La vela e il vento

Nicolas De Stael, Barques dans le port, 1955

Marco Ercolani

Al foglio bianco metto mano ogni giorno pensando di scrivere pagine mie, e le parole si moltiplicano, si rispecchiano, si cancellano, diventano scudo e specchio. Mi rifugio, mi rifletto, mi ostino. E, mentre scrivo, la pagina, nera e fitta, smette di appartenermi. Quasi non riesco più a leggerla. Complice del mio io sonnambulo, tace.

 

La vela e il vento

Tratto da:
Scudo e specchio
(2012-2015)

di prossima pubblicazione in
La Biblioteca di RebStein

 

La ferita crea l’uomo.
Edmond Jabès

 

Le pagine degli altri sono vele, la tua è il vento che ci soffia attraverso.

Scrivi perché il bianco della carta ti abbàcini. Ti indichi il vero silenzio.

Entri nell’altro, lo correggi, lo illumini, lo fai tuo, sei un noi. I gesti segreti che ritrovi in vite altrui sono la tua semiologia dell’inferno. Mentre chiudi gli occhi e il sole ti sfiora la pelle, torni vivo fra le altre ombre.

Voci, da sempre, in tutta la stanza. Riconosci la tua?

L’aria entra dove scrivi, perché l’aria è il regno delle parole.

 

**

 

Appena ti arriveranno queste righe, non rispondermi. Chi ti ha scritto è già un altro uomo.

Fino a quando sarai fermo sulla soglia, con frecce che non scaglierai? Fino a quando fisserai il sole?

Cerca di ricordare i suoni del ciclone e osserva i muri che hanno resistito.

Di certi animali simili a uccelli o serpenti, scolpiti in legno su uno dei templi di Kyoto, si dice che liberino la mente dagli incubi.

 

**

 

Dipanando in parole quanto non sarebbe dicibile, la lingua scava interminabilmente se stessa come una termite il legno. Il legno alla fine appare intatto – anche se in realtà è vuoto.

Il segreto, o resta tale o sale alle labbra per essere detto: ma allora la voce lo trattiene e assistiamo all’apparizione della scrittura. La scrittura non giunge dalla materia della parola ma dai racconti delle sue peripezie.

Mettere spasmi nel linguaggio, non disarticolarlo.

La pagina dove inventi parole è un muro dove sbattere le mani, la mente.

Sprofonda nel buio con la tua fiamma. Ogni scrittura contiene il suo grido.

Se ricopri il mondo di parole, non è forse quello il tuo modo di tacere?

 

**

 

Una foresta di capitelli, la cripta, e non esiste un unico autore.

Scrivere verso un nulla che non ti appartiene. Essere sempre all’inizio, senza opere da mostrare, solo con le parole: parole come specchi che non riflettono più ma che trattengono l’antica nostalgia di riflettere il mondo.

Iniziare a scrivere. Iniziare sempre. Fuggire le frasi compiute come teoremi risolti.

Sciolte dai libri, le parole restano negli occhi dei lettori.

Trovare, toccando le pietre, l’aria che le circondò per secoli – grave o lieve che fosse.

Lo stile è scudo che protegge e specchio che moltiplica.

 

**

 

La ferita, illimitata, La scrittura, il limite

Hanno chiuso le porte della città, ma la battaglia prevede già il crollo delle mura. Potresti scrivere per una notte intera, le unghie che scavano il cuscino con frasi cieche, e non potrai rimandare quel destino. Però non smettere, come hai sempre fatto, di cercare le tue parole.

Il poeta sente qualcosa che non può capire e cerca di evocarlo, mantenendo viva una gioia incomprensibile.

L’opera compiuta e bella: remota natura morta. L’opera-frammento: sempre letta, riletta, attraversata.

 

**

 

Un verso per cui trovare la voce, restando all’altezza dei propri sogni. Talvolta rimane il desiderio di nuotare contro la direzione dell’onda, la testa assente.

La musica come evento tattile. Da ascoltare con ossa, pelle, cartilagini. Le Variazioni Goldberg e il grido di un aborigeno arrivano da punti diversi del corpo. Gli accordi di Sokolov e l’urlo di uno sciamàno hanno risonanze diverse ma un nodo perturbante comune.

È necessario che il libro diventi un sogno da plasmare, non una storia da concludere.

Miracolosamente familiare, quel libro: lo leggi come se stessi scrivendolo ancora.

L’arte non consola. Tràpana e svena, poi lascia soli a parlare.

