Maestri silenziosi (X)

Vasilij Kandinskij, Il cavaliere azzurro, 1903Gianmarco Pinciroli

MAESTRI SILENZIOSI 13 fogli di calendario (Ottobre 2004)

 

 

 

Noi passiamo attraverso gli anni come attraverso coltelli,
non puoi nasconderne i segni ad occhi penetranti

Il’jà Sel’vinskij

foglio 10: ottobre

 735. Forse che con lo spegnersi della scrittura si spegne anche la vita? Senz’altro col venir meno della parola viene meno anche il lusso del vivere, l’eccedenza di senso che abita nella scrittura, venendo meno con essa la fonte stessa del senso, il luogo donde esso rampolla nell’incessanza che la forza di vivere sospinge di fronte a sé per giustificarsi, per diventare senza requie vita giusta, o anche vita vera. Nella parola, dunque, e solo in essa, non nelle cose o nelle situazioni, sta la giustizia, sta la verità; e in ultima analisi sta la consapevolezza della vita come un alcunché che necessita di aggiustamento, di verificazione.

741. Quando la vita prevale sulla scrittura, la scrittura tace, smette di essere la vita, smette di assorbirla, o di sostituirla, o di risarcirla, cessa di avere ambizioni: descriverla, valutarla, direzionarla, conoscerla. La vita prevale, ed è tutto. Lo scrivente ridiventa un semplice vivente, per il quale il fatto di scrivere potrebbe essere un fatto professionale, che arresta il suo corso quotidiano quando il tempo, da tempo di lavoro (in cui professionalmente si scrive), diventa tempo libero dal lavoro (in cui si è liberi soprattutto di non scrivere). Ecco, tanto il fatto di scrivere fuori dal tempo di lavoro quanto il fatto di non scrivere più sono un gesto di libertà: in ultima analisi, il fatto di scrivere ci libera dal dovere di vivere, ed il fatto di non scrivere ci libera dal dovere di scrivere. Infatti, scrivere fuori dal tempo di lavoro è una doverosa follia, un’urgenza etica, una coazione consapevole, un desiderio senza oggetto. Il fatto di scrivere e quello di dismettere la scrittura sono sempre legati ad un gesto di libertà, ed in ambedue i casi sono gesti tragici, non pacifici: in essi ne va del fatto di vivere, del semplice fatto di vivere. In ambedue i gesti la scrittura rappresenta, rispetto alla vita, un’eccedenza incomprensibile, un lusso di cui vergognarsi, un dono che noi non abbiamo mai chiesto, né altri ci ha mai richiesto; anche la dismissione della scrittura è un dono, un lusso, un’eccedenza. Dismettere la scrittura vuol dire aprire un vuoto dove i non scriventi, coloro che non hanno mai scritto, non hanno d’altronde mai imposto un pieno, e dunque non lo sospettano neanche; se nelle loro vite quella mancata colmatura non fa problema, poiché non è mai stato un problema il fatto di colmare un vuoto che non era percepito, in colui che dismette la scrittura, invece, quel vuoto, che la scrittura fino lì aveva colmato, ora appare, anzi, fa spettacolo di sé, esibendo l’ex-scrivente come un re nudo ogni volta che costui si propone in pubblico come un semplice vivente, come uno dei tanti, come uno “uguale a tutti gli altri”. Costui, in ultima analisi, non sarà invece mai uguale agli altri, e lui lo sa; la sua dismissione, infatti, lo impoverisce, senza in tal modo accomunarlo ai poveri cui ora potrebbe superficialmente assomigliare, e anche lo priva del privilegio che la scrittura rappresenta, senza per questo farlo davvero uguale agli altri. Uguaglianza, condivisione di status spirituale, omologazione esistenziale, persino massificazione: niente di tutto questo potrà mai appartenere a colui che dismette, dopo averla protratta per tanto tempo, la scrittura autentica. Per quanto lui possa ripetere a se stesso: «La vita ora prevale», costui sarà sempre “altro”, l’altro per l’Altro che aveva imparato a conoscerlo come scrivente, come “quello che scrive” (perché non sa fare altro), e pure l’altro per se stesso, che nella scrittura aveva imparato a conoscersi e ad accettarsi come anche lui, se pure in modi così strani, “vivente”. E in questa alterità perenne tanto la scrittura che scrive quanto quella che non scrive più (la sua dismissione), ambedue i fatti legati alla scrittura, dannano colui che se ne fa carico, a tal punto che non sa più nemmeno che cosa sia meglio, se scrivere, continuare a scrivere, o cessare del tutto. Ma così come non si comincia mai davvero a scrivere, ma sempre si ricomincia, altrettanto non si cessa mai davvero di scrivere, ma si sospende la manifestazione della parola, la si inabissa nella penombra del proprio male, della propria vita malata, della propria anima che muore un poco di più di quanto muoia durante la scrittura, quando, grazie al benefico nascondimento cui la parola, lasciandosi scrivere, la sottopone, fa dell’anima dello scrivente il suo regno di manifestazione insensata. Lo scrivente ridiventa un semplice vivente: lui ci prova, e forse riuscirà a dirselo prima o poi, che è anche lui “un semplice vivente come tutti gli altri”, riuscirà a dirsi: «Io non voglio lasciare traccia», desiderando morire nella somiglianza di tutti a tutti, tutti ugualmente senza senso, oppure tutti illusi di possederne uno, non importa quale. Ma colui che, ad un certo punto della propria vita, dismette la lunga abitudine di una scrittura fuori dal tempo di lavoro è comunque un uomo che ha scritto, che un giorno, e poi per molti giorni, ha scritto, che ha lasciato, non fosse che dentro se stesso, tracce grottesche, mostruose della propria presenza, che nessun fuoco cancella, poiché quelle tracce le ha pensate, non soltanto scritte, poiché non ha vissuto che per poterle scrivere, e poiché infine nulla va perduto, nemmeno la perdizione inarrestabile e irreversibile che lo ha tolto dal mondo di tutti e lo ha alla fine abbandonato, solo e inutile e senza più parole, dentro un appartamento di carta opaca, spessa, ruvida, fredda, e anche afosa, secca fino alla screpolatura, e anche bagnata fino all’oleoso, una carta schifosa, ripugnante, maleodorante: un castello senza porte né finestre che ora finalmente gli è crollato addosso.

