Cercare l’uscita

Luplau Janssen, Kierkegaard allo scrittorio

Giuseppe Zuccarino

 

Tratto da:
Variazioni sulla morte impossibile
“Quaderni delle Officine”
LXII, sett. 2015

 

 

     Cercare l’uscita

     Kierkegaard, nel prendere in esame il fenomeno della disperazione, l’ha definita una malattia mortale, assegnando però all’aggettivo un significato particolare, diverso da quello con cui si indica di solito una malattia che conduce fatalmente alla morte: «In un altro senso ancor più preciso la disperazione è la malattia mortale. Infatti è quanto mai improbabile che fisicamente si muoia di questa malattia o che questa malattia finisca come la morte fisica. Al contrario, il tormento della disperazione è proprio quello di non poter morire. Perciò somiglia più allo stato del moribondo quando sta agonizzando senza poter morire. Quindi cadere nella malattia mortale è non poter morire, ma non come se ci fosse la speranza della vita: l’assenza di ogni speranza significa qui che non c’è nemmeno l’ultima speranza, quella della morte»(1). Con l’espressione che fa da titolo al suo libro, il filosofo danese intende dunque evidenziare «quella contraddizione penosa, quella malattia nell’io di morire eternamente, di morire e tuttavia di non morire, di morire la morte. Perché morire significa che tutto è passato, ma morire la morte significa vivere, sperimentare il morire; e sperimentare questo tormento per un solo momento vuol dire sperimentarlo in eterno. […] Lungi dall’essere un conforto per il disperato, il fatto che la disperazione non lo distrugge è piuttosto il contrario; quel conforto è precisamente il suo tormento»(2).
     Frasi come queste, però, vanno contestualizzate all’interno dell’opera. È vero che perKierkegaard l’essere disperato è la peggiore condizione possibile, e costituisce un peccato tanto più grave in quanto continuativo; ma d’altra parte, come diceva un grande poeta, «dove è il pericolo, cresce / anche ciò che dà salvezza»(3). Infatti, stranamente, tale condizione non esclude prospettive benefiche: «La possibilità di questa malattia è il vantaggio dell’uomo di fronte all’animale; rendersi conto di questa malattia è la prerogativa del cristiano di fronte al pagano; esser guarito da questa malattia è la beatitudine del cristiano»(4). La presa di coscienza della propria disperazione può rappresentare per l’individuo il primo passo sulla via della salvezza: «Alla decisione si viene soltanto quando l’uomo è portato agli estremi, quando, umanamente parlando, non c’è più possibilità alcuna. Allora si decide se egli vuol credere che a Dio tutto è possibile, vale a dire se egli vuole credere»(5). In tal caso, riesce a trasformare uno stato angoscioso e minaccioso nel trampolino di lancio da cui compiere il salto verso la fede.
     Un altro filosofo, assai più recente, ha affrontato il tema della morte impossibile, vale a dire Emmanuel Levinas. Le sue prime intuizioni al riguardo risalgono agli anni 1940-45, quando egli era nell’incomoda posizione del soldato recluso dai tedeschi in vari campi di prigionia. Nei suoi taccuini si legge ad esempio: «La morte forse non è una fine (l’incognita – l’indeterminazione della durata – è forse costitutiva della morte), il tema della triste eternità (pigrizia d’essere). Qui la morte come fine è auspicata, non temuta»(6). Oppure, in modo ancor più sintetico: «L’orrore della morte è l’orrore della sua “impossibilità”»(7).
     Ma è nel volume De l’existence à l’existant, del 1947, che troviamo analizzata la situazione di chi avverte con raccapriccio il carattere anonimo e inevitabile dell’essere, carattere che Levinas designa con la formula impersonale il y a (corrispondente all’italiano «c’è»). Tale situazione implica una maniera particolare di rapportarsi alle cose in generale, ed anche alla morte. Si tratta di qualcosa di diverso dalla nausea di cui parlava Sartre in un celebre romanzo(8). «Mentre la “nausea”, in quanto sentimento dell’esistenza, non è ancora una spersonalizzazione, l’orrore sconvolge la soggettività del soggetto, la sua particolarità di essente. Esso è la partecipazione all’il y a. All’il y a che ritorna in seno ad ogni negazione, all’il y a “senza via d’uscita”. È, se si può dire, l’impossibilità della morte, l’universalità dell’esistenza persino nel suo annientamento»(9).
     Per il fatto di aver seguito dei corsi di Heidegger e di essere uno studioso della sua opera, Levinas è ben cosciente della presa di distanza che sta attuando rispetto alle tesi di Sein und Zeit: «Noi contrapponiamo quindi l’orrore della notte, “il silenzio e l’orrore delle “tenebre”, all’angoscia heideggeriana; la paura d’essere alla paura del nulla. Mentre in Heidegger l’angoscia realizza l’“essere per la morte”, che in qualche modo viene colto e compreso, l’orrore della notte “senza via d’uscita” e “senza risposta” è l’esistenza irremissibile. […] Orrore dell’immortalità, eternità del dramma dell’esistenza, necessità di assumerne per sempre il peso»(10). Benché in effetti si giunga alla morte, non per questo si consegue un radicale cambiamento di condizione, anzi si sperimenta una sorta di sconfitta: «Sempre minacciosa, la morte non mette fine alla “farsa della vita”, ma ne fa parte. Se la morte è nulla, non si tratta di un puro e semplice nulla, ma di un nulla che conserva la realtà di una partita persa»(11). Tuttavia, secondo Levinas, occorre in ogni caso uscire da quest’impasse, e ciò diviene possibile se si abbandona l’impersonalità dell’il y a a favore di un’interpersonalità concepita in termini etici. Quest’ultima non va intesa né come un rapporto paritario né come un’unione fusionale, bensì implica il rispetto per l’alterità dell’altro. Tutto ciò trova il suo culmine nella filiazione: «L’intersoggettività asimmetrica è il luogo di una trascendenza in cui il soggetto, pur conservando la propria struttura di soggetto, ha la possibilità di non ritornare fatalmente a se stesso, di essere fecondo e […] di avere un figlio»(12).
     Tali idee vengono riprese nell’opera più nota di Levinas, Totalité et infini. In un passo di questo volume, il filosofo osserva che, mentre dal punto di vista storiografico la morte dell’altra persona può essere soltanto un evento che appartiene al passato, dunque qualcosa di concluso, dal punto di vista psicologico le cose vanno diversamente: «L’angoscia della morte sta appunto in questa impossibilità di cessare, nell’ambiguità di un tempo che viene meno e di un tempo misterioso che resta ancora. Morte che, di conseguenza, non si riduce alla fine di un essere. […] Il morire è angoscia, perché l’essere, morendo, non finisce anche se finisce»(13). Ma, di nuovo, viene indicata quale soluzione per il vivente il rapporto con Altri, che gli dà accesso a una diversa prospettiva, consentendogli di superare l’angoscia legata al timore di un’infinita persistenza nell’essere. E ancor più valorizzata risulta la filiazione, descritta stavolta come capace di far conseguire addirittura un trionfo sulla morte: «Questo trionfo non è una nuova possibilità che si offre dopo la fine di ogni possibilità – ma risurrezione nel figlio nel quale viene inglobata la rottura della morte. La morte – soffocamento nell’impossibilità del possibile – si apre un passaggio verso la discendenza»(14). Singolare happy end, verrebbe da dire, che però non pare risolvere realmente il problema, ma soltanto spostarlo su un piano diverso (o su una persona diversa, ossia il figlio).

