Maestri silenziosi (XII)

Jean Dubuffet, Grand maître of the outsider, 1947

Gianmarco Pinciroli

E se non posso dire del mio amore…
Costantino Kavafis

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Dicembre 2004)

foglio 12: dicembre

848. E’ pur vero che anche i libri muoiono. Non nel senso che finiscono, se chi li scrive decide che lo sviluppo delle argomentazioni è concluso, né perché la logica e le argomentazioni stesse, in prima persona, decidono ad un certo punto che stanno finendo e che è ora di concludere la faccenda, cosicché il libro si chiude silenziosamente da sé. No, non si tratta di questo. Il fatto è che subentrano nuove forme; i contenuti sono sempre gli stessi, e alcuni di quei contenuti non si lasciano certo liquidare, sono abbastanza proteiformi per ripresentarsi anche dentro quei nuovi contenitori che s’impongono allo scrivente e alla scrittura. Si tratta dunque di chiudere un libro per aprirne un altro: i libri che si aprono, e quelli che si chiudono, ambedue i tipi di libro non contano nulla, conta la scrittura, conta la fatica quotidiana di uno scrivente che è vivo per quel tempo, per quella durata, durante lo svilupparsi di quel discorso che qui e ora occupa la mente, il cuore, la pagina. Sentilo dunque morire, il tuo libro, uomo che scrivi, senti la sua stanchezza, il suo desiderio di sonno, la sua vocazione segreta a morire, a quest’ultimo sorriso che il tramonto gli concede prima che la notte, la più breve notte dell’anno, conceda ad una nuova creatura di affiorare dalle labbra del buio e di pronunciare la sua prima parola. Sentilo morire, e accompagnalo con discrezione e con amore al suo ultimo giaciglio, dopo aver abbassato la luce sul comodino e aver consentito ad un adagio mozartiano di riempire di sé la stanza del congedo.

850. Un libro, questo libro: legato all’amore? «All’amore di sé», qualcuno che conosci bene ti risponderebbe, e forse avrebbe ragione. Ma l’avrebbe solo in percentuale, magari in buona percentuale, ma non totalmente. Chi scrive un libro come questo non smette di avere davanti agli occhi gli occhi di qualcuno dal quale egli vorrebbe essere letto, da quegli occhi e non da altri. Certo un libro, anche un libro come questo, contiene amor di sé, ma chi è questo sé che, amandosi, scrive, o che scrive per amarsi, o che, pur amandosi, scrive? Infatti, scrivendo, un sé intrattiene un ben misterioso rapporto con l’amor di sé: forse scopre di amarsi proprio scrivendo, oppure, attraverso la scrittura, scopre che può finalmente amarsi in un modo meno solipsistico, allentando la morsa dell’egoismo su di sé, oppure scopre che riesce almeno un poco ad amarsi soltanto scrivendo. Come potrebbe un libro non essere anche tutto questo?

851. Progetti: destituzione progressiva del progetto. Il progetto s’insabbia, oppure svapora, oppure si conclude per l’ottenuto raggiungimento della meta, oppure si rivela un falso progetto, un progetto schermo, un progetto ombra, poiché dietro ce n’era un altro, ben nascosto, che salta fuori all’ultimo momento, imprevisto e distruttivo (nei confronti del precedente). Tutti i progetti di vita di una qualche importanza finiscono per manifestare la loro incongruenza, la loro inconsistenza, la loro vacuità, la loro vanità, la loro assurdità, la loro insensatezza, «e se tu, amore mio che sei infinitamente lungi da qui, sapessi quanto questo è sempre tutto vero, tutto vero di fronte alla mancanza di un aldilà della decisione che ti vieta o ti incita al fare o al non fare, se tu sapessi quanta ombra si cela dietro la luce delle parole che ci siamo detti e che ci siamo scritti, se tu sapessi davvero tutto questo…»

864. La debolezza dell’umano pensare si constata, tra l’altro, in questo: nel fatto che i ricordi, legati ad avvenimenti che vennero vissuti con sentimenti sicuramente negativi (la noia, sopra tutti), a distanza di tempo vengono rammemorati comunque con nostalgia, come se quella negatività fosse ormai svaporata e avesse lasciato, di quegli avvenimenti, la nuda evenemenzialità, ovvero il fatto che comunque si trattava, anche in quei momenti, della nostra vita, e non della vita di tutti astrattamente intesa. E’ una debolezza che potrebbe valere come una grande forza, la forza dell’oblio rispetto allo spiacevole, se nel pensare umano non fosse in gioco la verità, la quale esige il rispetto del vissuto nella sua interezza. Qualcosa del genere, d’altra parte, qualcosa di altrettanto testimoniale nei confronti della debolezza dell’umano pensare, accade anche a livello collettivo, rispetto ai fatti storici: le masse agiscono, pensano, votano come se in Italia, ad esempio, non ci fosse mai stato il fascismo, come se quell’esperienza politica, e tutta l’immensa negatività che s’è tirata dietro, fosse svanita dalla consapevolezza storica dell’odierno abitante di queste contrade, e di essa non rimanesse che il nudo essere stata, quella del fascismo, una semplice esperienza politica di una destra al potere. Guai agli uomini che si dimenticano di che cosa hanno sofferto! Guai ai popoli che dimenticano di che cosa hanno sofferto!

