Frammenti d’esilio, 3

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Hérésie à découvert!
Tout l’humain sur le pas de la porte,
à fleur de peau.
Le dehors plus intime
Soudain que le dedans.
Jean Flaminien

frammento 3

55. Probabilmente, il peggior “peccato” che un uomo possa commettere è quello di credersi immortale. Di fatto, noi viviamo ogni attimo della nostra vita come se non dovessimo morire mai, come se la morte riguardasse sempre e soltanto gli altri. Sia chiaro, è necessario che sia così, affinché la nostra sopravvivenza sia possibile, nessuno potrebbe lavorare, pensare, scrivere, leggere, amare se la natura non ci avesse fornito una specie di smorzatore capace di ottundere la percezione del fatto che, essendo nati un giorno (quello, e non un altro), ci attende la conferma di un tale enigma in un altro giorno (quello, e non un altro) in cui godremo del bene di non avere più il dovere della memoria rispetto all’intera serie dei giorni che precedono, perché, essendo morti, avremo perso la coscienza di quel sé che s’incarica quotidianamente di ricordarla per poter vivere. Forse, la vera stortura del legno che siamo, è questo connaturato oblio che dura nell’illusione di un sempre, l’unico che ci viene concesso, e che ci viene concesso come attimo, come godimento difficile di un attimo che vorremmo non finisse mai, che ci illudiamo che non finisca, che non sia finito, ed è finito ogni volta. Se così fosse, allora siamo dannati davvero alla partenza, la vita della coscienza è dannata all’origine, poiché la vita, per poter vivere, deve credere di non essere a termine. L’inganno naturale che ci appartiene contro ogni nostra responsabilità non ci rende per questo meno responsabili; infatti, nessuno può impedirci di conoscere in tempo tutto questo, di vincere l’abitudine, di conquistare spazi di consapevolezza dentro la percezione abitudinaria dell’eternità illusoria e degli attimi voluti intensi. Il fatto è che, ahimè, a loro volta questa intellettualità vincente sulle cose del mondo e sui nostri sensi ingannatori dura lo spazio, a sua volta, di un attimo: nessuno può vivere a lungo fuori dall’inganno che lo rende eterno anche di fronte alla sparizione delle persone più care, come se ciò che riguarda gli altri non riguardasse anche noi, come se noi fossimo diversi. L’inganno di una vita eterna, in fin dei conti, per funzionare, ha bisogno di un secondo inganno, che sta alle spalle e che non è meno naturale e spontaneo del primo: quello della nostra alterità, o dell’alterità degli altri, interpretata sia l’una che l’altra come diversità di sorte, di statuto ontologico, di destino, come se gli altri fossero mortali, non noi, non noi ora, per lo meno, ora che ci pensiamo, ora che viviamo il paradosso di pensare alla morte (degli altri), o addirittura alla nostra futura (ma persa in un tempo cui sentiamo oscuramente di non appartenere, come se non ci riguardasse), ma senza che la cosa ci getti nella disperazione della più radicale insensatezza, anzi, confermandoci come ben vivi in mezzo alle nostre stesse lacrime. Tutto questo non significa naturalmente che occorra pensare alla morte spesso, o sempre, anche perché un tale esercizio del pensare non serve letteralmente a niente: non aiuta di certo a vivere meglio, e non ci dà, rispetto alla morte, nessuna informazione in più che ci possa aiutare a sopportare meglio questa meta comune ad ogni vivente, ad ogni vivente suo malgrado, ad ogni vivente che non riesce a sapere mai fino in fondo che deve morire, suo malgrado.

