa sia quando ne parla, tant’è vero che il pensiero del sacro la demanda a un altro mondo oltreumano, secondo una verticalità abissale, ed il pensiero laico la demanda ad un’altra società oltrestorica, secondo un’orizzontalità circolare condannata all’asintoto. Curiosamente, ambedue i pensieri “occidentali” dominanti, il Cristianesimo e la metafisica, disinteressati di fatto all’al di qua immediato dei viventi in carne ed ossa, presuppongono e nascondono il fatto che i due progetti pensati all’insegna dell’oltre presuppongono la radicale negatività di questa realtà sociale, di questa qui e ora, fatta e vissuta da quei viventi che, dunque, sono da sacrificarsi a tanta progettualità “altra”, gli uni perché ad essi, nell’al di qua, non è dato mai essere perfettamente felici (e dunque in pace con se stessi), gli altri perché, anche ad essi, in questo stesso al di qua non è certo dato di essere tutti uguali (e dunque in pace con gli altri). L’utopia conserva il sogno e conferma la repressione; l’uomo occidentale, perennemente in guerra con se stesso e con gli altri, non può e non deve trovar pace poiché ama, in ultima analisi, senza saperlo davvero fino in fondo, il proprio inferno. Può amare ciò che chiama il “paradiso” solo perché il desiderio di “trovar pace” ha imparato ad esprimersi in lui con immagini sufficientemente infantili, per non turbare i propri difficili sonni ‘realistici’, e sufficientemente irrealizzabili per non minacciare l’agire dominante durante la propria veglia.

682. Una scrittura senza nome è una scrittura prefilosofica e dunque ossessiva. E’ una scrittura in attesa di un nome, ma, anche, chi scrive è un nome in attesa di una scrittura; ogni giorno la sua mano aspetta di muoversi da un lato all’altro del foglio per confermare a se stessa il nome, il nome della mano che scrive e, quando finalmente la parola viene ed il pensiero scrive, l’attesa – almeno per tutto quell’attimo che è l’attimo di scrittura – è diventata premio a se stessa ed il nome con cui solitamente s’identifica è ribadito. Il nome s’identifica all’attesa come la scrittura s’identifica allo scrivente; l’uomo, infatti, è sempre in attesa, poiché egli è nel tempo, e solo nel tempo è quello che è, e la scrittura è un agire nel tempo, lettera dopo lettera, parola dopo parola, frase dopo frase, cosicché l’uomo è uomo che attende e null’altro, ovvero attesa, e l’uomo anche è uomo che scrive e null’altro, ovvero scrittura. L’uomo è uomo che attende di scrivere, e null’altro.

685. A ben pensarci, è pazzesco. Una generazione, e questo da sempre, non è in grado di produrre più di qualche decina di teste pensanti nei più diversi campi del sapere. A queste si aggiungono alcune centinaia di divulgatori, il cui ruolo è fondamentale affinché il lavoro delle precedenti decine non cada nel vuoto, e alcune migliaia di lodevoli, spesso insoddisfatti, meri esecutori che giustificano il proseguimento della ricerca grazie alla fissazione in dogma di quanto fino lì è stato acquisito. Tutti gli altri, semplicemente, non esistono: sotto il profilo culturale, venuta meno per sempre una cosiddetta cultura popolare, trionfa sul pianeta il nulla massmediale che consente ai milioni di dividere la loro giornata in tempo di lavoro, tempo libero di veglia e sonno, laddove l’unica sezione temporale in cui i cervelli potrebbero contribuire alla fatica universale del sapere viene invece consegnata all’inutile gozzoviglia, all’insensato muoversi qua e là, all’ “industria del divertimento”. Che cosa rende uomo l’uomo? Già solo il fatto di domandarselo spiazza per sempre la gran parte di coloro che non lottano, o perché non possono (colpa storica) o perché non vogliono (alla colpa storica si aggiunge quella personale), per un’ominazione degna di questo nome.