L’oltranza della scrittura. Una forma di coraggio. Quella che tu possiedi.

 

**

 

Occorre trovare il fondo del muro. E poi?

Libri da comporre in un’ora, le parole che sfuggono, le immagini che incalzano. Come si riesce a dare architettura a un soprassalto, partitura a un brivido?

Scrivi in apnea, perché l’immagine non fugga prima di essere tracciata. Solo le parole restituiscono la fiducia nell’impossibile che la realtà ci nega.

Ciò che osavi sognare, nella parola, è la parola.

Una pagina fitta di incubi, illuminata dalla scrittura.

Ogni suono che rifrangi, dentro o fuori di te, trasfòrmalo in atto poetico. Le parole, vive anche durante il sonno, ti aspettano.

 

**

 

Essere nel nulla e non salvarsi. Ma annotare. Cancellare le parole scritte per poter scrivere ancora. Il lavoro poetico è rigorosa dilapidazione.

Per descrivere l’indicibile alcuni usano le tenebre, altri i colori.

La scrittura viene dal nulla e va nel nulla, come quando capita di ridere insieme, in una stanza buia, mentre si voleva piangere.

La disseminazione dell’identità: il desiderio di resuscitare maschere, di moltiplicarsi. Non c’è tristezza, nel moltiplicarsi, ma ebbrezza del perdersi e ritrovarsi.

La scrittura: ago piantato nel palmo della mano. Le parole fanno sanguinare le dita.

La follia ha in comune con l’arte il desiderio, giovane e assoluto, di sconfiggere la morte.

 

**

 

Léggere, léggere, léggere. Ma non scrivere più. Ogni scrittura, anche la più ispirata, è solo un rifugio dalle ferite. Un voler trattenere ciò che scorrerà sempre.

Alcuni capolavori, se non sono realizzati, sconvolgono. Immagina gli appunti preparatori, le frasi accennate, gli schizzi, e non riesci a capire cosa sarebbe potuto accadere. In quel non capire cominci, lentamente, attraverso mille dubbi, a ripensare forme, stili, sapienze.

Leggere le pagine dei morti e guardare la bellezza del cielo: così ritardi il congedo dal mondo.

 

**

 

Una lettera scritta un secolo fa, che potrebbe non essere mai stata spedita, che arriva oggi a un altro destinatario e lo convince a intraprendere decisioni importanti. Un eccellente paradosso. Come la passeggiata di un cieco che illumini il cammino di molti vedenti.

Se scrivi pensando a nessuno, la tua parola, vicina alla parola dei morti, pensa  l’impensabile.

Il linguaggio scoperto sempre come per la prima volta, insolente e nuovo, cristallino e imperfetto.

Andando verso una strada non vista, il poeta sa farci sentire ogni oggetto che nomina come se lo toccassimo nel buio, come se leggendo lo illuminassimo, come se da ciechi tornassimo vedenti attraverso la parola.

 

**

 

Ogni autentico poeta è portatore di una visione del mondo che non coincide con nessun’altra prima, che sovverte le percezioni altrui, passate e future, per ri-accoglierle dopo. Ogni poesia presuppone lo stupore del lettore e la confusione dell’autore.

Inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremmo descrivere dentro o fuori di noi, tentiamo di esprimerci; ma non ci riusciamo, come Alberto Giacometti sentiva di non poter scolpire un volto così come lo voleva, e così, mentre non riusciamo a niente, mentre cerchiamo le parole con cui sicuramente falliremo nel dire ciò che vorremmo dire, in questo sentimento di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la poesia, e quando è nata, possiamo lavorarci e correggerla, con orgoglio e disincanto, sicuri che non avremmo fatto ciò che intendevamo ma che ci siamo avvicinati, con una certa approssimazione, al nostro lunare progetto.

 

**

 

Scrittura come recinto intimo. Scommessa contro le tenebre. Nostalgia di cose che non sono state dette, desiderio che siano dette e scritte ora. Inventare dei ricordi. Incontrare un passato che sia futuro.

Il raddoppiamento del testo genera una vertigine speculare. Ogni forma esposta a questa vertigine si mostra aperta e percorribile, in un senso e nell’altro, perché appartiene al mondo degli specchi. E nulla, più dello specchio, rimanda alle menzogne dei vivi e al mistero della soglia. Chi è illuminista crede alle ragioni della notte ma non alle sue tenebre.

Si scrive ciò che abbiamo appena sognato di leggere.

 

**

 

Don Quijote provoca il reale per mettere alla prova la realtà delle storie lette. Agisce nel mondo quelle parole perché ha bisogno della loro verità. È un folle.