56. Tra le solitudini possibili, quella dovuta ad un blocco di comunicazione è la peggiore: non ti si ascolta, non ti si comprende, non è interessante quello che pensi e che dici. Vorresti essere muto, per avere un alibi al disinteresse da cui ti senti circondato, invece hai la parola, ma non ti viene chiesto di usarla, e se decidi di usarla comunque non ti si ascolta, ti cambiano l’argomento o si rivolgono ad altri, come se tu non esistessi più. Chi tace nei gruppi umani non è detto che non abbia niente da dire, ma questo sospetto non viene a nessuno nel gruppo, poiché tutti sono occupati a emergere facendo sentire le proprie ragioni, o semplicemente la propria voce, talvolta considerando l’argomento cui quella voce presta la manifestazione del tutto secondario. L’immagine della giungla umana priva di regole si disegna bene proprio quando la conversazione è spontanea, nei salotti, negli incontri estemporanei tra due o più persone. Non è vero nemmeno che ognuno ascolta solo se stesso, in verità, quando parla senza ascoltare né prima né dopo l’interlocutore, semplicemente riempie dei vuoti fisici, la sua voce s’innalza sul brusio indistinto del mondo, del piccolo mondo di cui fa parte lì e ora conversando: la conversazione spontanea tra esseri umani assomiglia sempre di più ad un rumore di fondo, insensato come quello del traffico in una città, composto da infinite sorgenti sonore non bene identificabili e, proprio per questo, prive di senso. In queste conversazioni in cui nessuno è davvero se stesso, essendo soltanto una voce più tonante di un’altra e null’altro, ciò che va perduto è il buono dell’identità, dell’esistente che fa esperienze proprie e intende parteciparne gli altri, che dunque riconosce come propri eguali nella diversità. Ciò che va perduto, appunto, è il senso profondo della comunicazione, il tessuto delicato che ci fa sociali, che risolve le solitudini in molteplicità libera di solitudini che si comunicano queste stesse solitudini, e così facendo le trascendono.

57. Il ruolo che gioca la regola nella vita quotidiana non è mai abbastanza valutato: nutre l’abitudine e su di essa al tempo stesso si appoggia, secondo un mutuo scambio di energie che rende inestricabile il loro rapporto. Il nostro corpo vi si adatta alla perfezione, a tal punto che non vorremmo mai che si verificasse un cambiamento nelle situazioni regolate, anche se in esse ci annoiamo, anche se in esse ci rendiamo conto che non c’è più nessuna riserva di autentica vita, anche se amiamo l’idea di un accadere della novità. L’abbandono, anche solo momentaneo, delle regole e delle abitudini ci spiazza per quel tanto che giustifica in noi un ripensamento in merito all’introduzione della novità cui alla fine ci siamo convinti. Chissà se è di questo ordine l’abitudine alla vita di fronte alla novità della morte? Quali sono le regole messe in discussione dalla morte? La vita in sé è forse una regola, la regola suprema? Un credente risponderebbe di sì, poiché la vita è un dono concesso dalla divinità, un dono per modo di dire, poiché il suo usufrutto non ci mette comunque in diritto di farne ciò che vogliamo, dobbiamo infatti seguire delle regole, delle regole di vita per fare in modo che quel dono non vada sprecato o usato per fare il male o addirittura rifiutato in quanto non più pertinente a ciò che per vita intende il donatario. Ma un non credente, a meno di profilare la propria vita sulla classe, sulla specie, sui figli e insomma sul futuro degli altri che verranno, dell’umanità in fin dei conti, non ha di questi agganci, e si domanda legittimamente che relazione ci potrebbe essere tra vita e regola di vita, soprattutto se non intende risolvere la regola di vita in abitudine. Forse soltanto un non credente di questo genere è in grado di trasformare la sua riflessione, peraltro tragica, se pure non in senso classico, in etica, in esperienza etica del vivere personale e comune, in relazione all’Altro che non si riduca a senso comune praticato da tutti e guidato da u qualche potere occulto verso mete non riconosciute dalla propria coscienza.

58. Le difficoltà logiche di una dimostrazione (ad es. la terza dimostrazione dell’immortalità dell’anima nel Fedone, in merito a immortalità e incorruttibilità, in palese disaccordo con la prima dimostrazione data qualche pagina indietro) mettono in imbarazzo il lettore fino ad un certo punto: sembra quasi che la bellezza dell’argomento e la poesia implicita nelle immagini con cui si spiega ed esemplifica siano più che sufficienti, o bastino a se stesse, cosicché si accetta il limite, e anche l’astuzia con cui si passa ad altro, aggirando l’ostacolo. Poi però dispiace che ci si sia accorti di simili giochetti, di simili peccati veniali in mezzo a tanta virtù argomentativa, e ci si chiede se valeva davvero la pena di stigmatizzare quella piccola macchia. Sì, ne valeva la pena, è stato giusto: non è la persona che risulta additata, poiché il pensiero e l’appartenenza del pensante a quel pensiero, se il pensiero è di ordine generale, ovvero filosofico, come in questo caso, sono un problema che non si risolve sul piano moralistico, mobilitando colpe, astuzie, sottigliezze psicologiche. Le difficoltà logiche di un pensiero sono prima di tutto difficoltà di quel pensiero che, pensato e scritto dal pensante, è poi pensato dal lettore e non risolto, prima di tutto, da lui. Al pensante che l’ha scritto non è giunta soluzione o non è giunto dubbio che lì si celasse un’insidia, fu vera astuzia quella di passare ad altro come se così non fosse? Non è importante, se è importante quello che viene detto in seguito, fare come se il problema se non ci fosse, un altro in seguito risolverà quel passaggio, ciò che conta è che si raggiunga la meta provvisoria che quel passaggio difficoltoso presupponeva, si può sempre tornare indietro quando a quella meta si è arrivati. Platone non tornò mai indietro, però, e quella pagina del Fedone rimase aperta per i posteri che non dettero per scontato quello che lui dava per tale, e non ritennero di dover fare finta che non fosse così. Non tutti peraltro, molti non s’accorsero che Platone si era fatta da sé un’obiezione al proprio argomentare perché sarebbe stato molto più imbarazzante se l’obiezione fosse finita in bocca ad uno dei giovani interlocutori (Simmia, Cebete), e se l’era fatta en passant, per così dire, come se fosse un inciampo sul cammino del ragionamento ma tale da non fare cadere il viandante. Che proseguì il suo cammino e lasciò perdere per sempre di precisare meglio.