865. L’urgenza di scrivere, talvolta, è dettata non dagli argomenti che sembrano premere dentro di noi, ma dal fatto che altrimenti non si scriverà mai più. Cosicché il fatto di scrivere assume quasi un valore esorcistico, apotropaico, scaramantico nei confronti di ciò che il fatto di scrivere intende significare: il timore di non esserci più. I viventi, e soltanto i viventi scrivono, o intrattengono una relazione col linguaggio che fa di loro, di fronte a loro stessi, degli scriventi, ovvero e comunque: dei viventi. Se poi si assume una tale urgenza, per così dire, extrascritturale come il contenuto vero di quell’urgenza scritturale, allora anche lo stesso fatto di scrivere s’illumina di una luce nuova, assume un senso non propriamente ovvio, un valore non subito scontato. Se si può sostenere che il fatto di scrivere implica una qualche forma di salvezza per lo scrivente, bisogna pur dire che questa funzione dello scrivere è resa possibile da una funzione più originaria legata alla scrittura: chi scrive è vivente, e solo i viventi hanno bisogno di salvarsi, ed il fatto che non sia vero l’inverso, ovvero che chi vive è scrivente, fa della scrittura una asimmetria enigmatica nei confronti della vita, impedendo una facile equivalenza e includendo vita e scrittura e scrittura e vita in quote diverse, all’interno dell’enigma più generale che istituisce l’infinito darsi del dono della vita presso l’uomo. Forse lo scrivente vive di meno, rispetto ad un modello tradizionalmente vitalistico del vivere, ad un modello quasi biologistico, legato in prima istanza al sopravvivere, al semplice vivere biologico, mentre, se si assume come modello una sopra-vivenza, una vita eccedente, se non proprio superiore, una vita ulteriore (per non cadere contro le migliori intenzioni in derive moralistiche) rispetto a quella sopravvivenza biologica, allora lo scrivente vive di più, comprende meglio la tragicità donazionale del vivere, e tutto quello che la riguarda da sempre presso le scritture di ogni tempo.

866. Certo, gira e rigira si scrive sempre delle stesse cose, e in certi casi della stessa cosa. Se una scrittura è nata durante una grave crisi personale, tutto quello che in essa risulterà contenuto avrà per forza a che fare con quel disagio originario, e lo stesso si dica se alla fonte dell’urgenza di scrivere c’è stato un innamoramento, o un disamoramento, o una grande felicità improvvisa che ha rovesciato i termini di una vita fino lì immune da entusiasmi, o un lutto che ha lasciato un vuoto incolmabile. E questo è vero sempre, nel corpo di quella scrittura, sia che se ne parli direttamente, di quella cosa originaria, sia, più spesso, che se ne parli obliquamente, o che non se ne parli affatto, nascondendone la presenza dietro la sua assenza apparente, in realtà: grande ombra nera che il lettore non vede, ma che rende freddo ciò che si va scrivendo sotto l’incombenza di quella grande ala. Così, ogni libro che si manifesta a frammenti, un poco ogni giorno, e senza che vi campeggi chiaramente un tema a far da centro, custodisce un piccolo segreto insignificante (per chi legge), eppure datore di tutto quel poco o tanto senso che esso racchiude; sotto questo profilo, la comprensione profonda di un libro è una fatica piuttosto ardua, poiché non basterebbe una lettura attenta, occorrerebbe una lettura capace di giocare a rimpiattino con lo scrivente, una lettura paziente, capace di aspettare che lo scrivente si tradisca da sé prima o poi, esponendosi controvoglia e per necessità, perché il tempo del nascondimento è scaduto ed ora è necessario uscire allo scoperto per cercare di mettersi comunque in salvo.

