Frammenti d’esilio, 1

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

‘The work is done’, grown old he thought,
‘According with my boyish plan;
Let the fools rage, I swerved in naught,
Something to perfection brought’;
But louder sang that ghost, ‘What then?’
William Butler Yeats

frammento 1

1. Niente è mai come ci s’immagina che dovrebbe essere. Tra la protenzione verso il futuro e la realizzazione di quanto in essa ci si è immaginato che potesse accadere c’è lo stesso scarto che in etica sussiste tra essere e dover essere. Sapere questo, peraltro, non serve ad evitare disillusioni dolorose; sembra infatti far parte della nostra buona disposizione verso cose e persone questa fede inestirpabile verso il futuro, come se il tempo che non c’è ancora, in quel suo non-esserci-ancora, dovesse per forza essere diverso nei suoi tratti costitutivi dai tratti costitutivi che compongono il presente in cui viviamo, pensiamo, agiamo e immaginiamo. Ma poi, ogni volta, dobbiamo scoprire che l’essere-diverso e il non-esserci-ancora non sono mai sovrapponibili, come se appartenessero a due ordini ontologici incomunicabili, con loro spazi e loro tempi, nei quali non si ponesse nemmeno il problema di una loro tangenza, di un loro felice intersecarsi. O meglio: come se il loro inevitabile intersecarsi dovesse per forza essere all’insegna del Bene, almeno del bene per noi. Poiché questo, appunto, non accade, o almeno noi, nell’accadere che accade, non siamo capaci di riconoscere quello che forse altri o noi stessi in seguito interpretiamo come Bene, ci condanniamo incessantemente alla delusione, al disinganno, alla diffidenza e al disincanto, credendo in tal modo di saperla più lunga di chi nutre speranze. Non aspettarsi nulla di buono dal mondo, dalle persone, dal tempo che verrà: ecco una regola di vita che uccide lentamente l’anima, lasciandola immobile nel movimento, perduta a sé nella riflessione, ubbidiente al dogma che afferma che nulla accadrà che non sia già accaduto e che, poiché il Bene è sempre novità rispetto al male del presente, nulla di buono ci aspetta sulla linea del tempo della nostra vita.

2. Piano piano resti solo. Il lavoro, luogo eminente della socialità, come se non più della famiglia, per quanto male faccia a chi lo svolge, per quanta fatica inutile gli richieda, per quanto ignobile sfruttamento ne segni lo statuto nei tempi e nei luoghi più diversi e secondo le più diverse modalità legate ai modi di produzione, sporge sulla semplice necessità della sopravvivenza, eccede il valore d’uso comune che lo giustifica sul piano antropologico. C’è qualcosa nel lavoro che testimonia di una vena nascosta di valore che lo significa oltre l’utile comune, oltre la necessità individuale e collettiva. Perdere il lavoro è perdere se stessi, in questo senso: che il nostro Sé più autentico e profondo giace compenetrato già da sempre nella prossimità più inconsapevole con tutti coloro che sono attorno a noi, e che lavorano con noi, non limitandosi ad esserci, a loro volta, come dei Sé atomizzati, monadi senza contatti e senza senso. Infatti, il senso è sempre senso comune, ovvero, senso dell’essere in comune, dell’essere partecipi ad un senso che, nel lavoro, edifica la comunità. L’alterità nel Sé non inficia l’individualità irripetibile, tutt’al più ne ripete l’individualità conciliandola con sé (con l’alterità) nel Sé. Così, se da un lato non siamo mai soli, né lo possiamo diventare, dall’altro possiamo, però, togliendo il lavoro al Sé, fargli franare sotto i piedi il fondamento comune, il fondamento che lo accomuna e che gli garantisce l’equilibrio in Sé del suo Sé. In senso stretto, dunque, la solitudine di chi non ha lavoro non è altro che lo sviluppo storico di uno smarrimento coatto nei confronti di Sé, di un oblio del senso collettivo del lavoro, di una rimozione del significato della nostra complessità strutturale: siamo Sé e siamo Noi, siamo la parte e siamo il tutto, siamo finiti e siamo infiniti. E il lavoro è questa testimonianza.

3. Poiché la vita è tanto breve, ognuno di noi è portato naturalmente ad assolutizzare il tempo storico nel quale si è trovato a vivere, come se il modo della sopravvivenza sul pianeta fosse, per quanto cose ci possa raccontare la storia, più o meno sempre quello nel quale siamo inseriti. E questo vale a tutti i livelli: la nostra del tutto casuale collocazione sociologica all’interno di una classe piuttosto che di un’altra ubbidisce ad un identico automatismo, e i comportamenti di un appartenente ad una classe sociale diversa dalla nostra appare del tutto incomprensibile dal nostro punto di vista. Potrebbe sembrare un paradosso, ma il relativismo del punto di vista, affinché funzioni davvero, è necessario che trovi il suo fondamento in una precedente assolutizzazione dello stesso. E’ necessario, insomma, che io mi senta nel giusto e nella normalità per come sono e vivo rispetto ad altri che è e vive diversamente, affinché, proprio su questa base falsamente etica, qualcuno che è diverso da me trasformi ai miei occhi questa sua diversità in non-giustezza e in a-normalità. Dal che si vede anche come giustezza e normalità, che nessuna mente filosoficamente avvertita accetterebbe come binomio di alcunché, sono il terreno in cui germogliano senso comune, opinione, etica e politica. L’assolutizzazione di ciò che riteniamo giusto per noi qui e ora è la mala pianta di questa giungla nella quale non è più possibile riconoscere l’originario giardino edenico.