59. L’enigma di sé che ognuno si porta dietro (e dentro) emerge ed è visibile soltanto agli occhi di un altro. L’enigma di sé si manifesta nel generale comportamento (gesti, parola) di un corpo, accolto nella sua complessità di “corpo” e di “anima”, di sentimento e di pensiero. Ma soltanto un altro può vedere, capire, nutrire sospetti, giudicare, concludere in merito: in un certo senso, è vero che noi siamo (e siamo sempre quell’enigma di sé) per quel tanto che siamo per l’altro. Da soli, quello che siamo non sappiamo di esserlo, e forse non sapendo di esserlo non lo siamo, per lo meno non lo siamo allo stesso modo in cui lo siamo quando sappiamo, ma il modo in cui siamo quando siamo soli, proprio perché siamo soli, per l’appunto non lo sappiamo, cosicché essere, intersoggettività e sapere sono i nomi interconnessi di una vita tendenzialmente consapevole, in lotta con l’enigma di sé. Ma noi, alla fine, che cosa sappiamo del sé? Quello che ce ne dicono gli altri? Sì, quello che ce ne dicono gli altri, ma filtrato dal nostro pensiero riguardo a noi stessi, cosicché di fatto non conosciamo né noi stessi né esattamente che cosa gli altri sanno di noi stessi, o anche: conosciamo quel che ne sappiamo, filtrato dal nostro pensiero, per quello che riusciamo a capire di ciò che ci viene detto e soprattutto per quel che l’altro decide di dirci riguardo a noi stessi circa il nostro comportamento generale. L’enigma di sé si carica di dubbi, di errori, di fraintendimenti, di preziose rivelazioni, di giudizi gratuiti, di pregiudizi non mai verificati, e la ricorrenza con cui determinate formule che ci riguardano, e che intendono valere come descrizioni di un agire, di un sistema di pensiero, di un patrimonio d’intenzioni, di un temperamento, di un carattere, di una somma di vizi e di virtù, ebbene, quelle ricorrenze costituiscono l’unica possibilità di autoconoscenza che, sommata alla nostra introspezione sempre eterodiretta, ci resta da considerare quando desideriamo almeno provare a sciogliere l’enigma di sé che ci perseguita ogni volta che ci fermiamo a pensare all’imminenza della nostra morte, e alla perdita di sé che essa rappresenta.

 

Frammenti d’esilio, 3

 

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8 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 3”

  1. L’essere vive in un grembo, che non sappiamo se universale perché le nostre possibilità percettive ci consentono solo di poter riconoscere la nostra pura osservazione, o meraviglia, ed è quanto. Per poterlo comprendere bisogna entrare nella solitudine in modo ‘scientifico’, non limitandoci a considerarla oggettivamente, cioè esternamente. Chi avesse esperienza di meditazione, ad esempio con la tecnica buddista della Vipassana, sa di non essere una monade lasciata in balia degli eventi, e sa che tutto questo non ha alcun senso, alcuno scopo, se non quello proprio della natura dell’essere (testimone). Chi crede nell’immortalità, o nella reincarnazione, sceglie di non sentirsi escluso dall’esistenza; ma chi fa meditazione sperimenta l’esser-ci in assenza di pensiero, quindi di parole, e sa che questo è possibile.
    Ringrazio Pinciroli, e la redazione, per questi frammenti, davvero interessantissimi.