686. Quando l’uomo che scrive s’accorge di non essere né filosofo, né narratore, né poeta, allora è forse libero di scrivere qualsiasi cosa. E questa non è propriamente una libertà feconda, anzi, è l’anticamera del silenzio, della pagina bianca che resta tale. All’uomo che scrive in queste condizioni di vuoto formale sono venute meno le grandi forme della tradizione scritturale, le forme archetipiche che si sono dimostrate nel corso del tempo sufficientemente elastiche per contenere tutta l’esperienza vissuta di tutti gli uomini di tutte le generazioni degli ultimi millenni. Scrivere qualsiasi cosa vuol dire allora perdersi nel buio, laddove le parole non sono più il limite del richiamo ma silenzio, non sono più sentieri ma boschi impenetrabili, laddove le parole, tutte le parole del mondo, sono sì tutte presenti nello stesso momento ma, in questa loro incommensurabile totalità, restano prive di qualsiasi disponibilità ad essere adibite per configurare un qualche ordine del discorso, un qualsiasi ordine d’uomo, un senso, ovvero: sono indisponibili a rappresentare, a raccontare un limite. Scrivere qualsiasi cosa significa pregiudicarsi la possibilità di un senso, e quindi lasciarsi ammutolire, regredendo presto al chiasso in cui tutti parlano e nessuno ascolta.

689. Chi o che cosa rende piene le parole quando, in una sera qualsiasi dell’anno, esse, tutte quante sono, si presentano vuote allo scrivente, si presentano assenti, prive d’affetti, remote al senso, inutilizzabili? Questa loro presenza-assenza è però preziosa, ammonisce colui che scrive a non considerarle affatto degli utilizzabili, a considerare quanto esse siano altro dall’uso cui vengono quotidianamente sottoposte, cosicché la loro stanchezza anticipa la stanchezza di chi scrive e la rende autentica sottraendo prima di tutto se stesse all’adibizione fuorviante, il primo fattore dell’umana stanchezza, e riproponendosi come angeli del silenzio, come segni di una luce morbida, umile e intermittente, come ombre di riposo e di custodia protettiva. Nelle parole che ora non ci sono lo scrivente rinviene finalmente il suo riposo, la sua quieta dimestichezza con le cose che non ha bisogno di utilizzare attraverso le parole, ma di riconoscere indicandole coi nomi che gli si offrono spontaneamente alla loro presenza. E pazienza se questi nomi non sembrano davvero nominare, se queste parole assenti sembrano più lontane dalle cose di quanto le cose lo siano da noi, essi, i nomi, ed esse, le cose, vivono attraverso di noi, perplessi e soli una volta tanto, il loro momento di gloria, nell’autonomia di una ricolma possibilità, nel silenzio di un cielo interiore pieno di stelle.

690. Ad un certo punto, scrivi. Non sai mai bene come e perché, ed è bene comunque che tu te lo chieda, sì, ma dopo. Intanto scrivi, ed è stupefacente constatare quanto facile possa essere scrivere quando stai male, ed è ancora più sorprendente renderti conto di quanto tu, scrivendo, possa star bene, almeno per tutto l’attimo in cui stai scrivendo. Chi scrive si salva. Ma il vero problema cui non è ovvio dare una risposta è l’inverso di questa formula: chi si salva è colui che scrive. Verrebbe voglia, proprio per rendere problematica questa seconda formula, aggiungere: soltanto colui che scrive, ma sarebbe sempre un’inaccettabile presunzione. Infatti, resta senza spiegazione il senso di questa salvazione, o meglio: non è tanto la salvazione a rimanere incomprensibile, bensì la salvezza che ne è il prodotto. Infatti, la salvazione è pur sempre un agire, e se lo scrivente, durante l’atto di scrittura, sta bene, per tutto quell’attimo esperimenta una salvazione e, per quanto lo scopo di quell’agire possa essere ciò che poi chiamiamo salvezza, noi facciamo esperienza soltanto della salvazione, non della salvezza. Lo scrivente, dopo aver scritto, non sa se ha conseguito la salvezza, e dunque non sa se è salvo, sa solo che è salvo mentre scrive, conosce solo salvazioni a intermittenza, non salvezze durature. Se così non fosse, se cioè colui che ha scritto – e non soltanto colui che scrive – fosse salvo, allora non avrebbe più bisogno di scrivere, interromperebbe la scrittura interminabile e sarebbe o una divinità o un morto. Invece, colui che scrive ha sempre bisogno di scrivere, proprio perché egli non è mai salvo fuori dal tempo della scrittura, egli non è mai abbastanza salvo, la sua salvezza, come la sua scrittura, è il prodotto di un atto incessante, non un fatto definito e concluso. Cosicché si può anche affermare che, poiché colui che scrive, e lui soltanto, è salvo, e lo è per tutto il tempo della scrittura, e poiché lo scrivente è necessariamente un vivente, allora la salvazione garantisce la vita opponendosi al suo contrario, all’entropia di una stanchezza definitiva e ultima, protegge e salva dal non-senso della morte assicurando, attraverso la scrittura incessante, il senso del suo differimento attraverso la coscienza dell’incessante morire da parte dello scrivente, ovvero del vivente. Poiché solo chi vive, muore.

