Minoritari

Gao Xingjian, 1

Antonio Scavone

Minoritari

     Molti di noi, siamo sinceri, pur non essendo minori, siamo di fatto, a torto o a ragione, minoritari. Leggiamo, scriviamo, pubblichiamo perché abbiamo letto, scritto, pubblicato ma non riusciamo, non siamo riusciti del tutto ad attraversare il limbo che maldestramente ci connota come ignavi e ad approdare ad una gratificazione (o ad una ricompensa) che non sia quella di amici generosi e ospitali o addirittura di familiari che ci stimano con la loro fiducia e talvolta ci sostengono con la loro bonaria magnanimità. Sicché siamo sopra- o sottovalutati?
Sono gli altri (il sistema, l’apparato, la casta, il blog) che ci negano interesse e considerazione o siamo noi a pretendere una sorta di consacrazione dovuta, di legittima cooptazione? È un dilemma, siamo a un bivio: c’è chi persegue la propria strada resistendo ai dubbi e alle incertezze e chi lascia quella strada di tenacia e di coraggio semplicemente scomparendo, eclissandosi.
Intendiamoci, non è una catastrofe, non spetta né al potere legislativo o a quello economico assicurare una visibilità appagante ma è senz’altro una molesta avvisaglia, una circostanza bizzarra per chi si aspetta una qualche pur minima celebrazione, magari estemporanea.
È dell’animo umano, si dice, vedersi riconosciuti i meriti e aspirare positivamente a traguardi più alti ma l’animo umano ha poco a che fare con le aspettative che riposano esclusivamente sulle sollecitazioni dell’orgoglio. Si è minoritari per le più diverse cause: un periodo eccellente della propria attività cui fa sèguito un periodo di stanca oppure si diventa minoritari per questioni personali, legate alle vicende alterne del proprio privato o, ancora, si diventa minoritari perché si è sciaguratamente esaurita la stagione dell’invenzione e dell’originalità.
Ma l’animo umano (ancora lui!) mal sopporta la tesi di una vena inaridita e di un’elaborazione appiattita. Si può accettare tutto tranne di veder disperdere quanto di buono s’era fatto prima e di doverlo considerare pertanto fugace, privo di un prosieguo, restando infine bloccati all’opera prima per la mancanza incresciosa di un’opera seconda.
Detta così, sembra una situazione paranoica, lo strascico di una gloria precoce e adolescenziale, lo stallo di una maturità irrisolta e sfuggita. E tuttavia si continua a produrre, a proporre, a scrivere: a chi e per chi? La risposta è semplice: per coloro che ci giudicano minoritari e per noi stessi che ci arrocchiamo nella salvaguardia ad oltranza (talvolta testarda e/o romantica) delle nostre prerogative.
La letteratura (scrivere, poetare, chiosare) diventa l’alibi provvidenziale della nostra insicurezza, il riscatto plausibile della nostra insoddisfazione, la soluzione unica e ultima delle nostre risorse giacché affidiamo alla letteratura il mandato di elevare quel poco o molto che abbiamo prodotto, come se toccasse pregiudizialmente alla letteratura di liberarci dall’angustia di non essere riusciti a diventare maggioritari. Si scrive allora ripetendosi, affossandosi nella smania di se stessi, come se si scrivesse solo per sé e la propria incompresa espressività.
Ovviamente non tutti i minoritari sono uguali come non lo sono tutti quelli che vanno per la maggiore. Ci sono minoritari “tipici” (cioè riconoscibili e consolidati) e minoritari per così dire “asintomatici”. Per tutti, comunque, vale la consapevolezza amara e insopportabile di una minorazione, la mutilazione o disconoscimento del proprio talento, giudicato incongruo e volatile. Ma il talento, per sparuto o inqualificabile che sia, non incide più di tanto nella fattispecie dell’essere minoritari: è senz’altro determinante, ma non esaustivo, non regge da solo a giustificare pause o disfacimento della creazione artistica. Concorrono pertanto altri elementi, altre circostanze che oggettivamente o individualmente determinano una condizione di marginalità. Eppure, impavidi e temerari, noialtri minoritari partecipiamo a convegni, a dibattiti, siamo ospiti d’onore a presentazione di libri nostri o altrui e coltiviamo, con illuminata equità, il progetto di meritarci una franca e liberale valorizzazione.