  2. dopo tre giorni torno a leggerti e, sorpresa, parli di immortalità e di avvicinamento alla morte…mi interessa in particolare il punto 59, dove tratti dell’enigma del se.
    a cosa serve conoscere i misteri di una personalità?
    ci sono troppi filtri ad oscurare la verità che quasi sembra più semplice evaderla, evitarla …è solo quando ti trovi solo che può emergere ma è anche vero che se non c’è un altro da sè, è difficile fare un punto di questa verità, strutturarla e collocarla in una precisa posizione.
    un tempo i miei scritti venivano molto influenzati da certe letture filosofiche un pò cavillose, ora che ho preso le distanze, ciò che descrivo è forse troppo personale, ma di sicuro più mio ….più pieno di quell’enigma del se che vorremmo scoprissero gli altri.
    ma in poesia tutto è permesso, e questo non sapere è più gratificante di qualsiasi “congettura”.

    un saluto e un abbraccio :-)

  3. Sia il tema sollevato da Tosi nel suo commento sia quello sollevato da te nel tuo sono mie antiche ossessioni che, com’è ovvio, non cercano soluzioni brillanti ma difficili e provvisori approfondimenti. Col passare degli anni la maggiore vicinanza alla morte rende, infatti, più preziose le parole con le quali cerchiamo di nominare l’enigma del sé di fronte alla propria mortalità; se, com’è il caso mio e tuo (non so di Tosi), si scrivono versi, facciamo la seguente esperienza: nelle parole di quei versi che scriviamo l’enigma si apre e si nasconde ancor più, e, secondo un paradosso che ho già riscontrato in grandi poeti da sempre letti ed amati (uno per tutti: l’ultimo Luzi), la sintassi che connette i significati di sostantivi verbi ed aggettivi si fa asciutta, essenziale, al tempo stesso (ecco il paradosso) consentendo alle parole il peso e lo splendore di tutti i loro significati possibili e obbligando il lettore a riempire le molte connessioni mancanti col proprio contributo di senso: chiarezza di singoli significati, da un lato, fino all’accecamento, e dall’altro riduzione fino all’enigma dei legami che dovrebbero portare quei significati all’unità di un senso. Una specie di ‘opera aperta’ grazie alla quale l’enigma della cosa, oggetto di quei versi, resta rappresentato dall’enigma della proposizione che intende tradurla. Tutto questo per dire dunque che l’approfondimento, rappresentato dalle parole della poesia, è l’unico approccio possibile, almeno per chi scrive versi, all’enigma di sé, da parte di coloro (tutti noi, ahimé) che sono destinati a morire; nella sospensione della scrittura (e della lettura profonda, naturalmente) viviamo forse l’unica immortalità sperimentabile, la sola che ci sia data secondo un minimo di coscienza (un analogo, forse, della meditazione di origine buddista di cui parla Tosi).

  4. è tutto molto interessante, e anche io ringrazio!
    andrò a rileggermi l’ultimo Luzi, sicuramente ….

    una domanda per Tosi:
    in che modo poesia e meditazione sono sorelle?
    io ho sempre visto la poesia come lampo di un’idea, intuizione che poi la mente elabora e sintetizza … la meditazione comprende un dis

  5. stavo scrivendo che la meditazione comprende un distacco dal corpo – qualsiasi corpo.
    ti confesso che trovo la sua attuazione tra le più difficili da realizzare …
    come dire, mentre con la poesia il pensiero si addensa con la meditazione si annulla ….

    1. Gentile Carla,
      anch’io me lo chiedevo quando ripresi a scrivere, dopo più di vent’anni di meditazione: perché farlo se la poesia, che è una particolare arte del pensiero, dal momento va nella direzione opposta di chi cerca il silenzio della mente? Perché la poesia, è magia: esci dal corpo e vai dove ti pare, curioso come un defunto. La poesia mi si rivelò più divertente. Non so se le due cose possano convivere, non ci ho mai provato, né ho letto di qualcuno che l’abbia fatto; tranne forse poeti come Rumi, ma era un estatico; oppure altri, saggi e religiosi. Ma tutto questo non è silenzio.
      Essendo creazione, la poesia non può vivere nell’equidistanza; perché l’equidistante è assoluta serenità. La poesia è azione, checché se ne dica. E la meditazione distacco, pura osservazione. Bisognerebbe chiederlo ai saggi, ma quelli probabilmente ti risponderebbero che la poesia è meditazione in senso assoluto, lasciandoti poi lì a ragionare. E’ come nella vita: c’è chi fa e chi sta a guardare. Chi guarda è monco, s’è perso al corpo.

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