Maestri silenziosi (XI)

René Magritte, Les eaux profondes, 1941

Gianmarco Pinciroli

Dall’immortale pace
sorge vergine morte
e reca, al fin d’autunno,
sulle vigne contorte
i venti senza pace
e il vel notturno

Carlo Betocchi

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Novembre 2004)

foglio 11: novembre

794. Quando uno scrivente, di quanto va scrivendo, afferma: «Questo è il mio libro», allora quelle pagine diventano incommensurabili. E lo diventano non soltanto per un qualsiasi, improbabile lettore di quelle pagine, lo diventano anche per lui, lo scrivente. Lì giace incorrotta e sepolta per sempre la sua vita, o meglio: quello che ha ritenuto fosse e dovesse essere la sua vita, che giorno dopo giorno se n’è andata col suo passo, indecifrabile se non in superficie attraverso l’orologio o il calendario. L’incommensurabilità di quelle pagine è segno che siamo di fronte ad una scrittura diaristica, nel senso più ovvio e diretto del termine: siamo di fronte alla registrazione puntuale e diligente del mistero quotidiano di una persona che si è data, giorno dopo giorno, alla scrittura, al suo senso insensato, al rischio che comporta una presa quotidiana di distanza dalla comune immediatezza. «Questo è il mio libro», afferma un tale scrivente, ed è un libro che vive per quel tanto che muore con lo scrivente, per quel tanto che rischia di decomporsi sotto i suoi occhi diventati d’un tratto freddamente analitici, per quel tanto che rischia di fermarsi come la vita, d’arrestarsi di fronte allo scacco di una domanda che non ha risposta, la domanda di tutte le domande, la richiesta, il desiderio, il bisogno di un perché che non deve necessariamente trovare risposta dentro un giro di parole.

796. Ma «Questo è il mio libro» che cosa significa veramente? Il diario è dunque anch’esso un libro? O addirittura un’opera? E in quel mio che cosa sta racchiuso, quale sogno, quale desiderio, quale bisogno, quale progetto, quale intenzione, quale fallimento essenziale? Verrebbe voglia di rispondere: il libro compensa una mancanza, risarcisce una perdita, sostituisce la realizzazione di un desiderio, supplice una responsabilità più immediata, consente di non valicare il muro dell’esistenza dando l’impressione di averlo valicato, o che non valga la pena di valicarlo, o che non si debba valicarlo, o che non ci sia alcun muro da valicare, o che sia facoltativo e irrilevante valicarlo, o che valicarlo consista esattamente in questo: scrivere. Questo verrebbe voglia di rispondere, ma questo non possiamo rispondere, o questo soltanto non possiamo rispondere se intendiamo domandarci: «Il diario è dunque un libro? O un’opera?» Con quella risposta ci avviciniamo un poco al problema che si apre con la determinazione di possesso rispetto all’appartenenza delle pagine diaristiche. «Questo è il mio libro», però, per quel tanto che è in grado di chiarirsi circa il mio della scrittura diaristica, confonde enormemente lo sguardo a chi si chiede a che cosa quelle pagine somiglino, e che struttura scritturale già nota esse intendano configurare. Un libro? Un’opera? Infatti, una scrittura diaristica concettuale nasconde l’evenemenziale risolvendolo in pensieri fuori dal tempo, eppure, al tempo stesso, siglati da una data in esergo che forse, in più di un caso, intende anche suggerire l’occasione temporale cui quei pensieri, apparentemente atemporali, possono esser fatti risalire. E allora un libro è un alcunché che si apre e si chiude, e un’opera nasconde il proprio mistero entro i limiti di un inizio e di una fine; dunque, il diario non è né un libro né un’opera, tutt’al più è un farsi incessante e insoddisfatto, quotidianamente insoddisfatto, di un libro o di un’opera. In questa quotidiana insoddisfazione sta il senso dell’operazione (non dell’opera, quindi) e riposa anche l’unica immediatezza cui possa metter capo una vita risolta negli attimi della sua scrittura, anzi, della sua scritturalità.

