Frammenti d’esilio, 2

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Chi passa, al morire del giorno,
ch’ode un fischio lungo laggiù
riprende nel cuore il ritorno
verso quello che non è più
Giovanni Pascoli

frammento 2

21. L’intenzionalità di scrittura non registra e non spiega soltanto le diverse modalità di scrittura, o forme, o stili, ma modifica come le facce di un prisma la persona o l’oggetto di cui la scrittura si occupa. Di un certo amico, se ne scrivo in una lettera (intenzionalità epistolare), cercherò di dare al destinatario quelle che sono secondo me le autentiche coordinate del suo carattere, di ciò che dice e che fa, affinché se ne faccia un’idea il più possibile vicina alla realtà della sua personalità. L’obiettivo è la verità del suo esserci protetta dal segreto epistolare. Dello stesso amico, se ne faccio un personaggio di romanzo (intenzionalità narrativa), affermerò magari le stesse cose ma le nasconderò aggiungendo altri tratti e cambiando l’anagrafe, di modo che nemmeno lui, forse, leggendo, vi si riconoscerebbe. L’obiettivo, qui, non è la verità reale e individuale, ma la rappresentazione generale dell’umano attraverso l’invenzione di un carattere e di un comportamento, un altro ordine della verità. Che ne sarà poi di costui qualora diventi tema di chiacchiera e pettegolezzo? O assurga agli onori della rilevazione giornalistica? O debba scrivere di se stesso per un qualsivoglia motivo di lavoro che esiga le referenze autobiografiche della sua preparazione e formazione? Ognuna di esse mette in scena un’intenzione diversa ma mai contraddittoria rispetto a tutte le altre: lavoro infinito di descrizione di ciò-che-è rispetto a qualsiasi ente entri nella luce dell’esperienza di qualcuno. La composizione del mosaico non è mai finita, ma rivela ogni volta nuovi tratti di un ente che non è mai, dunque, se stesso se non sempre parzialmente, grazie agli asintotici raggiungimenti di provvisoria completezza rivelati sulla linea del tempo. Chi, malgrado questo, afferma di essere se stesso, letteralmente non sa quello che dice, poiché mancherà sempre un tratto a completare il quadro che consentirebbe di affermare l’identità di sé con sé. Il margine di oscurità rispetto a sé continua a lottare contro la presunzione di essere se stessi, senza per questo impedire ad ognuno di pronunciare il pronome personale di prima persona, sola possibilità di collaborare a completare il quadro stesso. Se ritenessimo davvero di non poter mai essere noi stessi, non potremmo mai contribuire, di rappresentazione in rappresentazione, a diventarlo: compito necessario, si badi, persino alla semplice sopravvivenza.

22. Abituandosi, nelle relazioni, a non prevalere mai, si finisce per imparare a subire, si finisce per fare della passività la propria regola di vita. Quanto questo sia dannoso appare evidente, se si tiene conto dell’andamento comune delle cose del mondo, nel quale chi subisce non esiste, diventa un’ombra, un numero, appartiene alla massa. D’altronde, il buon funzionamento di questo tipo di mondo richiede la passività come dote primaria, camuffata eticamente con la parola obbedienza. Il principio dell’obbedienza è l’alibi morale con cui, presso chi comanda, si nasconde il fatto che non possono prevalere tutti nello stesso luogo e nello stesso tempo: una sorta di principio di non contraddizione comportamentale. Si dice anche: immaginare un mondo senza passività significherebbe negare, insieme ad essa, anche ogni tipo di attività, come se esse fossero le due facce di una stessa medaglia giocata nel migliore dei mondi possibile. La coppia attivo/passivo s’impara in famiglia genitori/figli), sui libri di grammatica (e a scuola in generale) quando i maestri e gli insegnanti diventano l’incarnazione della coniugazione verbale (insegnare=verbo attivo; imparare=verbo passivo), durante l’educazione religiosa (Dio Padre e il suo gregge), nei rapporti sessuali e sentimentali (maschio=principio attivo e lavorativo, sesso penetrante; femmina=principio passivo e accuditivo, sesso penetrato), e infine e soprattutto, dopo tutta questa lunga preparazione pubblica e privata, sul lavoro. E poi, naturalmente, fuori dal lavoro, nel tempo libero, con il trionfo della passività nella fruizione di media informativi e distraenti che non prevedono alcuna forma di partecipazione reale alla composizione del messaggio fruito, qualunque esso sia. Non si può far finta di dimenticare, infine, l’ambito della politica; ci si può chiedere, infatti, che ne è di un’autentica democrazia, quando si finisce per votare (unica attività politica, di fatto, da parte del singolo nelle società con decine di milioni di persone) simboli o sconosciuti, che sono stati capaci di persuaderci ad essere attivi (o meglio: passivi in questa attività) nei loro confronti, scegliendoli affinché gestiscano nientemeno che il Potere, che poi ci renderà, diventato leggi, ancora una volta e ancora meglio del tutto passivi e proni a volontà che non ci riguardano se non grazie alla passività coatta che ci li ha fatti votare.