Che succede, allora, quando questa valorizzazione non si manifesta o è parziale e occasionale? Ci si ferma al palo come un cavallo bolso, ci si impantana in un terreno viscido e melmoso: di colpo svaniscono idee, argomenti, formule; di colpo ci si ritrova (o si ritiene di essere) emarginati, estranei, anonimi. Si diventa irriconoscibili come quelle persone ritratte in una foto di gruppo, nell’ultima fila, confuse e nascoste dagli altri, quelle persone che in pratica non si vedono. E come in un gruppo di colleghi o affini, i minoritari non sopportano di far parte di una compagine così assortita, di dover condividere gli stessi limiti e il medesimo destino di esclusi. I minoritari, sulla propria pelle, sui propri convincimenti, cominciano a perdere la propria autostima, a elaborare una sorta di “apartheid”, a non sapere come ricostruire un prestigio e si rifugiano in un consolatorio manierismo, nella ricerca di una recondita armonia, sentita però come irrimediabilmente perduta. Si continua a scrivere scrivendo di scrivere: la prosa d’arte, la glossa critica, il rifacimento di un testo del passato, proprio o altrui.
È una condanna, una iattura: si fa tanto per essere qualcuno (o, al limite, se stessi) e basta poco per essere (o tornare a essere) nessuno. Ma il mondo dei minoritari è ampio e variegato: non è solo la letteratura ad annoverare nel suo ambiente scrittori e poeti della domenica. Nel ciclismo, ad esempio, il minoritario è il gregario, solerte servitore del capitano; nel calcio è una riserva, chiamata a giocare gli ultimi scampoli di una partita; nel cinema un caratterista, spesso neppure accreditato tra gli interpreti; a teatro è una figura ormai abbandonata perché per le due battute che dice costa troppo; in politica fa parte dei peones, pronti a cambiare gruppo per convenienza personale più che per ripensamento ideologico (talvolta sincero, talvolta opportunistico); nella scuola è un traffichino (prof, tecnico, segretario, bidello) lesto a procurarsi vantaggi per ogni tipo di progetto; in ospedale è un faccendiere che aspira con ogni mezzo al ruolo di primario; nella pubblica amministrazione è di solito un passacarte che conosce i segreti di tutti e passa pertanto per onnipotente; nell’organizzazione ecclesiastica è un consigliere di cardinali con il compito di suggerire temperanza e creare accoliti. Solo nel mondo degli affari manca una figura precipua di minoritario: il socio di minoranza non ha gli stessi poteri dei soci di maggioranza ma non gli fa certo difetto l’ambizione per diventare un maggiorente.
Minoritari, su opposti versanti, sono anche i disoccupati, gli esodati, quelli che raggiungeranno la pensione per i propri eredi, quelli che hanno perduto il lavoro per la ristrutturazione o il tracollo delle aziende. Minoritarie sono le vittime degli stupri, delle risse in discoteca, di ex-mariti che non accettano la separazione, di ragazze e bambini raggirati e abusati da orchi e pedofili. Un’umanità discriminata e dolente quella dei minoritari “generici”, rispetto alla quale quella degli artisti incompresi o dimezzati solleva imbarazzo e indignazione. Ci sono senz’altro minoritari che se la passano meglio (un libro, due libri, consulenze editoriali, ecc. ecc.) ma, in fondo, anche loro scontano un vizio di vanità o un residuo di inadeguatezza che diventa col tempo una fastidiosa e malcelata condizione di sopravvivenza.
Per i letterati minoritari – senza red carpet e con una ridotta visibilità – scrivere è fatica, a volte più del vivere, forse perché si scrive per vivere e tentare compulsivamente la consapevolezza di se stessi.