747. Questa scrittura, che si vuole autentica, trova se stessa per lo più nel dolore, nel dolore della mancanza, della perdita, nella fine delle cose che fino lì ci hanno fatto star bene, nel subentrare inesorabile del non senso. Come è possibile questo? Può la scrittura soltanto risarcire, compensare, rimediare, consolare? Sembrerebbe di sì, quando non è mestiere, dovere professionale, informazione; con una scrittura che si vuole autentica, l’autós che scrive fa riferimento esclusivamente a se stesso come destinatario di ciò di cui è l’estensore e insieme l’oggetto, il tema, l’argomento. Più che tautologica, la scrittura diaristica è autologica, parla del Sé parlando di sé come scrittura: è lo scrivente che si fa scrittura. Si può anche dire che nell’autologia scritturale il vero tema dello scrivere è lo Stesso, ovvero il Sé che, scrivendo di Sé per Sé, disegna attorno a se stesso un cerchio che, con l’andare del tempo, diventa terribile. La terribilità del cerchio del Sé, ovvero del tema dello Stesso come Sé, sembra essere allora il vero tema, anzi, la vera gabbia, dello scrivere di uno scrivente del genere. Ma allora dobbiamo avvertire subito un tal scrivente che il Sé non è necessariamente e solo lo Stesso, che nel Sé che non scrive, o che non scrive ancora, nel Sé prima della o indipendentemente dalla scrittura si apre l’Altro come suo costituente genetico. Occorre mettere in guardia un tal scrivente dalla riduzione del Sé all’Unico, occorre dissuaderlo dal perseguire, senza che se ne renda conto, una cattiva solitudine, una cattiva solitudine non essenziale, oppure invitarlo ad aprire, dentro la propria scrittura, la scrittura di Sé per Sé,  la presenza fino lì inapparente dell’Altro.

757. Le parole che scriviamo pensando a quanto ci è accaduto durante la giornata, a causa delle relazioni che abbiamo intrattenuto col prossimo, e quelle che scriviamo sulla scorta di quanto abbiamo letto, come interpretazione e commento, sono scritture, a prima vista, ben diverse. Sono, infatti, due timidezze analoghe, ma ben differenti quanto alla motivazione: le parole del primo tipo non dovrebbero pretendere, osare di penetrare nel tempio di una vita del tutto incomprensibile in sé malgrado la sua apparente ripetitività, dove tutto, cioè, è uguale e tutto è però sempre diverso, mentre le parole del secondo tipo non dovrebbero osare di esaurire l’incommensurabile ricchezza dell’opera, ovvero di chi ha già dato le sue parole, pretendendo di aver compreso una totalità inattingibile come e quanto la vita che quelle antiche parole ha generato. Al fondo, nell’un caso come nell’altro, troviamo comunque la vita, e al fondo delle parole del secondo tipo troviamo, ebbene sì, anche lì troviamo la vita: la nostra, la nostra di lettori e scriventi che vivono attraverso il filtro delle parole della vita degli altri, a loro volta, d’altra parte, lettori e scriventi rispetto a parole scaturite da vite altre, e così via, fino alla congettura di una vita che non sia mai stata scritta, o all’ipotesi di una parola che non sia mai stata prodotta da un’esperienza vissuta: fino all’impossibile, dunque, poiché non c’è vita senza una qualche forma di scrittura, o di rappresentazione, non necessariamente verbale, non c’è vita che non sia stata scritta, o meglio, non c’è vita di cui noi si possa sapere qualcosa senza che possa essere stata scritta, cosicché tutto quello che se ne sa corrisponde a quanto ne è stato scritto, e d’altra parte non c’è parola che non ritragga nella sua immagine una traccia di vita vissuta, non importa quale sia stato lo statuto ontologico cui questo vivere si sia situato (“realtà”, pensiero, immaginazione, incubo o sogno…), cosicché, anche sotto questo profilo, la corrispondenza tra lo scrivere e il vivere rende l’uno e l’altro interdipendenti, e persino, in qualche modo poco chiaro, speculari. Allora, il compito impossibile consisterebbe nello spezzare questo circolo vizioso, in cui la parola rimanda alla vita per certificarsi parola, e la vita rimanda alla parola per testimoniarsi vissuta; ma i compiti impossibili, per quanto non si realizzino mai, sono d’altro canto preziosi, poiché, di fronte alla nuda realtà, consentono l’ingresso nelle cose del mondo, nelle cose che sono, del possibile, ovvero: dell’impossibile travestito da possibilità in attesa.

761. Ci sono delle cose che devono finire perché si deve morire, e ci sono delle cose che possono finire perché non siamo capaci di tenerle in vita; queste ultime muoiono mentre siamo ancora ben viventi, e sono proprio per questo le uniche che ci fanno davvero soffrire. Alle prime possiamo rassegnarci: fa parte della semplice saggezza quotidiana sapere che un giorno finiranno poiché noi finiremo, alle seconde non ci rassegniamo mai del tutto, perché vivere significa attendere, attendere che qualcosa di buono sopravvenga anche per noi, e significa dunque sperare, anche contro le cosiddette evidenze, che comunque son ben diverse da quelle legate al fatto di dover morire. Così, la sofferenza non implica soltanto un corpo ed un’anima viventi, ma il perdurare delle condizioni oggettive che potrebbero, invece che farci sofferenti, farci felici; il vero motivo della sofferenza è l’immagine incancellabile di una felicità sempre possibile, anche in mezzo all’inferno della nostra vita quotidiana dove sembra essersi stabilita, ed essersi ben radicata, una disperazione senza rimedio.

