Maestri silenziosi (XIII)

Anselm Kiefer, Sulamit, 1981

Gianmarco Pinciroli

… il loro
ricordo di
galleggianti hölderliniane torri in un
volo di gabbiani.

Paul Celan

MAESTRI SILENZIOSI
13 fogli di calendario
(Gennaio 2005)

foglio 13: gennaio

922. La superficie della scrittura, se appena s’increspa, rivela l’estrema complessità delle sue ragioni. Perché si scrive? Perché si scrive piuttosto che non scrivere? Nella scrittura ci si perde provvisoriamente per trovarsi, e quando ci si trova, ci si trova così dislocati che il fatto di esserci provvisoriamente perduti è diventato una perdizione dalla quale è ormai inutile cercare di ritrarsi. E allora: perché si scrive piuttosto che non scrivere? Forse quella perdizione dovuta al dislocamento, in cui infine ci si trova dopo esserci provvisoriamente perduti per avere accettato di scrivere, è cosa buona, e aiuta ad accettare con gioia l’enigma del dono della vita, ma forse no, le cose non stanno così, poiché l’enigma del dono della vita lo si accetta normalmente per altre vie che non siano quelle della scrittura. Uno sguardo attento su questa accettazione dell’enigma del dono della vita potrebbe non riservare alcun posto alla scrittura, e la giustapposizione, qui data per implicita, tra le due domande: Perché si scrive piuttosto che non scrivere? e: Perché esiste l’essente piuttosto che nulla? essere completamente privo di senso. Ed è questa l’operazione, appunto, che viene fatta implicitamente da chi si pone la prima domanda. In effetti, il fatto di scrivere entra in una relazione tutta da chiarire col fatto di esserci, da un lato, e col fatto dell’ essere dall’altro; ma non si può nemmeno provvisoriamente pensare di risolvere tale relazione col giustapporre i due ordini di domande. La domanda relativa alla scrittura penetra in quella relativa all’essere e all’esserci, e questa seconda penetra a sua volta nella prima, ma mai la domanda d’essere/esserci potrà tradursi in scrittura o viceversa, tutt’al più si potrà constatare che chi scrive è, e che in quanto scrivente-che-è ha a che fare con l’essere in un modo diverso da quello di un non scrivente, ma la natura di questa diversità non emerge dal fatto che colui che è è uno scrivente, e che dunque lo scrivente-che-è ha a che fare con l’essere diversamente da un non-scrivente. E d’altro canto si potrà constatare che la coscienza d’essere e la posizione del problema dell’essere presuppongono il linguaggio che dice la domanda, e che la scrittura è il luogo in cui la domanda d’essere/esserci dunque trova il suo riposo, la sua attesa, il suo abbandono. Di più sulla relazione tra le due domande non è dato sin qui sapere.

924. Quando si comincia a sentire l’esigenza di leggere i classici, allora inizia la presa di distanza dal proprio tempo, dalle opere del proprio tempo, dalla scrittura del proprio tempo. Si attribuisce ai classici la virtù dell’equilibrio, anche quando negli ordini dei loro discorsi esplodono le passioni più ripugnanti, quelle stesse oggi considerate tali; d’altra parte, questa è una feconda contraddizione poiché, per quanto possano essere le stesse di oggi quelle passioni, agli occhi di chi è stanco del proprio tempo esse possono apparire diverse quel tanto che basta per consentirgli di sopportarne l’impatto, rispetto ai contesti risalenti a secoli e secoli precedenti. «Sono le stesse passioni? – domanda costui – Io però con quegli uomini ci starei a misurarmi, invece con questi, con questi qui in carne ed ossa, con questi di oggi che ho imparato ad amare e ad odiare, soprattutto ad odiare, non voglio più misurarmi: mi sembrano così infinitamente mediocri rispetto a quelli di cui si racconta nei classici!». L’inganno giudicativo è dovuto all’immensa distanza temporale che sana i caratteri, mitiga i contrasti, edulcora le violenze, nasconde l’odio feroce, attenua la radicalità delle questioni, lenisce il dolore degli sconfitti, nobilita l’arroganza dei vincenti, allevia la repressione, sopisce l’incommensurabile distanza dei progetti tra loro in lotta, in una formula: rende tutto molto letterario. E’ la letteratura che andiamo cercando nei classici, l’alterità e l’alterazione letterarie, più che l’alternativa utopica, l’innocenza della saggia riflessione sull’umano accadere piuttosto che le incessanti colpe della storia. Beato chi riesce a uscire fino a questo punto dalle responsabilità del proprio tempo!