4. Come si può sopravvivere al disprezzo che si accumula nei tuoi confronti? Tu sai di non meritartelo, ma le opinioni che ti riguardano sono diventati dogmi, dopo che tu stesso le hai nutrite nel tempo con comportamenti equivoci e parole inopportune. Non puoi pretendere in tutti lo stesso atteggiamento scettico di fronte all’esistente, alla sua manifestazione. Certo, per lo più le cose non sono mai come si presentano, ma intanto devi render conto proprio di questo, del modo in cui si presentano, tanto più che è l’unico che il prossimo considera, al punto di identificarlo con la cosa stessa che si manifesta. Proprio perché non tutti sono filosofi devi accettare come praticamente inevitabile la negatività del giudizio altrui, ben presto trasformato in disprezzo per quel tanto che il tuo comportamento quotidiano si discosta dalla media comportamentale, e le tue parole, le uniche che ti rivelano davvero al senso comune, non collimano col pensiero che le ascolta e le considera. Il lavoro di chi assume un atteggiamento filosofico è ben strano agli occhi del prossimo: pensare (quando si è liberi), studiare (quando si ha tempo), scrivere (quando la cosa viene a noi), dialogare (quando si può): tutte attività che non fanno profitto, né per sé (questo è certo) né per gli altri (e questo non è verificabile da nessuno, ma tant’è, con questa mancata attribuzione di senso a tali attività non riconosciute crolla nientemeno che uno dei pilastri della civiltà occidentale, ovvero la paideia). Perché accade questo? Perché queste sono le attività più passive (dal punto di vista del senso comune oggi, forse sempre, imperante) che si possano immaginare, a tal punto che, nel facile schematismo elementare del senso comune stesso, esse non vengono nemmeno riconosciute come attività. Anche dal punto di vista linguistico bisognerebbe uscire dalla troppo facile dicotomia attività/passività, poiché il filosofare esercita, nel suo non riconosciuto agire, non una contraddittoria e presunta passività, ma una lunga pazienza, questa parola così abusata e così nuova nel descrivere il modo (filosofico) di sopravvivenza al disprezzo che si accumula nei tuoi confronti.

5. L’affettività è anche imparentata con l’abitudine. Abituarsi a cose, persone e situazioni può voler dire amarle. Anche innamorarsene. In ogni caso soffrire per la loro mancanza. Quanta abitudine ci sia nell’amore è cosa tanto vissuta quotidianamente da tutti quanto poco riflettuta. L’amore si nutre di presenza continua, e la presenza continua è un abito indossato tutti i giorni. Una ben strana manifestazione della presenza: in un certo senso, una presenza in assenza. Infatti, questa presenza quotidiana, non riflettuta e inconsapevole è in realtà, se si assume appunto il punto di vista della coscienza-di, una forma di assenza. Tu, che io amo, ci sei, ci sei sempre, ma in questo sempre anche non ci sei in quanto persona saputa nel suo esserci da me che ti amo, ci sei e basta, ne ho una percezione per lo più inconsapevole, un’abitudine, insomma. Fuori dell’abitudine, l’amore è eccezione, straordinarietà, eccedenza comportamentale, anomalia rispetto alla vita quotidiana, ed anche questo, anzi, soprattutto questo è vissuto dalla letteratura coma amore. Ma, come ognuno ben sa, alla fine, l’amore vissuto non dalla letteratura ma dalle serie dei nostri istanti che chiamiamo provvisoriamente la nostra vita, questo amore qui è amore, cui il precedente, quello letterario serve da riferimento utopico, da cassa di risonanza, da feticcio, da mito, da alibi, da illusione, da risarcimento per ciò che sempre manca sul piano dell’affettività vissuta. Saper vivere ambedue queste dimensioni dell’amore garantisce forse dal dolore cui spesso l’amore mette capo? No, probabilmente no, ma aiuta a dare senso, ancora una volta, alla nostra esperienza vissuta.

 

Frammenti d’esilio, 1

 

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5 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 1”

  1. Mi sono avvicinato nella lettura di questo articolo con scetticismo, ma già dalle prime battute mi sono ricreduto.
    Una scrittura semplice e lineare, concetti che, pur nella loro complessità, mi sono risultati facilmente comprensibili.
    Condivido sull’incapacità di distinguere tra il cosiddetto “amore platonico” che qui viene definito letterario e quella che è la realtà di tutti i giorni, in cui si deve fare i conti anche con le incomprensioni che, probabilmente, nascono dalla scarsa comunicabilità della parola, dove se non c’è una “pulizia” mentale è preda di facili fraintendimenti.
    Complimenti, molto bravo

  2. Cara Carla, il seguito sarà costituito da altri 12 ‘frammenti’. Sempre che la ‘Dimora’ (e i suoi lettori) reggano l’overdose dopo ‘Maestri silenziosi’… Ma perchè il punto 5 ‘riesce sempre a fregarci’?

  3. Nel senso che l’amore è il sentimento che ci rende vulnerabili.
    L’amore non rende mai forti anche se ha tanta energia dentro di se, alla fine cessa proprio per quella forma di abitudine che subentra quando è troppo presente … è una contraddizione ma è così, si ama veramente quando la dimostrazione finisce
    è una cosa che si impara con l’esperienza.
    il dolore invece vince sempre, è lui il vero protagonista della vita
    ma non voglio andare oltre :-)

    è interessante anche il secondo punto:
    . Niente è mai come ci s’immagina dovrebbe essere.
    Lo si impara fin dalla prima giovinezza … per questo si costruiscono i sogni.
    Un caro saluto e a rileggerti presto
    c.

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