764. Lasciar morire un libro, come fanno gli autori che non credono nelle cose che pubblicano, e anche ucciderlo, come fanno le case editrici per vuotare i loro magazzini, sono tra i gesti più terribili del più radicale nichilismo. Nel secondo caso il nichilismo si limita a mettere in evidenza la natura di mera merce che il libro ha ai loro occhi, e se una merce non produce profitto, è bene, secondo la logica del profitto, o riciclarla, ma nel caso di un libro raramente è possibile, soprattutto se chi l’ha scritto non è un nome “vendibile” o non lo è ciò che ha scritto, o eliminarla, passando ad altro. Nel primo caso, invece, la questione è un po’ più complicata. Chi è colui che scrive un libro, lo pubblica e poi lo lascia morire? I nessi difficili da comprendere sono due: il primo lega insieme scrivere e pubblicare, come se fosse naturale il fatto di scrivere nella prospettiva di pubblicare; non lo è, poiché comunicare e pubblicare sono cose diverse, e a chi scrive può bastare un destinatario implicito, poiché la sua esplicitezza, o incarnazione, ponendo il fatto di scrivere su un altro piano, implica una modalità del comunicare radicalmente altra da quella naturale implicita nel semplice fatto di scrivere. Occorrerebbe dunque riflettere sulla naturalità del comunicare, sulla naturalità dello scrivere. Il secondo nesso lega insieme pubblicare e mantenere in vita lo scritto pubblicato, consentendogli di avere sempre nuovi lettori, o al limite di averne almeno qualcuno rispetto alla prima e, solitamente, unica edizione. Qui sembrerebbe implicito perlomeno il ‘naturale’ (anche qui) sentimento di paternità nei confronti dei propri “figli”, come se i libri che si scrivono e poi si pubblicano fossero per l’appunto dei figli, di cui andrebbero difesi i diritti alla vita e alla felicità, dal momento che ci si è presa la responsabilità di metterli al mondo; vero, ma i figli dovrebbero andare con le loro gambe, in natura almeno è così, e se non sono in grado di farlo è giusto lasciarli diventare preda di altre specie animali. Ma gli uomini non sono (soltanto) animali, e quindi la loro figliolanza, che abbiano o non abbiano la capacità di guadagnarsi la sopravvivenza, andrebbero aiutati comunque. I libri, come i figli degli uomini, oltrepassano il dato sentimentali di natura ed entrano nel giro della pietà, che non abbandona nessuno a se stesso, e ne tutela il diritto alla vita anche quando l’eventuale debolezza della loro energia vitale non basterebbe mai alla loro sopravvivenza. Ma la pietà, ed è qui il punto che caratterizza il secondo nesso, non può essere soltanto un evento privato, dev’essere – affinché sia operativo – il risultato di una dimensione collettiva, di un’assunzione collettiva di responsabilità: se i libri sono i figli dell’uomo che scrive, allora – qualora giungano alla pubblicazione, ovvero all’esplicitezza della loro vita ora non più soltanto virtuale – essi devono poter essere tutelati, devono poter essere educati, e devono poter ricoprire un loro ruolo qualsiasi nella configurazione complessiva del benessere collettivo. Ed è qui che entra in gioco il primo nesso, rispetto a quanto storicamente accade oggi rispetto ad un libro che nasce (viene pubblicato) debole, bisognoso di cure iniziali e forse, se è un libro “difficile” come lo sono certi figli, non solo di quelle. La responsabilità, allora, della morte di un libro appena nato, o di un libro che, dopo essere nato, stenta a farsi conoscere e resiste solo per poco tempo, è di tutti: è dell’editore che magari non lo ha distribuito in alcun modo, nemmeno inizialmente, e se l’ha fatto non ha saputo pubblicizzarlo come meritava, è di chi lo ha aiutato a nascere per poi trattarlo come gli uccelli trattano i loro piccoli quando ritengono che sia giunto il momento (la natura sa quando questo momento giunge, l’uomo fa finta di saperlo) di spiccare il volo, e in fin dei conti è di chi, pur sapendo che esiste, si comporta come se non esistesse. L’uomo che scrive ha già fatto, scrivendo, tutto ciò che doveva; rispetto a tutto il resto, la sua responsabilità è la stessa di tutti gli altri che gli stanno attorno.

773. Come viene l’idea? Come vengo all’idea? Sembrerebbe lo stesso percorso, lo stesso fenomeno, eppure sono due attese diverse. Cambia l’atteggiamento: nell’uno sono in attesa passiva, nell’altro sono in attesa attiva. Ma non è così semplice; c’è attività e attività. L’attività di chi attende, di chi attende di venire all’idea, è un aspettare sostante, una vigilanza tesa verso un ad-, verso una direzione, verso un’adibizione. L’idea è il risultato di un lavoro che ci appartiene nella misura in cui apparteniamo ad esso; si vuol dire che, nell’idea, vengono a contatto un soggetto e un oggetto accomunati nell’appartenenza, si vuol anche dire che soltanto nella reciprocità di un’appartenenza che li invera ambedue, oggetto e soggetto, attività e passività possono profilarsi. L’attesa originaria, quindi, è attesa attiva, attesa di chi attende di venire all’idea, attesa attiva e passiva, oggettiva e soggettiva, attesa che invera quell’altro attendere, secondario e derivato, quell’attendere che attende l’idea. Infatti, l’idea può essere attesa solo dopo che noi siamo venuti all’attesa, ci siamo predisposti all’attesa, e abbiamo fatto dell’attendere il luogo della nostra destinazione, del nostro ad-, solo dopo che il nostro ad- ha direzionato la tensione-verso, il nostro essere ha predisposto secondo un ad- il nostro avere, solo dopo che il luogo del nostro esserci è diventato un’adibizione. Venire all’idea, quindi, è il risultato di un destino (de, stanare), di uno stare originario di cui facciamo sempre esperienza derivata come se essa, d’altra parte, fosse un’esperienza originaria, e lo è e non lo è al tempo stesso. Lo è per come la viviamo, giacché quell’esperienza secondaria è l’unica che possiamo fare rispetto a quella che vorremmo che fosse, ma anche non lo è, poiché essa viene sempre dopo l’enigma della datità, cosicché il cominciamento, desiderio dell’inattingibile, è il fondamento dell’esperienza del ricominciamento, l’unica esperienza che ci è possibile, l’unico cielo che ci è possibile attingere. L’unica esperienza che ci è possibile fare è un modo di viverla, non il viverla tout court, poiché il suo senso ultimo ci sfugge, essendo il cominciamento un’esperienza di riferimento, tendenziale, essendo ancora lo sfondo indicibile di tutte le esperienze, di cui si può fare esperienza soltanto attraverso il filtro di un’esperienza-seconda, da quello sfondo-primo derivata, o forse soltanto rappresentata. Così, venire all’idea, attendere in un’attesa attiva l’esperienza del ricominciamento come segno dell’esperienza-prima, vale un destino, la sua ‘realizzazione’ secondaria, ed anche la sua possibilità, giacché per lo più noi siamo immersi nella ‘realtà’ di ciò che è piuttosto che nel destino di una possibilità.