931. La differenza tra un maestro qualunque ed un maestro silenzioso sta nel rapporto che i due tipi di magistralità consentono al discepolo d’intrattenere con ciò che si offre loro durante il loro percorso di conoscenza. Il maestro qualunque insegna al discepolo ad amare e ad odiare ciò che lui ha imparato ad amare e ad odiare, e dunque la sua non è un’educazione sentimentale al comprendere ma un addestramento a farsi sostituire nelle lotte, giuste o sbagliate che siano, intraprese da lui, il maestro, nei confronti di ciò che per lui, il maestro, ha rappresentato l’antagonista culturale. Il discepolo, con un maestro del genere, non impara ad amare e ad odiare indipendentemente da ciò che lui, il discepolo, durante il suo percorso di conoscenza, si dovrà trovare ad amare e ad odiare di necessità, ma impara ad amare e ad odiare soltanto ciò che ha imparato ad amare e ad odiare il suo maestro. Il discepolo non cresce mai, lontano e irraggiungibile rimarrà il suo, peraltro, necessario parricidio che, non potendo avvenire mai, lascerà in lui, eternamente discepolo di un maestro padrone, il segno di una proprietà schiavile da parte di quella magistralità, ben presto corrotta e degenerata in rancore, direzionato apparentemente verso gli stessi nemici del suo maestro padrone, ma nel profondo, invece, direzionata verso quello stesso maestro dal quale non ha saputo liberarsi, e verso se stesso che non ha saputo liberarsi del padrone. E il maestro silenzioso? La sua forza sta nel silenzio col quale insegna a porsi in relazione col proprio, del discepolo, percorso di conoscenza; l’educazione sentimentale non si configura mai in termini di amore e di odio: si tratta semplicemente di superare delle difficoltà di metodo, al fine di comprendere quanto troviamo sulla strada che ci porterà a configurare la nostra formazione, starà poi a noi il fatto d’investire, se sarà il caso, in termini così schematicamente emozionali ciò che risulterà congeniale al nostro percorso o non congeniale. Né amore né odio, dunque, né amici né nemici: congenialità, condivisione, piuttosto, rispetto a ciò che risulterà pertinente alla nostra formazione, o presa di distanza e distacco rispettoso nei confronti di ciò che non risulterà pertinente, e in ogni caso il compito del maestro silenzioso non starà mai nel fornirci dall’alto l’elenco dei buoni e dei cattivi, ma nel metterci nelle condizioni di compilarne uno nostro. Ecco perché il silenzio sui contenuti salvaguarda la forma della magistralità, e il silenzio sul valore degli oggetti della conoscenza salvaguarda, nel discepolo soggetto conoscente, la fonte perenne della valorialità nei confronti degli oggetti che via via il percorso conoscitivo offrirà al viandante.

