Gli increati

Antonio Moresco, Gli increati Antonio Moresco

“Quando ho cominciato non avrei mai immaginato che stavo mettendo mano a qualcosa che avrebbe occupato più di trent’anni della mia vita (né avrei immaginato che mi sarebbe toccato vivere ancora trent’anni in questo mondo di merda per poterla portare al culmine), se no ne sarei rimasto schiacciato prima ancora di cominciare, le mie poche e disperate forze non mi sembravano sufficienti neppure per mettere al mondo Gli esordi, figurarsi per tutto il resto. Sono andato avanti come una bestiolina cieca, come un povero asino che trascina un carro che non sa cosa porta, eppure, fin dalle prime pagine degli Esordi, a mia stessa insaputa, buttavo lì certe parole, certe frasi che non capivo da dove venivano ma che presupponevano qualcosa d’altro, una direzione verso cui, fin dall’inizio, senza saperlo, stava andando questo magnete in forma di libro e anch’io stavo andando.” (Antonio Moresco)

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Le città dei morti

     È tutto buio. Ci sono dappertutto macchine piene di morti, treni pieni di morti, aerei pieni di morti, nelle città sprofondate nel sonno, lungo le strade, le ferrovie, negli aeroporti, nel cielo. Tutto il mondo è attraversato dalle carovane dei morti.
Viene da ogni parte un rumore sordo, un fragore, come se stesse piovendo a dirotto, diluviando, e tutta l’acqua si stesse trasferendo dal continente capovolto del cielo a quello della terra. Ma forse non sta piovendo, non sta diluviando, è solo un modo di percepire con le superfici dislocate dei corpi quello spazio dalla consistenza diversa, l’allagamento verticale del tempo.
Metrò che corrono nelle gallerie buie sotto la linea dell’orizzonte, dalle vetture tutte piene di morti. Morti che camminano attoniti lungo le strade, come bendati. Macchine guidate da morti e piene di morti che guardano fuori dai finestrini bui con le loro facce morte. Aerei che si alzano in volo guidati da piloti morti e tutti pieni di morti. Stazioni gremite di morti che aspettano il loro treno, fermi lungo le banchine e sotto i tabelloni elettronici degli orari dalle tessere che ruotano senza mai fermarsi. Treni che corrono con i vagoni illuminati nel buio, tutti pieni di morti… Non vi è mai capitato di vederne, con le luci sfuocate per la velocità, mentre vi oltrepassano in pochi istanti sulle rotaie a fianco della vostra auto che corre sull’autostrada, e voi continuate a guidare sbadigliando con gli occhi socchiusi, velati da quelle lacrime che si formano per il sonno, e intanto pensate, fantasticate di avere intercettato nel buio del mondo un fascio di vite che corrono come voi nella notte?
Non è così, quei treni sono tutti pieni di morti.
Anche gli alberghi sono pieni di morti. Nelle stanze ci sono corpi morti incastrati e compenetrati tramite i loro inguini e i loro apparati escretori morti. Negli atri e ai banchi delle reception si accalcano donne e uomini in partenza per il regno dei morti. Ritirano i documenti, i bagagli, si mettono in fila sotto le pensiline in attesa del loro turno, mentre i taxisti morti continuano a caricarli, mettono le loro valigie nei bagagliai, ripartono per le stazioni, gli aeroporti, e non c’è nessun tassametro da guardare durante il viaggio, il display è vuoto, solo la faccia dell’autista che guida con gli occhi come bendati riflessa nello specchietto retrovisore. Mentre qualcuno indugia ancora un po’ nelle stanze, ai piani più alti, vicino alla valigia già pronta, e guarda per l’ultima volta da dietro i vetri le città dei vivi illuminate a perdita d’occhio.