 

Vasilij Kandinskij, Il cavaliere azzurro, 1903

29 pensieri su “Maestri silenziosi (X)”

  1. Quando la vita prevale sulla scrittura, la scrittura tace, smette di essere la vita, smette di assorbirla, o di sostituirla, o di risarcirla, cessa di avere ambizioni: descriverla, valutarla, direzionarla, conoscerla. La vita prevale, ed è tutto.

    è VERO

    ma allora mi sorge questa domanda:
    è veramente così importante sacrificare la vita alla scrittura?

    la scrittura migliore attinge dall’esperienza, a mio parere, quindi le due cose DEVONO essere equilibrate …

  2. Cara Carla, sollevi una questione che presuppone risposte estremamente soggettive. L’importante è che tra vita e scrittura si mantenga viva la tensione. Se la tensione si spezza sul versante della scrittura abbiamo il caso di Rimbaud, se si spezza sul versante della vita abbiamo Kafka. Sono esempi un po’ schematici, ma spero rendano l’idea di quello che intendo dire. Certo, l’equilibrio è sempre auspicabile, ma appunto il suo raggiungimento sulla linea che congiunge i due estremi è assai differente per ognuno di coloro che hanno fatto della scrittura, indipendentemente da risultati buoni o meno buoni, il proprio destino. Nel mio piccolo, sia nei versi pubblicati sulla Dimora sia nei Maestri silenziosi (sia altrove, in luoghi che con la Dimora non c’entrano), ho cercato di tematizzare come ho potuto tutta questa tematica che per me è un po’ ossessiva.
    Altre osservazioni andrebbero fatte sulla relazione tra scrittura ed esperienza vissuta, ma mi fermo qui, per carità.

    Grazie per l’attenzione.

  3. Mi interessa molto invece sviluppare la parte che tratta la relazione tra scrittura ed esperienza vissuta …
    perchè specifichi vissuta?
    esistono altre esperienze a tuo parere?
    ti ringrazio per la risposta e per lo sviluppo eventuale che che ne potrebbe nascere.

    ciao!

  4. A dire il vero, esperienza vissuta è un po’ un termine tecnico che traduce il tedesco “erlebnis” da molto tempo. E’ la deformazione professionale (insegnante di filosofia) che mi porta usarlo, e me ne scuso, anche perchè, francamente una differenza concettuale tra la semplice esperienza e esperienza vissuta nel discorso che stiamo imbastendo non c’è. Magari in altri contesti (teoria kantiana della conoscenza, ad es.) una differenza bisognerebbe sottolinearla. Ma a parte questa roba da grillo parlante, e pure di questo mi scuso, vengo alla questione vera: la relazione tra scrittura ed esperienza. Ti dico quello che penso senza troppe complicazioni. E intanto penso che la scrittura sia la quintessenza dell’esperienza (qui il “vissuta” ci starebbe bene), e che lo sia, a gradi diversi, ma non inferiori, ogni altra manifestazione linguistica (per me lo è a livelli sommi anche la musica, per Marotta mi sembra di capire che lo sia la pittura, eccetera). Resta il fatto che la scrittura (poetica, filosofica, narrativa, saggistica…) è un deposito di vita con caratteristiche anomale rispetto ad altre esperienze: non so gli altri, ma io, mentre scrivo, non so bene quello che ne verrà fuori, una ciliegia tira l’altra e alla fine mi ritrovo un canestro che non sospettavo, per di più dotato di una logica spesso ferrea, alla faccia della casualità (che da Freud in poi non esiste). Ho detto “deposito” di vita, ma in esso ci stanno anche tutti i trucchi per nascondersi, per evitare di rivelarsi troppo (che l’ermetismo in fin dei conti non si riduca che a questo camuffamento che fa la gioia degli ermeneuti più incalliti?). E poi ci stanno le vite degli altri, per come ne facciamo “esperienza”, per come le giudichiamo, e le confrontiamo con la nostra. Ho definito “anomala” l’esperienza di scrittura: a meno che non lo sia qualsiasi esperienza di vita, e che la scrittura non ne sia che un’antica metafora, una sorta di esorcismo, di moto interiore liberante. E dunque che le caratteristiche dell’esperienza di scrittura siano in fin dei conti quelle stesse che presiedono al nostro divenire quotidiano vissuto, questa volta, senza parole in ciui specchiarsi. Mah…

    Pardon per l’eccesso di scrittura. Un saluto

  5. interessante quando dici che, mentre scrivi, non sai bene quello che ne verrà fuori … mi riesce difficile pensarlo perchè, a differenza del pittore che sperimenta il colore o la forma o la tecnica, nella scrittura c’è il nostro pensiero ben definito, comprensivo di stato d’animo ed esperienza, e quindi non riesco a capire come si possa improvvisare …le connessioni mentali sono sempre stimolo di grandi sviluppi a qualsiasi livello, è quando non avvengono che la situazione diventa critica, quando cioè ciò che leggiamo non riesce a vedere oltre la cortina del segno, quando da una lettura non emergono altre letture.
    questo accade anche in poesia, e per scongiurare questo pericolo c’è bisogno di leggere cose stimolanti intellettualmente (Wittgnstein per me è stato un maestro) oppure di vivere esperienze particolari, insomma, il miracolo della scrittura accade quando nulla di ciò che ne trapela risulta banale o privo di forza come certa poesia troppo tecnica che manca di duende.

    grazie per l’eccesso di scrittura che spero continui …:-)