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Note

(1) Søren Kierkegaard, La malattia mortale, in Le grandi opere filosofiche e teologiche, tr. it. Milano, Bompiani, 2013, p. 1673.
(2) Ibidem.
(3) Friedrich Hölderlin, Patmos. Al langravio di Homburg, in Tutte le liriche, tr. it. Milano, Mondadori, 2001, p. 315.
(4) La malattia mortale, cit., p. 1667.
(5) Ibid., p. 1703.
(6) E. Levinas, OEuvres, 1. Carnets de captivité et autres inédits, Paris, Grasset – IMEC, 2009, p. 174 (tr. it. Quaderni di prigionia e altri inediti, Milano, Bompiani, 2011, p. 179).
(7) Ibid., p. 185 (tr. it. p. 191).
(8) Jean-Paul Sartre, La nausée, Paris, Gallimard, 1938 (tr. it. La nausea, Torino, Einaudi, 1947).
(9) E. Levinas, De l’existence à l’existant, Paris, Fontaine, 1947; Paris, Vrin, 1963; 1990, p. 100 (tr. it. Dall’esistenza all’esistente, Casale Monferrato, Marietti, 1986, p. 53).
(10) Ibid., pp. 102-103 (tr. it. pp. 55-56).
(11) Ibid., p. 133 (tr. it. p. 71).
(12) Ibid., p. 165 (tr. it. p. 88).
(13) E. Levinas, Totalité et infini. Essai sur l’extériorité, La Haye, Martinus Nijhoff, 1961; Paris, L.G.F., 1990, p. 49 (tr. it. Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Milano, Jaca Book, 1980, p. 54).
(14) Ibid., p. 50 (tr. it. p. 55).
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