934. Utopia del disincanto, dunque: l’unico luogo che, pur non essendoci (ancora), non sia l’ennesimo sorvolo ideologico da “anima bella”, una maschera che copra di falsi onirismi l’orrore, un paradiso aldilà che risarcisca l’inferno dell’aldiquà. E’ comunque utopia, un luogo che non c’è, in quanto la lotta per togliere l’incantesimo del dogma deve poter essere, per una coscienza decostruita dislocata e ritrovata, lotta incessante e quotidiana, ed è appunto la più quotidiana (e incessante) delle attività che se ne fa carico, la scrittura, a tal punto che i due modi paradigmatici, in grado di testimoniare l’aspetto paideutico di una tale utopia, si realizzano proprio presso due scriventi, Celan e Blanchot, due scriventi verbali, certo, cui potrebbero però, in altri contesti, sostituirsi due scriventi per immagini, o due scriventi medianti suoni, eccetera. Assumendo la verbalità come scrittura di riferimento, allora, dietro Celan vedo ad esempio Rimbaud, come il primo scrivente moderno che assuma il ‘disastro’ come la scrittura del proprio (ma che dire dell’Hölderlin che scrive versi “insensati” – Pallaksch. Pallaksch – nella casa/torre del falegname Zimmer sulle rive del Neckar?), e dietro Blanchot vedo ad esempio Hoffmanstahl, come il primo scrivente moderno che assuma il ‘disastro’ come la propria scrittura, ma forse poco importano i rimandi, poiché da sempre è essenziale ad ogni scrittura di ogni tempo porsi volta per volta come sguardo della Medusa (Blanchot) o come canto d’Orfeo (Celan). Da un lato, allora, l’impietrarsi della cosa guardata dalla parola medusea, la fuga della cosa dentro se stessa di fronte ad una parola la cui volontà di potenza, nominando la cosa per conoscerla, la perde e, in questa perdizione, alla cosa non resta che fuggire sempre più nel profondo della propria opacità, ghiacciata da quello sguardo fatale di parola, fermo (di più non può) al proprio ‘disastro’, al ‘disastro’ di sé come parola che testimonia l’ultimo tentativo di conoscere, e che fallisce perché non riesce a fermare la cosa in fuga, e dall’altro lato la fuga della parola orfica dentro la cosa stessa, quella parola che ogni volta cede alla tentazione di girare il proprio sguardo indietro per riconoscere il senso che gli è stato promesso dalla cosa, e che ogni volta, da capo, perde, e questa volta non perché la cosa fugga dentro se stessa dopo aver abbandonato la propria inutile immagine di pietra alla parola medusea che l’ha guardata, ma perché è la parola stessa, la parola orfica dunque, che si muove incessantemente, nel suo retroguardare durante la discesa agli inferi, attorno e dentro e fuori della cosa, di cui non riesce più a cogliere i confini, le umane dimensioni, per riconoscere le cose del mondo e in esse riconoscersi, e finisce così ogni volta per ridurre la promessa di un senso, in fondo alla propria catabasi, al senso sempre più labile fino alla sparizione, fino al ‘disastro’ appunto, di una promessa che non può più essere mantenuta. Orbene, l’utopia del disincanto educa lo scrivente non tanto a non farsi più illusioni, dal momento che, per il solo fatto di scrivere, lo scrivente è condannato a farsene, che gli piaccia o no, quanto a rimanere costantemente vigile circa la portata effettuale del proprio intervento, cosicché – secondo questa paideia terribile e necessaria – allo scrivente occorre costantemente farsi carico del proprio esserci in quanto scrivente (responsabilità, si diceva sopra), ben sapendo che questo stare dell’esserci è sempre e prima di tutto segnato dalla provvisorietà (l’universale provvisorietà non dovrebbe smettere mai di farci riflettere). Il -ci dell’esserci è ancora una volta l’unico luogo possibile di una tale problematizzazione; si tratterebbe allora di non svendere questo luogo per pochi spiccioli di verità a buon mercato, di rivendicare a sé il -ci senza lasciar cadere l’esser-possibile di questo -ci, rischiando costantemente l’ennesima buggeratura dogmatica qualora le cosiddette necessità dell’agire pratico-immediato, grazie alla volontà di potenza di cui l’antagonista dispone, s’imponessero occupando tutti gli spazi e soffocando la generosità di una coscienza per la quale la storia è sempre “l’istante del pericolo” (Benjamin).

946. Piano piano l’uomo che scrive smette di scrivere e diventa l’uomo che legge, fino ad una nuova colmatura, ad una nuova gioia insperata, ad un nuovo innamoramento della mente o del cuore: questa potrebbe essere la versione buona di ciò che, invece, la versione cattiva dello stato delle cose chiamerebbe progressivo inaridimento, graduale indurimento delle vene della vita, della vita che non vive, perché il moto del cuore si è fatto impercettibile, ed il pensiero è in grado soltanto di accogliere le idee degli altri senza restituire più nulla. Si ha un bel dire: un po’ l’una, un po’ l’altra cosa; noi non sappiamo mai se siamo felici o infelici, lo sappiamo sempre un attimo dopo, quando è troppo tardi per godere di quella sapienza, o per porvi rimedio.