  6. In realtà non è improvvisazione, o se lo è lo è in senso jazzistico (esiste uno schema armonico, il tema, e poi il solista lo varia come gli pare seguendo sviluppi che gli risultano chiari nel mentre che li esegue: una sorta di apoteosi della ricchezza dell’istante, dell’hic et nunc, irripetibile e unico). Qualcosa del genere mi avviene: potrei dire per trascinamento da una parola all’altra o da un’immagine all’altra, in poesia, oppure da un frammento di ragionamento a un altro, in prosa saggistica tipo Maestri silenziosi. Si ha insomma un equivalente del tema armonico in testa e poi, scrivendo, le nebbie o la rigidità o l’eccessiva schematizzazione si risolvono, si rimpolpano, si colorano, prendono vita e, soprattutto, a cose fatte, mi accorgo che il risultato gode di una freschezza e di un rigore logici insospettabili. Le successive letture e riletture aggiustano, correggono, tolgono, aggiungono: la solita routine. Ma il momento creativo approssimativamente è questo. E alle spalle del momento di scrittura, ovviamente, c’è tutta la vita possibile, la mia e quella degli altri, mescolate, interconnesse, in conflitto o in armonia, eccetera. Naturalmente, se devo scrivere un saggio per una rivista o per completare un libro il discorso cambia radicalmente: in questo caso devo rispettare l’autore e le sue pagine su cui lavoro da ermeneuta (più o meno bravo); ma anche in questo caso c’è un ruolo per la creatività, mediato e controllato però dall’acribia filologica, dall’etica del rispetto verso le parole del maestro, eccetera.

    Sono d’accordo con quanto scrivi nella seconda parte: anch’io leggo per scrivere, e anche scrivo per leggere (non è un gioco di parole). Il rapporto tra scrittura e lettura merita anch’esso la dovuta attenzione. Credo di averne trattato in uno degli infiniti frammenti dei miei Maestri, ma non saprei ritrovarlo ora.

    Nuovo eccesso di scrittura. Devo scrivere sulla pazienza (degli altri) nel leggere, sulla lettura come dono, come gratuità, come segno di rispetto, fatto salvo il diritto sacrosanto di piantare un libro a metà per noia…

    Buona serata

  7. Carissimo Gianmarco, innanzi tutto grazie per l’attenzione e per lo sviluppo degli argomenti che, se vuoi, potremo continuare in altra sede (non vorrei interferire con le altre attività della dimora)
    so che è difficile discutere virtualmente ma c’è un vantaggio, il fatto che scrivendo la parola viene ponderata e non precipitata come può avvenire durante un colloquio, quindi abbiamo tutto il tempo di meditare …il rapporto tra scrittura e lettura credo sia in *maestri silenziosi* II, andrò a rileggerlo senz’altro, e a tal proposito dervo dirti che ho riscontrato che quando scrivo su qualcosa di appena letto, la parte emozionale di ciò che ho recepito si rivela prepotentemente e magari la sintesi che mi ero premessa di fare assume un aspetto a volte troppo poetico….come dire, romantico.
    questa è una parte di me che vorrei correggere perchè per fare l’esatta analisi di una lettura io penso che occorra mettere in evidenza soprattutto i punti forti mantenedo il distacco e non quelli emozionali …
    io penso anche che oggi si legga molto superficialmente …è raro trovare qualcuno che si occupi della tua scrittura dedicandogli interamente la propria *persona*

    un’altra cosa…
    quando non si è stimolati a scrivere è come assistere ad una lenta morte interiore, credo che per il poeta l’ispirazione sia veramente vitale…
    vita e scrittura aspirano a un legame con il mondo, isolati sono vuoti
    ( a perdere).

    Buona giornata a te e a presto!
    c.

  8. Il fatto è che la componente emozionale della lettura spesso focalizza nel testo proprio i punti che sono importanti per noi, e io mi chiedo se – compiti a parte, consegne di scrittura eteronome a parte – invece non valga la pena di sviluppare proprio quelli, se la lettura deve servire soprattutto a noi. Quanto alla resa ‘poetica’ delle sintesi: credo che ognuno di noi abbia una cifra tutta sua di articolare, sviluppare e nominare il proprio pensare e il proprio sentire, in sè non ci vedrei nulla di negativo. In che senso l’aspetto delle tue sintesi sarebbe ‘romantico’? Però è anche vero che la presa di distanza da quanto si legge può arricchire la nostra faretra, e darci qualche freccia scritturale in più per far vivere dentro di noi le letture che contano davvero; in questo caso, credo che funzioni egregiamente la pratica nobile della rilettura, che di solito è più razionale, soprattutto se effettuata a distanza di tempo. Verissima la tua considerazione sulla decadenza odierna della lettura: la confermo, e me l’ha confermata tempo fa anche Raymond Farina, il poeta francese che mi ha introdotto alla Dimora anni fa, con una lettera nella quale lamenta la stessa cosa nella pur civilissima Francia. E verissima anche la tua considerazione finale sulla morte interiore quando la scrittura è latitante: io ne so qualcosa: avevo cessato di scrivere versi ben 10 anni fa, e soltanto in quest’ultimo mese, con “furore e mistero” (come suggerisce il titolo di una grande raccolta di Char), ho rovesciato sui taccuini una gran quantità di versi; ma quantità non vuol dire qualità, purtroppo… Ma va bene anche così.

    Mi rivolgo a “Calibano” ora, ringraziandolo per il lavoro che fa, e che spero possa continuare a fare. Volevo anche dirgli che il precedente “foglio di calendario” (credo quello di settembre) dei Maestri è uscito soltanto nella versione ridotta, e non in quella completa. Ma forse è meglio così, quest’opera potrebbe essere troppo lunga, e io non sono certo Proust, ahimè.

  9. caro ‘Calibano’, mi correggo circa il foglio di settembre, è uscita anche la versione completa, sono rimasto ingannato dalla differenza dei quadri che corredano il testo. Chiedo scusa

  10. Grazie Calibano!

    Caro Gianmarco, ti scrivo dalla casa in montagna e senza computer, cosa a me più consona. La tecnologia avrà tutti i suoi vantaggi ma quando scrivo con la penna riesco a sentirmi a mio agio e mi risulta molto più umano e piacevole assecondare la penna al pensiero e viceversa.