23. Quando avanza il primo, e poi il secondo, e il terzo giorno vuoto, e tutta la serie dei giorni che verranno ti sembra che non sarà migliore di questi che stai vivendo; e quando avverti, come se tu avessi nervi scoperti, la benché minima variazione d’umore negli altri che ti stanno attorno, e quando la sofferenza di esser rimasto solo si acuisce oltremodo rispetto ad altra tipologia di giorni; e quando nessuna delle occupazioni che fino lì ti davano qualche soddisfazione riesce ancora a farlo, e così resti con le mani in mano e giri per casa come un prigioniero in cella; e quando l’unica cosa che vorresti ricevere, un po’ d’amore, è l’unica che tu non riesci a dare, o almeno così ti fanno credere gli altri che hanno smesso d’amarti, e te lo vengono a dire anche; ebbene, quando accade tutto questo, e accade più sovente di quanto si creda, conviene sedersi a un tavolo e mettersi a scrivere qualsiasi cosa, giocandoti l’ultima illusione: che chi scrive si salva.

24. Il disgusto profondo nei confronti degli uomini politici di questa destra italiana, e la non meno radicale delusione che si prova nei confronti degli uomini di questa sinistra che dovrebbe costituire l’alternativa, rendono difficile, se pure non impossibile, vivere serenamente gli ultimi anni della vita. Per non impazzire, bisogna affidarsi al pensiero delle cose più generali, filosofando, anche se la preoccupazione per le cose particolari non cessa un attimo di angosciare e turbare la libera riflessione su quelle stesse poche cose generali che contano. Tra di esse, peraltro, e come precondizione di tutte le altre, proprio la quieta disposizione al pensiero e alla scrittura, che continua comunque a valere e a produrre contro la barbarie dei tempi e la meschinità degli uomini preposti alla salvaguardia del bene comune.

25. Dal fondo della coscienza emergono desideri inconfessati e paure ancestrali. Da quel fondo prendono la parola, che prima non avevano, e si traducono alla coscienza vera e propria, acquistano sintassi, senso e spessore, e si offrono al combattimento che ingaggiano con la ragione, di cui la tua coscienza deve poter continuare a menar vanto. A tal punto t’imbarazza la limitatezza denunciata da quei desideri e da quelle paure, che pensi, all’opposto, che dentro di te si nasconda l’idea dell’infinito, e che sì, con questa idea varrà la pena tutt’al più di combattere, non con quelle paure, non con quei desideri. Porti dentro di te una violenza tale che essa fa di te un baratro di cui non intravedi il fondo, per quanto acuta sia la tua volontà di pace e di tolleranza. L’idea dell’infinito piano piano acquista un colore, delinea una forma, mormora un suo senso fino lì oscuro: sono forse quegli stessi desideri e paure a nutrirsi dell’idea di cui andavi tanto fiero come dell’unico vero antagonista con cui fare i conti? Negarlo a te stesso è un’operazione che ti costa pagine di tempo che non vorrai poi mai più sfogliare. Eppure è proprio in esse che è passata la miglior ragione della tua vita, e non lo hai saputo riconoscere.

 

Frammenti d’esilio, 2

 

Annunci

3 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 2”

  1. è sempre interessante leggerti, Gianmarco, perchè vai a fondo nelle cose che proponi, sembra che prima di scriverle hai sfregato insieme all’inchiostro una parte di derma, per questo nutro affinità, sondo …
    al punto 22, io vedo in quella passività descritta insieme all’obbedienza, la formula della pazienza
    la sperimento ogni giorno, per stare a galla
    io, impulsiva di natura, vesto uno strato protettivo che mi permette la difesa necessaria quando l’aggressività avanza senza filtri.
    la pazienza è la più alta virtù senza ombra di dubbio.
    il punto 23 lo sintetizza benissimo, quando ti siedi a scrivere il furore si attenua, lascia spazio allo sfogo, la penna possiede un suo ritmo
    ma sempre, in ogni situazione della vita, si ha bisogno di una spinta, di uno stimolo, di una ragione, per poterlo fare con sincerità e verità
    perchè la verità non deve adattarsi, deve emergere, altrimenti non è verità.

    (meglio non indagare cosa sosti nel fondo della coscienza);-)

    ciao!

  2. hai colto perfettamente il punto. E’ proprio come dici tu: “hai sfregato insieme all’inchiostro una parte di derma”. Rimane però altamente problematica la salvezza che si ottiene scrivendo: per quell’attimo, l’attimo di scrittura, sei nudo e felice, perchè pensi di dire una qualche verità, quella riguardo all’argomento su cui stai scrivendo. Ma poi? il rischio che si tratti di una semplice esercitazione di scrittura è il dubbio che ti assale, e comunque, rispetto alla tua vita, quella sulla cui base ti è nato il frammento e ti è sorta la necessità di scriverlo, non è cambiato nulla attorno, e anche tu scrivente, ahimè, sei tornato ad essere quello di prima…

    grazie per la tua attenzione, vigile e pertinente!

    ciao

    1. La salvezza nella scrittura, bel tema …
      (forse esiste solo quando la tua vita non ti basta).

      Il merito che dò alla scrittura è che in certi casi (quando si scrive seriamente) fissa la verità che hai vissuto nell’istante in cui hai cercato di rappresentarla, quindi, quando andrai a rileggere quel frammento, quella verità vivrà di nuovo – di luce tua e di luce propria – quindi, già questa è una salvezza.
      Noi torneremo quelli di prima ma un po’ alleggeriti ;-)

      Ciao Gianmarco, a presto
      c.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.