871. Leggere le pagine di una persona che si conosce, e leggere le pagine di una persona che non si conosce: sono due letture ben diverse. E’ la prima su cui conviene riflettere. E’ un po’ come se, al significato chiaro e distinto che l’ordine di quelle parole supporta, si aggiungesse un sovrasenso, o un sottosenso, qualcosa in più, comunque, che lo scrivente da noi conosciuto aggiunge senza rendersene conto alla sua scelta lessicale e all’ordine col quale pone in sequenza le parole. Leggere le pagine di una persona conosciuta vuol dire sempre avere l’impressione di avere che fare con parole che, ai nostri occhi, appaiono autobiografiche, anche quando non lo vogliono essere affatto. A chi legge pagine di persona conosciuta, dunque, pare di aver sempre a che fare con ciò che quella persona, facente casualmente parte delle sue conoscenze, è nella misura in cui scrive, dal momento che nello scrivere, come si sa, ne va dell’essere di chi scrive. Sembrerebbe dunque inevitabile, ad un lettore di tale genere, che scrivere, per il suo ‘conoscente’, equivalga a confessarsi, sia che si adotti il trucco di mascherarsi dietro il contrario di ciò che si è, o quello di tacere una buona parte di ciò che si è, o di delegare ad una seconda persona ciò che si è, o di rendersi anonimo dietro una terza persona, o dietro un registro di scrittura scientifizzante, saggistica, filosofica, e chissà quanti altri modi esistono di non apparire attraverso le proprie parole per ciò che si è. Se coloro che scrivono sapessero sempre che la loro scrittura, ad occhi attenti in quanto contigui alla loro vita, è una forma più o meno indecente di confessione, chissà se continuerebbero a scrivere le cose che scrivono? Forse cambierebbero appunto il modo in cui dirle, ma un modo di confessarsi varrebbe l’altro agli occhi di un lettore attento di questo tipo…

873. Quando alle spalle si sono accumulate pagine sufficienti, per numero e varietà (apparente) di argomenti, affinché tu possa dire a te stesso: «Ecco, hai un libro tra le mani», avverti dentro di te che saresti pronto per scrivere davvero quello che vuoi. E’ un po’ come se fino a quel punto tu avessi scritto ubbidendo a un qualche dovere che ti imponeva queste parole piuttosto che queste altre, e che ti inibiva questi argomenti consentendoti questi altri. Naturalmente, se un tal dovere sia mai davvero esistito dentro di te, tu non lo saprai mai; rileggendoti, ti pare di avervi ubbidito, ma non ne hai certamente la prova. E’ come se tu scambiassi la ristrettezza degli orizzonti iniziali con una potenza autocensoria che, paternalisticamente, ti guidasse per sentieri più semplici e sicuri, poiché stavi muovendo i tuoi primi passi e ti reggevi malamente sulle gambe. Ora, invece, saresti pronto per chissà quali avventure, ti senti cresciuto e maturo per scritture nuove, veramente coraggiose e innovative eccetera. E’ allora questo il momento in cui smetti di scrivere. Come questo accada è semplicemente un mistero che nessuna scrittura, ormai, potrà ovviamente testimoniare, ed è una colpa dalla quale nessuna scrittura potrà mai più salvarti. L’ex scrivente, allora, potrà, mobilitando l’ultima malafede, pensare che ha smesso di scrivere poiché, finalmente, è salvo…

878. Auscultare, come un medico fa col suo paziente, l’impercettibile passo del male dentro di noi. Il male, che per chi ne soffre l’incombenza, si chiama dolore, ma non mette d’accordo tutte le belle menti che lo pensano. C’è chi è così intelligente che ne constata il rovesciamento in bene, e c’è chi addirittura ne nega la realtà, una qualche realtà, qualsiasi realtà. Il problema del male, se viene vissuto come il problema del dolore, si presta a queste considerazioni maliziosamente ottimistiche. Ma il problema del male non è il problema del dolore, bensì ne è eventualmente una sua causa, una sua possibile causa, essendo il dolore altro dal male quando se ne ipotizza (del dolore) il capovolgimento in bene; il dolore può diventare bene, il male mai. L’auscultazione distaccata, imperturbabile, presuppone che l’auscultante abbia serenamente accettato l’avanzata del male dentro di lui, cosicché non gli resta che registrarne il lentissimo divenire, il crescere d’albero d’alto fusto, dai ritmi torpidi e invisibili all’occhio, anche malinconico e motivato, e cosciente, del soggetto colpito da tale sciagura morale. Costui impara a convivere col disamore, con l’indifferenza, con l’astio nei confronti di chi non sa più ascoltarlo, col disprezzo nei confronti di sé, della propria inettitudine a vivere come tutti gli altri con la colpa immensa che, dopo aver ucciso il cuore delle persone che amava, ora uccide il suo. Costui sente montare dentro di sé la furia della noia, il livore nei confronti del mondo che non c’entra e di quello che invece c’entra, eccome, col suo stato, ma la responsabilità è sua, è soltanto sua, questo tutti coloro con cui parla ribadiscono ogni volta: e allora in lui tutto il negativo accumulato sotto i più diversi nomi si coagula in un solo urlo silenzioso, e diventa odio, un odio immenso e inestinguibile, che porta la notte più fonda nei cuori che riescono a sopportarne, ancora per un poco, la presenza disumana, e devasta l’interiorità malata di questo sventurato, ne lacera i tessuti morali rimasti intatti, lo consegna al desiderio di non esserci, di non esserci più una buona volta.