950. I libri non cominciano e non finiscono. Sono le coscienze che li scrivono, a fare esperienza del cominciamento e della fine delle cose, e fanno questa esperienza perché è in loro che le cose cominciano e finiscono. I libri continuano a vivere negli occhi e nelle menti di coloro che li leggono, se riescono ad essere letti. Ma nessuno può sapere se e quando un libro verrà mai letto, e come, e quanto, e per quanto tempo. Anche un libro come questo, che non è stato scritto per essere letto, potrà essere letto, dopo che la coscienza in cui esso è cominciato ed è finito sarà a sua volta finita del tutto, quando dunque una tal coscienza, coronata per l’ultima volta dell’enigma che riguarda l’essere delle cose piuttosto che il loro non essere, consegnerà le parole, che ha giudicato ‘proprie’, alla coscienza universale cui esse appartengono da sempre. Il tono emotivo con cui è stato scritto ciò che è stato scritto sarà svanito da tempo, e probabilmente un lungo sbadiglio storicizzante coprirà della sua polvere un po’ sporca anche le pagine più terribili, o che quella coscienza scrivente ritenne tali. Tutto finisce, anche se tutto è eterno, ed è eterno nel suo finire tanto quanto nel suo cominciare. E, poiché tutto finisce, allo scrivente non resta che gioire della propria finitudine, che gli impedisce – di questo non renderà mai abbastanza grazie alla sua sorte di uomo – di dare forma all’insensato oltre i limiti di decenza temporale che nel corso della vita ha imparato da solo ad accettare, con la rassegnata virtù di una pazienza solitaria, e sempre più silenziosa rispetto ai suoi desideri.

4 pensieri su “Maestri silenziosi (XIII)”

  1. *Piano piano l’uomo che scrive smette di scrivere e diventa l’uomo che legge, fino ad una nuova colmatura, ad una nuova gioia insperata, ad un nuovo innamoramento della mente o del cuore*

    è giusto quello che sto vivendo io da un pò di tempo a questa parte…
    forse tutto si risolve con l’inizio di una stagione nuova, io credo nella ricettività umana …

    un caro saluto dal lago :-)
    c.

  2. L’ultimo frammento dei Maestri silenziosi, il 950, si chiude dunque su una qualche nota di speranza, pur non essendo stato scritto in primavera ma in gennaio. Forse sognavo la “stagione nuova” anch’io (era il 2005), anche se in verità per me era cominciato un grande freddo, che sarebbe durato a lungo e che si sta sciogliendo soltanto ora.

    Io ti saluto dalle colline (qui è Varese, “piccola città bastardo posto…”)) ma essendo io nato sulle rive del lago Maggiore (a Laveno) e non smettendo di amare quelle terre d’infanzia adolescenza e giovinezza i miei saluti possono dirsi anch’essi illuminati dalla dolce luce del golfo del lago che guarda con desiderio, in giornate come oggi di vento, al Monte Rosa, incantato di neve perenne.

    A risentirci

    g.

  3. E’ difficile stabilire se e quanto sia possibile raggiungere -l’innocenza della scrittura- tuttavia mi piace pensare ad una morale del linguaggio. Del resto tendere alla scrittura neutra è forse raggiungere il compimento del -Libro- per dirla un po’ alla Jabès.

    Un saluto cordiale

  4. “Raggiungere il compimento del Libro”: o forse non raggiungerlo mai, come Kafka, e alla fine desiderare di bruciare tutto dopo la morte (secondo il lascito testamentario a Max Brod: grazie Brod di non avere eseguito…). Il bello della Letteratura sono i suoi impossibili, per quel tanto che risultano fecondi per lo scrittore. La scrittura neutra è un sogno che non può realizzarsi, le lingue sono cariche di detriti storici di ogni tipo, e il lettore, a sua volta, ci mette del suo quando interpreta le parole che ha davanti. Vorrei dire che l’innocenza in letteratura è un altro impossibile, ma è importante crederci per quell’attimo che serve a giustificare il tempo che impieghiamo a leggere o a scrivere. Poi, in qualche modo, siamo tutti ‘critici’ (dilettanti, ma l’atteggiamento diventa quello del lettore consapevole, che giudica, valuta ecc.). O dello scrittore insoddisfatto, che prende in mano la penna e corregge all’infinito, magari scrivendo un altro libro.

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