    Dalle ultime letture di “Maestri silenziosi” apprendo che nella parola sta la giustizia, la verità e, in ultima analisi, la consapevolezza della vita. ma Wittgenstein afferma che: “Le parole sono azioni”, quindi la vita e la scrittura, ancora una volta, devono trovare un passo comune. se poi questo *passo* non arriva a germogliare come si deve, questo è un altro capitolo. La cosa importante è metterlo in gioco sul piatto dell'”evoluzione”. Le specie prendono vita quando la forza del seme si rivela.

    Con “furore e mistero” bisognerebbe affrontare gran parte del nostro tempo, sarebbe alquanto stimolante :-)

    mi sono permessa di attingere dai tuoi quaderni un quadro di Klee e la frase accompagnatrice, ci aggiungerò qualcosa di Bergson…adoro le composizioni silenziose …
    un caro saluto!
    c.

  11. Piacerebbe anche a me che vita e scrittura trovassero un passo comune. Forse la scrittura saggistica, che è quella a cui mi sto dedicando in questi mesi, lo esige senza se e senza ma, e in fin dei conti ci riesco anche, impegni esistenziali extraletterari a parte. Anche la stesura quotidiana di uno o più frammenti di un diario concettuale (uno o più, ma tutti i giorni!) esige organizzazione tra “vita e pensiero”. Ma la poesia? Io credo che la poesia arrivi come i guai e come la morte, ma anche come l’amore, senza che tu la vada cercando, arriva e basta, ed è bene in quei momenti avere una penna in mano e della carta qualunque, altrimenti quei versi li formuli, sì, ma poi svaporano, li dimentichi (a me è successo, purtroppo, e quei versi soltanto pensati non li ho ritrovati mai più, o forse si sono trasformati in altri versi, chi lo sa). Certo il benessere che dà la scrittura è grande, almeno nell’immediato, perchè se poi si riflette sia sul fatto in sè di scrivere sia su quello che si scrive le cose si complicano. D’altra parte è da queste complicazioni che mi sono nati i frammenti dei Maestri; dunque: evviva le complicazioni.

    Scrivere in montagna è meraviglioso. Ma non mi dilungo su questo, direi soltanto delle ovvietà. Molti anni fa sono riuscito a restare solo in una sperduta valle del Trentino per dieci giorni e sono riuscito a scrivere un libro.

    La scrittura con la penna: per le poesie carta e penna sono irrinunciabili. D’altra parte io non giro col computer tutto il giorno, e le poesie arrivano dovunque, se arrivano…

    gmpincy@gmail.com

  12. sarei curiosa di conoscere come vivevi in quella sperduta valle del Trentino lontano dal mondo…
    a volte penso che, se avessi a disposizione un pò di tempo come può essere due settimane e potessi disporne come meglio credo, scriverei, “le mie memorie” …:-)

  13. Bisognerebbe riflettere sulla solitudine. Io sull’argomento ne ho scritto di tutti colori. Preferisco, almeno in questa sede per così dire pubblica soprassedere, anche se nei soliti Maestri c’è ampia testimonianza. Ma rispetto allo scrivere, essendo soli, in montagna, dirò questo. innanzi tutto, non ho mai avuto tanto tempo davanti da colmare (il tempo: unica vera ricchezza, unico vero privilegio, fatta salva la semplice sopravvivenza), e non sono mai stato circondato da tanto silenzio (aboliti i rumori di provenienza umana, presenza di soli rumori naturali, animali compresi; definizione di silenzio in negativo: assenza di esseri umani e dei loro rumori). E poi: la luce e l’ombra dei boschi di conifere nelle radure (non c’è bisogno di evocare Heidegger, e poi i “sentieri interrotti”, quelli veri, mi fanno un po’ paura), e l’impercettibile impressione del giusto passare del tempo, privo di qualsiasi ansia, perchè il tempo che passa qui si misura con l’accorciarsi e l’allungarsi delle ombre, è veramente un tempo naturale, nè geometrico nè durée bergsoniana. che dire d’altro? questa è la situazione che ricordo, un po’ idillica (troppo?), un po’ scontata nei suoi tratti (ma sono limiti miei di scrittura). Ci sarebbe da dire anche sulla piccola pensione che mi assicurava quella semplice sopravvivenza di cui sopra, ma allora si esce dalla natura e si rientra in una dimensione umana, peraltro assai gradevole, vista la dolce, garbata ospitalità dei trentini.

    Non scrissi le mie memorie, perchè ci vorrebbero forse condizioni ancora diverse, soprattutto tempi più estesi e una libertà dagli impegni quotidiani che allora proprio non potevo permettermi. Scrissi però un libro di teoresi pura (senza bisogno di biblioteche alle spalle): forse è anch’essa una forma di biografia, quella in cui l’io empirico s’innalza alla trascendentalità kantiana o husserliana…nientemeno..eccetera eccetera.

    Adesso però vorrei sapere io che cosa si scrive in una casa di montagna circondata, suppongo, dalla neve (e anche qui: eccetera eccetera).

    A risentirci.

    g.

  14. Mio caro Gianmarco, che piacere leggere l’impiego del tempo da te fatto ascoltando il silenzio, la pace che regna in natura è incolmabile perché si colma da sola, ed è fatta proprio come scrivi tu, di piccole cose, di rumori in sottofondo, di natura e bellezza che diventano un tutt’uno con il nostro pensiero…io adoro camminare per i sentieri ben delineati lasciando che la mente vaghi libera ed allo stesso tempo si perda nelle connessioni che nascono da un semplice sguardo, da una distrazione, da un campo di crochi o da un ragno che brilla …io quando sono in montagna, soprattutto d’estate, ne approfitto per fare bagni nella natura e per ritrovare il mio equilibrio…e a volte, mentre cammino, canto!
    D’inverno è diverso, il paesaggio lo guardo dalla finestra mentre il piccolo gattino vuole essere accudito, nutrito, e soprattutto vuole giocare!:-)
    Mi piace frugare negli armadi per trovare le cose antiche, letture e scritture di un tempo sempre attuale, perché io spesso ritorno ai miei vecchi classici come al miglior vino.
    Spero venga presto l’estate perché è la stagione per più florida per quanto riguarda la scrittura, anche se dopo due libri pubblicati potrei benissimo mettermi l’anima in pace…le cose urgenti penso di averle gia dette, anche se c’è sempre da imparare, e chi impara, può permettersi di scrivere.
    Un saluto affettuosissimo e a presto
    c.