11 pensieri riguardo “Minoritari”

  1. “Detta così, sembra una situazione paranoica”.
    Il voler a tutti costi dare un nome al lavoro che si fa, spesso sminuisce il lavoro stesso. Che questo lavoro sia d’arte o altro. Non sempre è necessario dare nomi alle cose, basta anche solo crederci, volerle, desiderarle a tal punto da continuarle. La monotonia sta negli occhi di chi guarda spesso e soprattutto.

  2. Per come la capisco io, il problema dell’articolo è che la parola minoritario non ha il plurale, o per lo meno ammette il plurale solo per somma, quindi si dovranno scrivere delle monografie, caso caso, oppure fare come fecero CB e Deleuze che in un saggio si sforzarono di definire il concetto di minore, letteratura minore, Kafka (con quali risultati è da vedere) ecc oppure andare dietro alle riflessione sulla letteratura minoritaria di Vila-Matas. Potremmo chiederci se minore e minoritario siano sinonimi. Io penso di no. L’argomento è ampio, per quanto minoritario. E fa bene Scavone a esplorarlo… magari questo è l’inizio di un saggio più lungo?

  3. La parola “minoritari” mi ha attratto come una calamita e mi sono ritrovata a leggere con interesse. Però non condivido del tutto questo scritto, ad esempio nel parallelismo tra minoritari letterari e vittime di soprusi, queste ultime hanno subito un che di profondamente ingiusto che muove a solidarietà e indignazione, non così per i minoritari letterari. Non c’è nei confronti di questo pullulare di minoritari che scrivono e si danno da fare nel campo una particolare forma ingiustizia, al più poca fortuna o poco talento, ma nemmeno questo è sempre vero. E’ che c’è un problema di numeri. Il successo può essere solo di pochi, perché se ce l’hanno tutti che successo è? E poi può esserci anche un’altra visione della cosa, quella di chi si affranca da una mentalità di ricerca di ritorni, bastando nel poco a se stesso, per ciò che fa, perché ciò che vuole sta proprio in ciò che fa, da cui trae soddisfazione. Infine penso che se da un lato l’analisi del fenomeno è interessante è vero pure che lo scenario dei minoritari ha tanto del patetico, pure nel nome, non minori dunque ma voci di coro, mentre le alte vette cantano i loro assoli. D’altra parte che certezze abbiamo di ciò che il tempo farà olimpo o paradiso?

  4. proprio oggi leggevo queste parole di Borges che vi riporto, trovando in esse la configurazione più attinente a quanto viviamo.
    ” I nostri nulla differiscono di poco . Anche nella pochezza ci somigliamo. Perché nelle tare del nostro non essere niente possediamo identiche voragini e identica vigliaccheria. Quella che fa impallidire la coscienza: colei che sa e non tace. E’ per questo che pensieri che vorremmo morti sopravvivono alla loro stessa morte solo perché concepiti una volta e basta. Litigo con le mie mani e con quegli scompigliati voli di tempo che dovrei destinare al silenzio. C’è e resta la quiete apparente del quotidiano versare vita altrove. Tu come me, tu come tutti. La solita cascata precipitosa di attese e sospensioni. Il resto è quel lasciarsi vivere che non appaga mai nessuno.”
    Jorge Luis Borges- da Fervore di Buenos Aires 1923

  5. Lo scritto è interessante. Si potrebbe però anche considerare il fatto che, in qualche caso, non si scrive né per il riconoscimento altrui né per il proprio – che lo si fa perché per certi è il modo più naturale di esprimersi. In questo caso, chi lo fa non si pone problemi di questo genere – semplicemente non gli vengono in testa.

  6. É molto interessante questo sollevamento desertico di polvere intrigante, l’articolo propone persino il dispiegamento di forze interiori a cercare una qualche motivazione -minoritaria- che in qualche modo giustifichi il nostro essere qui e ora.
    Credo sia complicato per qualsiasi essere umano poiché, come sostiene Borges: […] Il resto è quel lasciarsi vivere che non appaga mai nessuno.”
    Impresa, quella del lasciarsi vivere, che rimane difficile per l’uomo, investito da sempre da: l’incontenibile insoddisfazione.

    Tuttavia anch’io discernerei per categoria: vi sono minoritari e minoritari, i reietti, i meno fortunati cronici che sono poveri anche di fatto, i violati nel corpo e nell’anima, questi meritano un’argomentazione a parte.
    Alcuni minoritari letterari invece, o dell’Arte in genere, hanno qualche vantaggio: possono decidere se sentirsi o meno tali a seconda dello scopo del loro fare Arte e per fortuna, non sempre l’indicazione prescelta e desiderata è pari a: pubblicazione=successo.
    Anzi, taluni l’hanno volutamente evitate, e le scansano come peste e con convinzione.

    Pregevole testo che mi suggerisce che il contenuto possa esser presago di altro nascosto nel cassetto, sarà forse un futuro successo maggioritario o destinato nel limbo del minoritario?

    Qualcuno direbbe:”Ai posteri l’ardua sentenza.”

    Un cordiale saluto
    Tius

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.