805. Ma può la scrittura valere come un alone di luce che ci protegge dalle tenebre, dall’esserne inghiottiti? Talvolta, presso alcuni scriventi più che presso alcuni scrittori, o presso alcuni scrittori che, in quel caso, sono degli scriventi e non degli scrittori, sembrerebbe la scrittura la grande voragine che inghiotte, sembrerebbe la scrittura la grande tenebra tutt’attorno, e l’alone di luce lo sfondo desiderato e non raggiunto mai da quello scrivente. C’è dunque una scrittura vorace e annichilente, una scrittura che seppellisce il cuore e la mente, una scrittura-abisso che divora la vita dello scrivente fino ad allontanarlo sempre più, non dico dalla luce che giace là in fondo, sempre più lontana, ma persino dalla soglia in penombra, dai margini del circolo salvifico. Chi legge non ne sa nulla, costui, dal canto suo, ha già le sue tenebre, il suo desiderio di luce là in fondo, e nelle tenebre degli altri, nelle tenebre nelle quali gli altri hanno scritto e infine sono affondati, cerca – paradosso soltanto apparente! – un aiuto, una consolazione, persino una salvezza.

816. «Tu ci provi, e ci provi tutti i giorni. Il fatto che scrivi pur sempre qualcosa – e non rileggerti, non ne vale la pena… – lo sta a testimoniare, così sei vivo e ami anche tu, a modo tuo, la vita. Prima forse la amavi di più, eri più conciliato col mondo, oggi meno, perché la solitudine è una condizione difficile, e se per di più te la sei cercata, anche se non te la sei cercata per come poi s’è messa, non puoi incolpare nessuno, forse nemmeno te stesso. Ma nel frattempo incolpati pure, è sempre meglio credere di essere interamente colpevole del proprio disastro piuttosto che trasferire la responsabilità del danno su altri; in fin dei conti non è poi molto importante di chi sia la colpa se stai male, quel che conta è che tu puoi uscirne, anche se ora non sai come. Ti è stato detto: “Impara a volerti bene”, ma sembra facile amare la vita e insieme amare se stessi, invece non è facile e non è nemmeno automatico. Infatti, è proprio perché, malgrado tutto, tu ami ancora la vita che non ami te stesso, è proprio perché non sei capace di amare te stesso che, volendo essere altro da quello che sei, puoi ancora immaginare di amare la vita. Tu, per come sei, non puoi amare la vita, devi poter essere diverso, devi poter avere attorno qualcuno che ti faccia sentire diverso da come ti sei sentito finora, qualcuno che ti consenta di poter essere diverso da come sei stato finora. Finché resti così solo, però, nulla sarà mai possibile per te.» Da un frammento di una lunga lettera, più perduta da una tasca che buttata a terra da una mano disperata. Disperata? Certamente, disperata: infatti, questa lettera sembra essere scritta da qualcuno a se stesso.

819. Il dovere di uno scrivente del ‘diario concettuale’: cavare il più possibile il generale da ognuno dei propri casi particolari, anche il più insignificante. Solo così chi scrive si salva. Questo non è forse sempre possibile? Si direbbe di sì, si direbbe cioè che non possa esistere accadimento quotidiano che non possa trovare la sua legittimazione ad un livello più nobile del suo semplice accadere, sembrerebbe insomma non esistere nulla di accidentale. Noi viviamo quotidianamente in mezzo alla più greve sostanzialità, ed è soltanto la nostra pigrizia intellettuale, la limitata portata della nostra capacità di giudizio, della nostra immaginazione produttiva, che non sa dedurre l’essenziale da ciò che a tutti gli altri parrebbe inessenziale. Si possono scrivere racconti su una stringa slacciata, poesie su un timbro di voce femminile, filosofie su una stretta di mano; il problema è tutto qui: rendere sempre più acuto lo sguardo interiore, fare la punta al proprio vocabolario, non lasciarsi sfuggire nulla rispetto ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Si tratta dunque di essere apparentemente disumani nell’umano, di essere umani in eccedenza, di esorbitare dai limiti posti dalle convenzioni del pensare e del sentire, di lasciar traboccare l’uomo dall’immagine che presume di contenerne i possibili, i quali possibili sono, per l’appunto, non mai esattamente delimitabili, poiché sono possibili sia rispetto alla loro natura sia rispetto al loro numero sia rispetto alle loro conseguenze, alla loro portata conoscitiva. Siate disumani dunque, viaggiate oltre l’uomo sì, ma dentro l’uomo: Nietzsche per un po’ fa da guida, poi però non è più in grado di orientare lo scrivente, il suo übermensch non sembra molto interessato alla scrittura quanto piuttosto alla vita di cui la scrittura è soltanto vicaria, così egli deve imparare a fare da sé, se è diventato uomo oltre l’immagine di uomo che lo conteneva: ha rotto gli argini, ha spezzato i bordi della brocca, ha debordato e ha preso a scrivere, a scrivere, a scrivere: incessantemente.