887. Chi legge pagine del genere non sa quanta sofferenza talvolta comportano, e pensa che tutto questo scrivere forsennato in fin dei conti sia un gioco, tutt’al più una forma di liberazione dalle angosce quotidiane, e quindi che questo scrivere, questo pazzo scrivere, avendo uno scopo, abbia anche un senso, e finalmente sia una cosa buona. Ma non è così, perché chi scrive pagine come queste, invece, va fino in fondo alla propria angoscia e, invece di liberarsi, appesantisce il fardello del proprio male, non fosse che perché si conosce meglio e impara a detestarsi un poco di più ogni giorno. E’ difficile far sapere una cosa del genere a chi legge pagine come queste; costui, troppo spesso, legge soltanto quel che vuole trovarci a tutti i costi, perché nella sua curiosità un po’ morbosa è mosso dal pregiudizio nei confronti dello scrivente in generale, e della sua scrittura diaristica in particolare. Ma questa non è una scrittura diaristica qualsiasi, questa è una scrittura diaristica concettuale, che vuole trovare nel vissuto minimo il massimo dell’idea che vi si incarna, e che lo scrivente – in quanto semplice vivente – non dovrebbe mai conoscere, poiché in qualche modo quel frutto autocoscienziale proviene dall’albero del bene e del male. Anche nel nostro inferno quotidiano, infatti, cresce l’albero del bene e del male, e la conoscenza che ce ne viene dal fatto di cibarsi dei suoi frutti non comporta una caduta per decreto divino, o divina maledizione, perché più in basso di questo inferno quotidiano non si può cadere, bensì implica semplicemente un ulteriore ingrigirsi dell’atmosfera tutt’attorno, una sorta di automaledizione, giacché noi, e noi soltanto, siamo i creatori della nostra vita, noi, e noi soltanto, ne siamo responsabili. Per tutto questo, chi legge è bene che scorra queste pagine con un minimo di rispetto per colui al quale, non riuscendo più a piangere di sé, e considerando ancora prematuro il fatto di ridere di sé (per quello forse c’è ancora tempo, bisogna aspettare qualcosa come una sentenza di morte, l’annuncio della fine imminente), non resta che scrivere, non resta che illuminare il più possibile a giorno lo specchio e scrivere, scrivere la catastrofe della somma dei minuti che compongono le sue giornate in fondo ad un altro anno di vita.

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5 pensieri riguardo “Maestri silenziosi (XII)”

  1. dal par. 871 si deduce che: noi siamo ciò che scriviamo (l’ho sempre pensato :-)
    la penna rivela il carattere e tante altre cose, di una persona, anche la sua formazione culturale e le letture …a un occhio attento e interessato, naturalmente.

    mi piace un sacco il disegno del professore scapigliato, di chi è?

    una buona giornata al mio maestro silenzioso preferito!

  2. Cara Carla, vorrei aggiungere qualcosa a quanto ho scritto nel paragrafo 871. Vorrei dire che questo imbarazzo (si tratta di questo, per me, quando a volte mi rileggo) per ciò che si scrive confligge con l’urgenza che preme affinchè si scriva ciò che infine si scrive. Il risultato potrebbe essere il pentimento per i contenuti trasmessi, ma, se la forma in cui si sono incarnati è soddisfacente per lo scrivente, funziona nei confronti di quei contenuti-confessione, una sorta di esorcisma, o di catarsi aristotelica, e insomma si finisce per considerare quel risultato come qualcosa di riuscito e magari di sufficientemente camuffato, cosicchè si lascia tutto invariato e ci si affida alla comunicazione. Non è mai così, il camuffamento, agli occhi di un lettore smaliziato, perde in fretta la sua funzione coprente e tu, scrivente sei nudo come il re della favola (con la differenza che lo sai, di essere nudo, il più delle volte, o per lo meno lo sospetti). Insomma: la faccio difficile ma è assai complicato il conflitto psicologico che lega insieme, tra lettore testo e scrivente, il dire e il non dire, il voler dire e il non voler dire, la riservatezza e la confessione, la misura e la dismisura. Quindi, sì, purtroppo (e per fortuna) noi siamo ciò che scriviamo, e dobbiamo sempre sperare nella superiore, disinteressata condiscendenza e nella benevolenza di chi ci legge…

    Grazie a Calibano per Dubuffet, e per tutto il lavoro prezioso che fa per la Dimora

    Un caro saluto

    g.

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