696. Quando lo scrivente è stanco di scrivere, spesso questo vuol dire che è stanco di soffrire. Infatti, la scrittura è per lo più sofferenza, e questo solo chi scrive lo sa, chi legge di solito soffre eventualmente del suo, e la scrittura altrui lo consola. Allora, in questi casi, smettere di scrivere potrebbe voler dire non che si è pronti per morire del tutto, avendo perso quell’unica ragione di vita, ovvero di senso per vivere, bensì potrebbe voler dire che si vuole finalmente cominciare ad essere un po’ felici, ad esserlo come dicono di esserlo gli altri, quelli che forse si limitano a leggere e non scrivono mai nulla. Il tentativo, se lo scrivente si auto interpreta in questo modo, non funziona quasi mai; la scrittura è diventata, in queste sfortunate creature, una dannazione inestirpabile, le cui paradossali ricadute di benessere momentaneo non sono sostituibili ormai con null’altro. Non c’è vita più che possa risarcire un tal scrivente maledetto, cosicché è destinato a impallidire nella penombra delle sue pagine sempre più inutili e prive di senso, a morire nelle sue parole soffocato dalla loro neutralità e indifferenza, lentamente emerse grazie ad adibizioni sempre più deboli e rarefatte. Lo scrivente, allora, quando è stanco di scrivere, non è più soltanto stanco di soffrire, è anche e soprattutto, e irrimediabilmente, stanco di vivere.

702. Lo scrivere sulle parole di un altro scrivente ha senso solo in due casi: o che lo si commenti, secondo la più rigorosa intenzione di farlo parlare secondo quanto riteniamo abbia realmente detto, ed in questo caso lo tradiamo sempre avendo fede malgrado tutto nella nostra onestà ermeneutica, oppure che lo si assuma come un punto di partenza per le nostre avventure intellettuali, dimenticandoci di qualsiasi rispetto alla lettera, o presunta tale, di quanto costituisce testo e costruendo un altro testo, la cui testualità conosce allora la frontalità, e non la diligente e premurosa subordinazione, nei confronti della prima. Ambedue, comunque, sono modi maturi, intelligenti e leali di avere a che fare col silenzio dei maestri; essi hanno scritto, ma non ci invitano a tacere per questo, anzi, ci chiedono di parlare, di trovare il nostro bandolo, perché è questo il motivo per il quale hanno scritto. Lo s’impara da bambini che s’impara a scrivere se s’impara a leggere, ma imparare a leggere significa porsi già da subito nella condizione di scrivere, cosicché non sappiamo mai con vera sicurezza se abbiamo imparato a leggere, e quindi a scrivere, o se scriviamo indipendentemente dall’avere imparato a leggere, e magari scriviamo allo scoperto, senza la protezione di una grande scrittura alle spalle. Non sapere mai nulla di certo in merito al nostro scrivere fa parte del gioco “insensato” (Blanchot) di scrivere.