824. Ci sono giorni in cui il carico di bellezza e di conoscenza è così elevato che non si sa più nemmeno come riposare. Poesia, musica, filosofia, arte, conversazioni dotte e silenzio tra un evento e l’altro; e poi, la sera, un’immensa stanchezza e l’impressione di non riuscire più ad avere a che fare col banale, con l’ovvio, col normale. Poiché il normale ubbidisce alla norma non scritta della medietà, bisogna pur riconoscere che conoscenza e bellezza eccedono regolarmente tale normatività. La norma prescrive, e prescrivendo impone e censura, mentre la regola chiede d’impostare, sulla sua base, un gioco, cosicchè, disubbidendole, o si disattende quel gioco o se ne inventa un altro. La regola ammette la trasgressione come evento creativo, la norma punisce la trasgressione come evento etico. Forse è proprio per questo che non ci può essere schietta e feconda comunicazione tra genuino sapere e senso comune, tra bellezza e conoscenza autentiche e banalità e ovvietà del sapere normale. La bellezza e la conoscenza autentiche esigono sia l’ubbidienza che la trasgressione alle regole di un gioco, mentre la normalità esige solo ubbidienza, ed il contesto in cui accade ciò che è normale non è mai un gioco.

827. E’ possibile scrivere un libro all’anno? Sì, ma dipende dal libro che s’intende scrivere. Un libro che lascia crescere su se stessa la pagina iniziale, un’infinita variazione sul tema, che interrompiamo provvisoriamente ogni giorno perché ci sembra che tutto di quel tema sia stato detto, o per altri motivi, e che poi riprendiamo il giorno dopo, è un libro annuale possibile, ed è possibile nella misura in cui esso non necessita di una rilettura e di una revisione, poiché ogni sua pagina, aggiunta alla precedente, ha bisogno per giustificarsi di quella pagina precedente così com’è, costituendosi essa come una pagina, rispetto alla precedente, così come dovrebbe essere. Un simile libro utopico, sempre differito, sempre insoddisfatto, sempre da farsi, un simile libro è annualmente possibile, valendo, nei confronti di libri analoghi scritti negli anni a seguire, proprio come ognuna di quelle pagine nei rispetti di ognuna delle loro precedenti. In tal modo, però, la sequenza dei libri non costruisce forse un’opera perennemente inconclusa? non mette in movimento una scrittura ininterrotta? E tale è la situazione sia per quanto riguarda il complesso di questi libri-anno, sia per quanto riguarda ognuno di questi libri-anno rispetto alle pagine che lo compongono, a tal punto che finisce per non avere nessuna importanza la distinzione in libro annuale e pagina giornaliera, essendo ambedue figli infelici e vibranti di uno stesso progetto fallimentare, senza possibilità di raggiungimento di uno scopo, l’opera, che dunque è sempre aldilà, che è sempre l’aldilà, la trascendenza dell’opera che si va scrivendo di giorno in giorno, di anno in anno. Una mistica vuota della scrittura brucia tutto il senso e lascia lo scrivente solo e indicibilmente povero. Eppure…