Anche i cinema si stanno svuotando alla fine dell’ultimo spettacolo, gli spettatori morti si sono già alzati dalle loro poltrone, si allineano verso le uscite, dopo essere rimasti seduti al buio a guardare con gli occhi chiusi i volti ingigantiti degli attori morti sopra lo schermo. Anche i teatri, con i loro palcoscenici pieni di corpi attoriali e canori morti. Anche i ristoranti, dove camerieri morti portano i piatti pieni di cibo alle tavolate dei masticatori morti, aiutano i clienti e le clienti a indossare le giacche, i cappotti foderati e col colletto di pelo, i piumini, li coprono con l’ombrello all’uscita, come se piovesse a dirotto, anche se non piove, è solo il tempo che viene giù all’incontrario nella densità dello spazio vuoto, mentre davanti alla porta aspetta già il taxi a motore acceso, col tassametro spento. Anche gli stadi illuminati dai riflettori alla fine delle partite notturne, coi calciatori morti che lasciano il campo e vanno a fare la doccia negli spogliatoi, e le folle dei tifosi morti nelle strettoie dei corridoi che portano verso le uscite, fino ai grandi torpedoni in attesa a motore acceso, i loro autisti morti con le mani già sopra le ruote dei volanti, inalberati su sedili altissimi come troni. Anche le sale dei videogiochi, con le loro bolle colorate su cui palpitano impulsi morti, gli internet point con le loro schiere di volti attoniti di fronte agli schermi al plasma, gli ippodromi dove corrono sagome elettrizzate di cavalli morti, le piazze gremite di moltitudini di ragazzi morti in fusione nella catastrofe ritmica dei concerti. Anche le grandi discoteche accecate, dove rimbombano negli intestini masse di suoni morti, tra quella ressa di corpi in cui è già iniziato il travaso di liquidi dalle strutture delle cellule divorate. Escono imbambolati da quelle pance piene di liquami di luce e suoni. Qualcuno li sorregge ai lati mentre barcollano ubriachi, impasticcati, drogati, li spinge a forza nelle macchine e nei taxi che si fermano con le portiere spalancate davanti a quelle metastasi di particelle morte di luce, li carica uno dopo l’altro, a badilate, i vestiti scomposti, la biancheria tormentata, le pompe cardiache in tumulto, i corpi ancora ricoperti di sudore morto e di liquidi seminali seccati…
Ma poi non lo so se sono davvero treni, macchine, aerei, alberghi, cinema, teatri, ristoranti, stadi, sale di videogiochi, internet point, ippodromi, piazze, discoteche… Mi esprimo così, in modo figurato, per cercare di farvi capire. Tutto il mondo è un transito di morti.
Non si vede niente, è come se ti bendassero e poi ti facessero ruotare molte volte su te stesso per farti perdere l’orientamento.
È tutto buio. Nessun punto di riferimento. L’oscurità più profonda, come non è dato conoscere ai vivi, neppure quando si trovano in qualche posto isolato e fuori dal mondo dove sono andati per separarsi da tutto e da tutti e sparire, dopo avere visto come stavano veramente le cose e averne avuto abbastanza, e piove a dirotto da tre giorni e tre notti, diluvia, e anche la pioggia è nera, e la luce nella casa è saltata, l’unico lampione che c’era fuori è stato sbatacchiato e poi fracassato dalla violenza del vento, il cielo è completamente coperto di nuvole nere che occludono ogni varco alla luce, ed è notte fonda, non un bagliore, un riflesso, da nessuna parte, dalla terra, dal cielo, guardano fuori dalla porta e non vedono niente, assolutamente niente, il mondo cancellato, scomparso, non si scorgono i contorni delle cose, il piano su cui poggiava il creato, non si distingue la terra dal cielo, a fare un passo in avanti sembra di tuffarsi in una massa nera che sta divorando le forme. Magari è successo anche a voi, in un momento della vostra vita in cui non volevate più avere niente davanti agli occhi, più nessuno, più niente, per nessun motivo, per sempre, in cui anche il cuore si era stancato di sanguinare, la mente di pensare, di sognare, di soffrire, di ricordare. Ecco, l’oscurità in cui siete immersi è mille volte più profonda, non ha termini di confronto.