Il poeta scrive in quel punto di sé dove sarebbe logico tacere.

Scrittura come frammento a cui non è concesso né inizio né fine, avvolgente e porosa, senza scampo. Migliaia di parole che si addensano e si cancellano, una scia. E alla fine resta il silenzio.

I rapsodi, nella tradizione dell’epopea greca, erano detti “cucitori”: con le parole dei loro racconti lenivano il dolore che scuce il presente dal passato.

La bellezza estetica è quella sospensione dalla vita che ci rende occasionalmente immortali.

 

**

 

La metafora, più che un eccesso di senso, è l’erosione del senso comune, è uno stato di veggenza che coincide con il  vedere di meno o il vedere di più

La metafora indica un venir meno del discorso che ci rammenta, per analogia, il sonno quando si popola di sogni. Come in una variazione, le vie della metafora rendono polifonico il tema di partenza e conferiscono alla realtà linguistica e conoscitiva una porosità e una risonanza che prima non possedeva.

Essere altro da sé e, dopo, tornare a sé. Chi vuole esprimere il suo io fuori dall’io sceglie un destino metaforico.

L’oggetto, fuso dalla fiamma, sfugge, almeno in parte, all’onnipotenza creatrice; il fuoco sovverte la volontà che intende plasmarlo.

La conoscenza? Fin dall’inizio, l’ossessiva obbedienza a una passione.

L’arte è l’equilibrio fra la volontà del creatore – il suo tempo di costruzione – e la resistenza dell’oggetto – il non-tempo della materia.

 

**

 

È difficile, o impossibile, raggiungere il confine?

Chi è posseduto da un’idea e fissa nel foglio una frase, tradisce entrambe e illumina entrambe.

Correggi, dentro il tempio, quella frase imperfetta sull’eresia.

Ripetilo a te stesso: i libri non sono mai stati ombre.

 

**

 

Controtempo e lucidità: il lavoro dell’arte.

Scrivendo, custodisci te stesso con le parole. E mai nessun libro potrà essere l’ultimo.

Dimentica tutte le notti per una luce così abbagliante da contenere la tua ombra.

Per difendersi dal mondo dove non vuole essere, lo scrittore si insedia nel mondo reale delle parole, in cui regna. Ma non da sovrano, da servo.

Hanno decapitato Kaleb Asaad, 82 anni, direttore del sito archeologico di Palmira; poi hanno appeso il cadavere a una delle colonne più antiche della città. Si illudono di averlo ucciso.

 

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Il foglio bianco, due penne sul tavolo.

Una, spezzata.

Nel vortice delle pagine strette una doppia parola erompe: quella che descrive e quella che sovverte.

 

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A Ponte Milvio, Roma, il 28 dicembre 1994, muore assiderato un clochard di trentacinque anni, nativo di Mostar: il suo nome era Slobodan. Della sua vita si sa l’attimo in cui si interruppe: il resto della storia è dentro pensieri, ricordi, immagini che non torneranno, di cui fare parola è compito dello storico e dello scrittore.

Cerca di suicidarsi trascinando la madre nella tromba delle scale. Cade, solo. Va in coma. Gli viene scoperto un meningioma che lo avrebbe ucciso in tre giorni. Viene operato e poi salvato dal coma. Al risveglio si domanda se è stato fortunato o sfortunato due volte.

 

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Nella malattia mentale sono i sintomi la scrittura deformata che il terapeuta, lettore e interprete, deve decifrare e trasformare.

Non aggiungere il suono della tua mente al frastuono di un’altra.

Trasforma le anonime cicatrici dell’assenza in tracce dolenti di una mancanza.

Comincia a curare.

Così lo psichiatra guarisce la follia come sintomo di dolore e la restituisce al folle mutata di segno, insegnandogli a non subirne la violenza ma ad usarne la ferita come radice di fantasie.

Secondo Novalis, ogni malattia è un problema musicale e la guarigione una soluzione altrettanto musicale. Questa riflessione rende secondaria ogni onnipotenza terapeutica, ma trasforma la cura in un rapporto che sarà sempre umano e poetico.

Il “maestro dei pazzi”, nelle leggende di certi manicomi, era carceriere e custode.

 

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1 commento su “La vela e il vento”

  1. la scrittura è il limite quando ha raggiunto una forma chiusa
    quando non ha più niente da dire
    (penso questo perchè ho la sensazione di aver già “detto” tutto).
    per scrivere abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, e non è così semplice

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