  15. Ormai su questo blog scriviamo solo noi due. Chissà cosa ne pensa il responsabile.

    Mi aggancio all’ultima parte dell’ultima frase che hai scritto: “chi impara, può permettersi di scrivere”. Fa riflettere, anche se non so bene in quale direzione. Il legame tra l’incessante apprendimento e la scrittura può apparire ovvio se si fa della saggistica, ma non lo è affatto se si fa della scrittura creativa. In realtà, poichè ogni prodotto umano è fatto di storia, e non solo certo di quella personale, che in essa sedimenta le sue tracce, per lo più inconsce presso chi scrive, dovrebbe essere ovvio anche nel caso della scrittura creativa il fatto che chi più impara più si mette nelle condizioni di scrivere. Ma probabilmente qui l'”imparare” ha più a che fare con quell’esperienza vissuta (di cui il leggere è solo una delle componenti) da cui il blog era partito giorni fa, piuttosto che con l’accumularsi nel tempo di nuove letture. E in ogni caso i due apprendimenti non si escludono affatto, tutt’al più potranno assumere diverse percentuali d’importanza nei prodotti creativi che risulteranno. Il lavoro del lettore diventa in questo caso più ricco e stimolante, ma anche più difficile. Dimmi come vedi la questione.

    Alla prossima

    g.

  16. Calibano ha detto di sentirci liberi …:-)

    Interessante lo sviluppo che può derivare da punti di vista all’apparenza diversi ma che poi si ritrovano sullo stesso versante, quello appunto dell’empirismo.
    Quel mio “chi impara, può permettersi di scrivere” è riferito al continuo mutamento dell’uomo nel tempo – ai dati sensibili che può immagazzinare durante la sua esperienza, comprese le letture.
    Per come intendo io la scrittura, non si dovrebbe scrivere su ciò che non si conosce perché così facendo si scrive su qualcosa di inventato, di inattingibile, di immaginario.
    La componente immaginazione è importante se poggia su basi reali.
    La scrittura ha bisogno di una coerenza con la realtà che la anima, con i fatti e il sapere…
    Per poter scrivere bene occorre attingere, prepararsi, elaborare … le idee non devono rimanere un’utopia, devono “osare”.
    Partendo dal presupposto che ogni genere ha bisogno di una sua specializzazione, io credo che sia fondamentale, prima di tutto, apprendere anche l’esperienza del tema trattato…e questo non sempre avviene a livello conscio.
    A me piace per esempio, quando scrivo certa poesia, verificarne il risultato oggettivo che a seconda di chi legge, cambia.
    È un gioco di specchi :-)
    Questo mi stimola tantissimo perché mi fa vedere le sfumature altre di un pensiero espresso, anche quello che non avrei mai immaginato. (credo che da questa mia forte curiosità sia nata l’idea del blog, una sorta di narcisismo che vuole a tutti i costi evidenziare la bellezza, ma questo è un altro discorso).

    Chi impara può permettersi di scrivere significa quindi due cose:
    1) se ho vissuto un’esperienza forte posso scriverne altrettanto forte
    2) se leggo saggi che mi fanno ragionare su determinate cose è più facile per me esprimere concetti soggettivi che possono o meno trovare condivisione.

    Ti auguro un buon week end là, dove la neve si scioglie al primo sole di marzo!:-)

    c.

  17. Mi sembra che il tuo approccio alla scrittura privilegi il versante soggettivo. D’altra parte, quando si scrivono versi, il piano soggettivo dell’espressione prevale sul piano oggettivo della descrizione; credo che questa sia esperienza comune, anche se non insindacabile. E comunque si può sempre dire che la nostra soggettività si esprime nel nome di una testimonianza, ossia di una generalità che consente all’esperienza personale di un soggetto di valere per tutti i soggetti che vi si riconoscono, e di conquistare in tal modo qualcosa di analogo all’oggettività descrittiva. Dico questo perchè rifletto sul punto 1) della tua sintesi, che in questo modo che ho riassunto condivido anch’io. Il punto 2) invece mi lascia perplesso. La lettura saggistica dovrebbe circoscrivere la soggettività espressiva e, almeno tendenzialmente, conquistare una qualche distanza, capace, sì, di farci formulare dei concetti che però, questa volta, pur essendo formulati da noi, da noi in quanto soggetti leggenti, dovrebbero (o potrebbero) valere al di là della nostra soggettività empirica, e cogliere fin da subito una soggettività più sottile, meno contingente, che oserei definire trascendentale. La condivisione eventuale rispetto ai concetti elaborati in questo modo è il risultato di un confronto più o meno alla pari su un testo che prima di tutto dobbiamo cercare di comprendere. Insomma, sarei propenso a considerare l’espressione soggettiva come una scala graduata che andrebbe da un massimo di versamento empirico personale (nella poesia, fatto salvo il suo eventuale fattore testimoniale) ad un minimo inaggirabile, poichè in fin dei conti siamo pur sempre noi, in carne ed ossa, che leggiamo, comprendiamo e produciamo concetti.

    Detto questo, un caro saluto e alla prossima

    g.

  18. è vero, preferisco il versante soggettivo perchè credo che sia più interessante leggere di una scrittura interiore più che di una dimostrazione esteriore…

    tornando al punto due che ti lascia perplesso, provo a spiegarmi meglio …
    mi capita, quando leggo saggi o articoli su determinati temi che riguardano la sfera filosofica come può essere ad esempio *materia e memoria* di Bergson, di provare una forte empatia con le idee che si rivelano durante l’approfondimento. è come se io lo sapessi da sempre e provo una forte eccitazione (memoria organica) perchè capisco che in fondo certe cose non si apprendono, si conoscono già.
    Bergson, accanto alla memoria osservabile empiricamente nel fenomeno del ricordo, affermò l’esistenza di una memoria pura.
    La memoria quindi non è un flusso che dal presente porta al passato, ma è attualizzazione del passato che impronta di sè il presente.

    sono assolutamente d’accordo con te quando affermi che siamo fatti di carne e ossa (e spirito:-) e soprattutto, abbiamo la grande facoltà di percepire!

    un saluto caro e alla prossima :-)
    c.