Siete arrivati al limite dell’esponenzialità della luce e del mondo.
C’è sempre quel leggero fragore come di pioggia oppure di spazio sostanziato. Percepite la presenza buia di altri corpi che compenetrano le vostre spalle con le loro spalle soffici. State correndo anche voi su una di quelle macchine che solcano a carovane la notte nera del mondo.
Non vedete niente, perché è come se vi avessero bendato gli occhi. La vostra testa è dentro un cappuccio molle che è il cappuccio nero del mondo. La macchina corre immobile, come su un piano inclinato, ma percorso dall’incontrario, da dentro. Il fragore sale. Percepite la massa soffice dei due corpi seduti vicino a voi, che vi accompagnano, che vi scortano, i busti eretti, i colli arcuati, le teste un po’ arrovesciate, gli occhi come bendati.
“Dove mi trovo?” vi domandate. “Che regno è questo? Che sia il regno dei morti?”
Perché, dentro la morte, non si percepisce la morte.
Le strade sono nere, non si distinguono i limiti tra le strade e il resto non tracciato del mondo. Ci devono essere altri due anche sul sedile davanti. Nella macchina nessuno parla, c’è un profondo silenzio. L’autista guida con la testa un po’ inclinata sul fianco, come se cantasse. Però non canta. Non esce un suono dalla sua bocca. Ha gli occhi chiusi, bendati. Oltre i finestrini si cominciano a evidenziare masse buie dentro cui si divincolano forme.
«Chi sono quelli?» provate a domandare a chi sta premuto contro di voi in quello spazio buio che corre inclinato sopra l’inclinazione del mondo.
«Sono i morti.»
«Che città sono queste?»
«Sono le città dei morti.»
La macchina corre senza fare rumore. Siete dentro una carovana di luci che si spostano nel buio rovesciato del mondo. Il viaggio è lungo, non si capisce se è interminabile o se è istantaneo, non lo si può capire, non lo si è mai capito, perché la massa spostata e la velocità dello spazio e del tempo ruotano all’incontrario attorno a un unico perno. Un numero sempre più grande di morti sta facendo ala al vostro passaggio. Sono le schiere dei vecchi morti che accolgono l’arrivo delle carovane dei nuovi morti. Uomini, donne, bambini, di ogni luogo, di ogni tempo, allineati ai lati di quelle voragini che si possono percepire come strade, anche cani seduti a fianco dei loro padroni morti, anche altri animali che spalancano le loro ali nel buio. A perdita d’occhio, lungo i percorsi che conducono alle sconfinate città dei morti che ricoprono il mondo.
Il fragore cresce. Il muro dei morti che fa ala al vostro passaggio diventa sempre più spesso. Viene un suono di finimondo da quella poltiglia di figure agglutinate e intraviste. Rumori e voci di esultanza e sfracello. Tutta l’aria vibra di clangori e di suoni, come se un numero sterminato di braccia stesse battendo con forza le spade contro grandi scudi, nel buio.
«Che cos’è questo clangore?» provate a chiedere ancora.
«Sono le risate dei morti.»
Rimanete così, la testa girata verso il finestrino, contro quelle barriere di figure balenanti e di suoni che salgono dal profondo dello spazio e del tempo.
«I morti ridono?»
«Sì, ridono. È così che accolgono i nuovi morti.»
«Ma perché ridono?»
«Ridono perché ormai sanno cosa succede dopo. Perché sanno che la morte non c’è, non c’è mai stata. Perché sanno che nel mondo non sta avvenendo una distruzione, che non esiste neppure la consolazione della distruzione.»

***

(L’estratto del romanzo di Antonio Moresco – Gli increati – Milano, Mondadori, 2015 – è tratto da qui. Il pdf contiene le prime cento pagine dell’opera.)

Antonio Moresco, Gli increati

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