828. Troppa severità uccide la scrittura. Bisogna lasciare spazio a chi pensa e scrive all’insegna della sperimentazione, poiché nello sperimentare ne va della sua vita, non della congruenza logica delle cose che scrive e che pensa. Chi sperimenta va a tentoni, fa un passo avanti e poi uno indietro, è fatale che così accada, di modo che quando costui rende conto dei risultati della sua ricerca, se si ignora il percorso che l’ha portato fino lì, è fin troppo facile crocifiggerlo alle sue contraddizioni. Ma sono i risultati ciò che più conta? No, e non è importante nemmeno la strada, magari contraddittoria, che ha fatto fin lì, poiché ciò che è davvero importante è che egli possa continuare a camminare lungo la sua strada, ed è che egli possa ancora e ancora e ancora sperimentare, sperimentare infaticabilmente. Le contraddizioni devono poter servire a continuare, non a fermarsi nel dubbio di avere sbagliato tutto; d’altra parte, chi osserva dall’esterno la propria avventura di pensiero, è davvero così esente da contraddizione nel suo rilevarne la presenza soltanto nel pensiero altrui? In fondo, bisognerebbe poter comunicare allo scrivente soltanto contraddizioni costruttive…

832. La terribilità di certe situazioni non è sanabile. Ci sono scriventi che non sanno quello che scrivono, e ce ne sono altri che, pur sapendo quello che scrivono, non possono farlo sapere agli altri perché mancano delle dovute credenziali. Talvolta i secondi, per disperazione, approdano alle secche dei primi, e probabilmente, se vogliono continuare a scrivere, non possono fare diversamente. D’altra parte, se vuoi essere letto perché per es. scrivi di musica, devi poter dimostrare in qualche modo ufficialmente che sei un ‘esperto’ di musica (un titolo, un libro, una collaborazione), e se vuoi essere ascoltato perché per es. scrivi di letteratura devi poter avanzare sul tavolo delle trattative una qualche dimostrata autorevolezza come poeta, o narratore, o critico, o simili, e se vuoi scrivere per es. di filosofia, devi per lo meno essere laureato in questa disciplina (ma non ti basterebbe comunque…). Così, chi non ha nessuno di questi prerequisiti, non è nulla rispetto a ognuna di queste discipline. E chi non è nulla rispetto ad esse, se vuole scrivere, non sa né che cosa realmente scrive né per chi, naturalmente. Si potrebbe dire: chi è nessuno non scrive qualcosa per qualcuno, ma nulla per nessuno, nemmeno per se stesso, essendo egli nessuno.

839. Che cosa c’è di più indecente che pensare alla propria morte? Pensarla da vivo, pensarla con l’elegante corredo delle ultime parole famose, con la soddisfazione di ultime, e autentiche proprio per questo forse, come tanto autentiche non furono mai, solidarietà affettive da parte di coloro che per te hanno contato, ma dai quali ritieni non aver avuto mai nulla più che qualche briciola, magari interessata. E’ il massimo dell’indecenza, poiché, nella patetica autocommiserazione che ne risulta, tu ancora una volta affermi sopra tutti te stesso, come se in verità tu non volessi mai morire, come se tu non sapessi affatto morire, e anche come se tu davvero del fatto reale di morire non sapessi nulla. L’indecenza sta nel fatto che l’immaginazione si costruisce una morte sulla misura della tua presunzione, come se il fatto di morire fosse un evento eccezionale per tutti, ma per te diversamente che per gli altri, poiché tu, indipendentemente dal fatto che devi morire, saresti dotato di eccezionalità, di una eccezionalità tale da riverberarsi fatalmente su tutti coloro che ti stanno attorno, tu vivente, tu morente, su tutti gli astanti, su tutti gli spettatori paganti della tua vita fino all’ultimo respiro. Dentro un’indecenza così strutturale, persino una morte in totale solitudine agli occhi tuoi conserverebbe questi tratti di nobiltà, di eroismo tragico; i grandi, talvolta, muoiono soli e la loro fama, postuma, li insegue, li stana, ormai cadaveri, e li porta alle stelle, proprio loro che seppero vivere e morire in disparte, forse sdegnati dalla volgarità del mondo, appartati nel loro saggio segreto di vita.

Questi i pensieri notturni di un pensante indecente, che fa finta di non sapere che nessuna morte ha mai conservato nulla di nobile per nessuno, perché quando la macchina del corpo cede all’immane fatica di sorreggere la malattia, abbandona la luce della mente a se stessa e l’ultimo bagliore di un pensiero, a quel punto, è un lume muto e invisibile a tutti.