710. C’è una strana, strana perché sottile e impalpabile, forma di viltà che consiste nel voler far contenti tutti. Chi vuol far contenti tutti intende non scontentare nessuno, chi non scontenta nessuno non fa contento nessuno e scontenta tutti un po’. La viltà, allora, consiste in questo ecumenismo sentimentale che, pur non facendo star bene nemmeno noi, non ci fa d’altra parte star male più di tanto, poiché ci consente di non dover prendere decisioni in merito ad un genuino star bene e ad un genuino star male. La genuinità di uno stare non può essere ecumenica in prima battuta, lo può essere soltanto in seconda battuta, col senno di poi, ovvero: l’ecumenismo sentimentale non è malafede soltanto se è il prodotto di una valutazione spassionata postuma, per così dire, al crepuscolo dell’accadere dipendente dal nostro decidere. Se invece l’accadere del nostro decidere risulta influenzato dal desiderio di ecumenismo, dal desiderio di far contenti tutti e di non scontentare nessuno, allora ciò che viene meno è proprio ciò che andiamo cercando, se siamo almeno un poco sinceri con noi stessi: l’universalità e la necessità del nostro comportamento. Chi è in malafede, in questo caso, è colui che scambia il vile ecumenismo sentimentale cercato in prima battuta con l’universalità e la necessità, che renderebbero kantianamente il nostro comportamento morale. La viltà è la presunzione di comportarsi secondo moralità, confondendo la moralità col quietismo, col compromesso, con l’aggiustamento, con le pezze agli abiti sbrindellati. Il che non significa che sia un comportamento necessariamente da condannarsi senza rimedio: la viltà è la norma, e la moralità è l’eccezione. Non c’è attimo della nostra vita in cui non dobbiamo chiedere perdono per qualche buon motivo; la vera condanna per la nostra viltà è un comportamento, nei nostri confronti da parte dell’altro, analogo nel tono etico.

712. Ma un uomo che scrive, e scrive tutti i giorni, comprende qualcosa di ciò che non scrive, oppure comprende soltanto ciò di cui scrive? Forse comprende solo ciò che scrive, non ciò di cui scrive, e forse non comprende, a ben vedere, nemmeno ciò che ha scritto, dopo averlo scritto. Forse scrive perché non comprende, e pensa, scrivendo, di comprendere finalmente qualcosa, o forse davvero comprende qualcosa, qualcosa che non ha ancora scritto, e proprio perché lo ha compreso lo scrive, per non dimenticarselo. E poi non è detto che ciò che comprende perché lo ha scritto corrisponda a ciò di cui ha inteso scrivere, potrebbe esserci una tale distanza tra la parola effettivamente scritta e la cosa di cui intendeva scrivere che sarebbe meglio limitarsi a considerare la parola stessa una cosa e lasciar perdere la cosa, altro dalla parola e quindi altro dalla cosa scritta, e dedicarsi alla piena comprensione di quest’ultima, la cosa scritta, e scritta attraverso la parola, cosicché tutto ciò che finiamo per sapere della cosa è quella cosa scritta che chiamiamo parola. La parola evoca immagini, e le immagini evocano cose, e noi dobbiamo collegare le immagini alle parole, illudendoci – ma questo è necessario per poter vivere – che quelle immagini evocate dalle parole a loro volta siano in grado di evocare proprio quelle cose verso cui si è appuntata la nostra intenzione teoretica. Ma l’evocazione effettuata dalle immagini non può che produrre immagini, e le fonti delle immagini mentali sono pur sempre immagini sensoriali, cosicché delle cose stesse – desiderate e volute dalle nostre intenzioni come altro dalle immagini e soprattutto altro dalle parole – noi non sappiamo nulla di più di ciò che comprendiamo circa le parole e le immagini da esse evocate. Le cose stesse, a questo punto, diventano semplicemente le stesse cose che mente sensi e linguaggio, in un cerchio che non possiamo spezzare che gettandoci in un’ulteriorità fuori d’esperienza, elaborano incessantemente, raccogliendole in un canestro incommensurabile pieno di luci ed ombre che chiamiamo mondo. E questo, questo soltanto lo scrivente, l’uomo che scrive parole, è in grado di comprendere.

Max Ernst, L'occhio del silenzio, 1943-44

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