  19. Certamente l’attualizzazione del passato è un grande segreto per chi si affida ad una scrittura creativa. E più il tempo passa e si diventa anziani, e più la parola si fa pesante quando esce dalla penna e va a profilare la musica di un verso. E’ un po’ come se la parola, di per sè neutra e possesso di tutti, accettasse di farsi adibire dallo scrivente per usi che riguardano soltanto lui. Soltanto così diventerebbe davvero nostra, e diventando nostra potrebbe farsi carico proprio dei nostri ricordi, del nostro passato diventato sempre più una lunga ombra che parte dal nostro corpo. Quando sembra che descriviamo un albero, un fiore, un animale, un volto, in realtà l’immagine genetica di quella descrizione verbale appartiene in toto alla nostra esperienza, e ridarne il profumo è forse impossibile, poichè soltanto noi sappiamo che cosa vuol significare quell’albero fiore animale volto che va a comporre la realtà verbale del verso. Se il lettore s’impossessa di quelle parole che noi scriventi abbiamo creduto nostre la cosa si complica felicemente, perchè entra in gioco la memoria del lettore, e va a mescolarsi a quanto ha prodotto la nostra, creando una nuova entità a noi scriventi totalmente sconosciuta. Il miracolo della scrittura si compie davvero soltanto grazie al miracolo della lettura.

    E per stasera è tutto.

    Buona serata cara Carla

    g.

  20. è molto poetico e bello quando scrivi che: “il lettore, quando si immedesima nella parola dello scrivente, va a mescolarsi a quanto ha prodotto la nostra memoria creando una nuova entità …”
    perchè questo indica un completarsi che non è a senso unico ma coinvolge altri mondi.

    il miracolo della scrittura si compie soprattutto quando sentiamo di avere cose da dire, l’urgenza di dire le cose…
    la lettura aiuta il linguaggio e la formazione di uno stile, magari, ma non è determinante per la stesura di uno scritto.

    Kafka, nella metamorfosi, ha descritto una diversità, ha descritto forse la sua interiorità, l’angoscia della solitudine per esorcizzare l’isolamento …

    sempre stimolante *dialogare* con te, Gianmario

    buon pomeriggio :-)
    c.

  21. Scrivi: “l’urgenza di dire le cose”; certo, ma se aveva ragione Blanchot (“l’insensato gioco di scrivere”, frase peraltro che non è sua) dobbiamo ahimè accettare di non sapere perchè scriviamo, e dicendo questo mi riferisco soprattutto (ma non soltanto) alla scrittura creativa, che è proprio quella più segreta, più difficile da giustificare presso chi non ha questo che appare come un “vizio”, o una malattia (T. Mann). E’ probabile che lo scrivente, richiesto di un “senso” rispetto al fatto che scrive, risponda, risponda qualcosa che crede che lo riguardi davvero, e che pensi che questo qualcosa sia corrispondente a una “causa” del fatto che scrive. Ma non è mai così semplice, e forse, se uno continua a chiederselo, è probabile anche che si faccia del male, e smetta di scrivere, o ne perda la spontaneità “naturale”, quella quota di spontaneità che chiamiamo, in mancanza di meglio, “ispirazione”, ma che non sappiamo mai che cosa sia realmente: la viviamo e basta. Platone la chiamava “mania”, follia, ed era del tutto inconsapevole di sè, ma questa risposta non rispondeva granchè, gli serviva soltanto per prenderne le distanze e opporle la “sofia”, anch’essa una forma di follia ma, a differenza della precedente, del tutto consapevole in chi la praticava. Quell’urgenza che preme e chiede di esprimersi rimane allora un mistero? o è un segreto che conosce soltanto chi lo pratica? o altro ancora? Ogni generazione ha il compito di produrre i suoi poeti, grandi e piccoli, e forse questo è tutto…

    Buona serata

    g.

    1. è un po’ quello che sto vivendo io adesso…la perdita dell’ispirazione, la sensazione di non avere più niente da dire …credo sia più terribile del fatto di voler dire con urgenza le cose.

      La spontaneità naturale dello scrivere è un dono bellissimo che non bisognerebbe mai perdere.

      Chissà cosa nasconde l’urgenza, quello che so per certo è che vorrei ritornasse nella mia penna per comporre ancora poesia …

      Una buona serata, mio carissimo
      c.

  22. Cara Carla, abbi fede (nella poesia che va e che poi, magari come è successo a me dopo dieci anni, torna). Proprio perchè di questa signora si sa poco, anche se chi la frequenta non può che amarla anche in sua assenza, da essa non si può pretendere nulla. Ma torna, ci vuole pazienza, virtù cui ho dedicato molte parole sia in versi che in prosa, e che ho imparato ad apprezzare in circostanze analoghe alle tue. Nel frattempo, se posso dare un suggerimento, è bene riscrivere quello che si è scritto, o comunque rileggere, perchè in quelle parole che un giorno furono nostre e che ora sembrano latitare e rifiutarsi ai nostri amplessi ci siamo ancora dentro noi fino al collo, anche se ora magari sono lontane nel tempo e ci sembrano scritte da altri. Bisogna ritrovarsi per sapere che in verità non ci siamo mai persi, bisogna rileggersi per sapere che in verità non abbiamo mai smesso di scrivere, dato che leggere, e soprattutto leggersi, è un’altra forma di scrittura. La terribilità del fatto di non scrivere più dipende forse anche dal fatto che non sappiamo accontentarci di quello che ci è stato dato, e che ci potrà essere dato di nuovo se sapremo porci nelle giuste condizioni d’attesa, abbandonandosi al lasciar essere (dico questo senza derive heideggeriane, però).

    Fidati della pazienza. Stai bene.

    g.

    1. Grazie Gianmarco, mi fai ricordare una splendida poesia di Antonia Pozzi: Confidare
      in particolare questi versi:

      *Ho tanta fede in te. Son quieta
      come l’arabo avvolto
      nel barracano bianco,
      che ascolta Dio maturargli
      l’orzo intorno alla casa.*

      Buon tutto e un abbraccio!
      c.

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