842. Vedere gli altri a partire da sé, vedere gli altri a partire dagli altri, essere gli altri dimenticando sé. Sono tre posizioni con una loro valenza etica, differente nei tre casi. Tra la prima e la seconda non c’è contraddizione, ma soltanto una diversa focalizzazione del punto di partenza, il Sé nel primo caso, l’Altro nel secondo caso, senza probabilmente che i risultati dei due sguardi debbano per forza divergere irreparabilmente; la contraddizione oppone ambedue queste posizioni ad un’unica e comune, la terza: quella che vede sé a partire dagli altri, intendendo con quello sguardo uno sguardo fondativo di Sé a partire dall’Altro, ma non uno sguardo fondativo di Sé utilizzando l’Altro, perché altrimenti questa posizione assomiglierebbe molto alle prime due; questa terza, invece, sostituisce al vedere l’essere, ovvero sostituisce ad una relazione di distanza, in cui c’è posto anche per l’eventuale utilizzo dell’Altro, una relazione identificatoria, all’interno della quale per l’Altro in quanto mezzo non c’è posto. Ed infatti, la terza posizione entra in contraddizione con le prime due proprio per questa valenza ontologica, e non soltanto gnoseologica, tra Sé e l’Altro, e la contraddizione si viene a impostare ogni volta che una delle due prime posizioni, che sono posizioni semplicemente gnoseologiche, ambiscono a valere anche sul piano ontologico, e quindi fondativo. Di modo che, sul piano della relazione tra il Sé e l’Altro, è solo nella misura in cui tale relazione coinvolge l’essere dei due relazionanti che si può parlare di vero e proprio piano etico della relazione, poiché in tutti gli altri casi sussiste l’ambiguità, a causa della quale ciò che ora vale come fine potrà anche valere un giorno, all’interno di quella posizione che prevede tra i due relazionanti una qualche distanza, come mezzo; è per questo che l’ontologia relazionale custodisce al suo fondo autentico una rilevanza etica, e l’impostazione etica del pensare, a sua volta, ha una necessaria ricaduta ontologica, ed è infine per questo che qualsiasi forma di gnoseologia risulta legittimata solo se sa subordinarsi ad un pensiero che ha già, in precedenza, impostato la propria relazione con l’alterità.

2 pensieri su “Maestri silenziosi (XI)”

  1. 828. Troppa severità uccide la scrittura. Bisogna lasciare spazio a chi pensa e scrive all’insegna della sperimentazione, poiché nello sperimentare ne va della sua vita, non della congruenza logica delle cose che scrive e che pensa.

    anche la troppa normalità.

    c’è un detto che afferma che l’abitudine uccide il desiderio e la scrittura deve essere anche desiderio.

    ciao Gianmarco!
    c.

  2. Cara Carla, hai assolutamente ragione. Anzi, toglierei l’anche alla frase “la scrittura deve essere anche desiderio”. Penne assai più nobili della mia l’hanno affermato e dimostrato, e penso che non esista letteratura senza desiderio, e che l’abitudine a scrivere possa creare, sì, una buona professionalità, ma non mai buona letteratura. Sono di quelli che elogiano il fatto di essere un dilettante della scrittura, perchè il dilettante ha dalla sua il diletto dello scrivere, e nel diletto riposa il desiderio. Detto questo, però, bisogna avere la pazienza di pensare quale sia l’oggetto del desiderare scritturale. Io credo che scrivere sia un atto di conoscenza effettuato attraverso la ricerca della bellezza; o meglio, credo che possa essere anche questo (qui l'”anche” è d’obbligo). Sicuramente lo è quando si fa poesia; le cose si complicano rispetto ad altre scritture. Non ignoro, inoltre, l’ambiguità della parola “bellezza”. Io che amo Beckett mi rendo conto che, per declinare in termini di bellezza la sua scrittura, devo effettuare parecchi passaggi ben argomentati. Anche per definire bella certa pittura o certa musica occorre fare analoga fatica. In certi casi alla parola bellezza si possono sostituire altri termini, ora non saprei bene dire quali, ma va sempre tenuta presente la grande dicitura greca classica che abbina al bello il bene e il vero. Il dilettante della bellezza allora è anche dilettante di ciò che è buono ed è forse l’unico che possa toccare con un dito la verità, la semplice verità.

    Ti auguro bella, buona e vera scrittura.

    g.

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