Essere nella parola

L’ossario del sole

Laura Canciani

Una forte debolezza

(Nota critica di Marco Furia)

Essere nella parola”, di Laura Canciani, è una raccolta contraddistinta da una vivida tensione poetica da cui scaturiscono pronunce chiare e concise.
L’immagine

“A caso il dito tocca la parola
sperata lungamente
così che si accende, irriducibile, una lucina”

fa pensare a un possibile contatto fisico con il linguaggio.

Più avanti, i versi

“Una lampada viva
non elimina il buio ma consente di attraversarlo”

propongono, questa volta, una luce “viva” e, tuttavia, non tale da sconfiggere “il buio”.
Il buio, viene da chiedersi, può essere sconfitto?
Non certo quello di cui parla la poetessa, poiché tutta l’articolata silloge pare svolgersi secondo calibrate scansioni circondate da tenebre.
Il linguaggio di Laura, dicevo all’inizio, è chiaro e conciso e, aggiungo, è capace di evocare non tanto l’insolubile enigma (che pur emerge, ad esempio, in versi come
“L’immortalità della nuvola in fuga
viene intrappolata
da un cappio”
),
ma di richiamare un’ampia zona poetica del pensiero.
Così, il senso della memoria, normalmente simile a un’affiorata empatia intensa ed effimera, viene sostituito da un passato vissuto quale assidua parte integrante delle condizioni d’esistenza presenti.
Nello svolgersi del suo racconto, la poetessa, mai dimenticando il tiolo dell’opera, è nella parola: non partecipa semplicemente a ciò che dice, ma tende a esserlo.
Ho detto “tende a esserlo” e non “lo è”, perché non sottovaluto la sincerità di un’autrice che crede nel suo idioma pur essendo ben conscia di come quest’ultimo incontri dei limiti: scrivere versi è attività volta a esprimere più intensamente, non a spiegare.
Per alcuni, mi pare per la stessa Laura, si apre l’àmbito del divino, di una diffusa entità tale da tutto comprendere e, forse, perdonare: da qui un senso di non inerte compassione che, ancora una volta, può essere soltanto mostrato.
“Essere nella parola” significa, soprattutto, saper stare nel linguaggio, viverlo nello spazio e nel tempo, comprenderne (e promuoverne) appieno le qualità espressive evitando velleitarie fughe in avanti.
Così la pronuncia

“Adesso sì, sono forte nella debolezza”

con quel corsivo dice davvero molto.
Lo sviluppo dell’umana conoscenza segue percorsi complessi, spesso tortuosi e, quando riesce a illuminarsi nell’immediatezza di una parola o di una breve frase, acquista la forza di vero dire: è il caso del verso appena citato e di altri che l’attento lettore saprà certamente individuare.
Tocca anche a noi trovare/dare senso alla parola della poetessa?
Sì, senza dubbio, poiché lungo i suoi percorsi linguistici occorre, più che mai, tenere desta quella creativa attenzione da cui scaturiscono immagini, intelligenze ed emozioni che vengono suggerite ma non definite (non, almeno, in senso stretto).
Essere nella parola” mi pare costituisca esempio della concretezza evocativa di un’autrice che crede nel riferimento allusivo capace di scaturire dalla reale presenza dell’idioma.
Addentriamoci, dunque, con fiducioso impegno nei versi di Laura Canciani.

 

Laura Canciani, Essere nella parola
Prefazione di Carla De Bellis
Firenze, Passigli Editori, 2014

 

Testi

 

L’acqua è venata di rosa

L’acqua è venata di rosa.
È chiamata Fontanarosa per il ferro puro,
quasi un pensiero puro
– al centro di un piccolo campo
c’è un ippocampo –
come toccante.
«Quali occhi quali parole sontuose ametista
o abbracci tesi spalancati sull’abisso del non so niente?»

Per automatismo interiore diranno che questo Amore
è di tutti
che è goccia e goccia convergente
che è tempo conico

– dalla fontana psichica
il vertice sfocia in molle fonde –

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante e libera.
La neve si appropria del dorso del gregge
metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido,

candido il canto della donna si è chiuso.

Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di bambina:

sapere toccare il punto d’Omega.

 

*

 

Le rose miracolose di Labers

I rosai erano due: quello
di sopra e quello di sotto.
Il tronco robusto di radici profonde.
Boccioli rosaviola spuntavano fitti fitti e forti.
Aperte, le rose erano nuvola profumata di cielo
sulla terra.
A maggio, in cerchio dolce e importante
attorno ai rosai, il rosario saliva saliva
festoso
sino a intravvedere un “Tu” creatore
riflesso anche sul volto della mamma.

La voce di mia madre fluiva in viola:
«saprete e capirete e ringrazierete
per non aver potuto giungere
al peso della vita
al fiore di lusso infingardo
alle ferite nostre
chiamate umano amore».

I rosai si sono consumati. Ci è
dato avanzare
ricchi di vento viola, generosi di libertà,
amati di immeritato amore.

 

*

 

Mi è stato tolto tutto:
libertà, movimento, mutamento,
la confessione,
il dolore.

Adesso sì, sono forte della mia debolezza

Una fune sempre più solida, una fune sempre più solida,
una fune sempre più tesa.

 

*

 

Una lampada viva
non elimina il buio ma consente di attraversarlo

 

*

 

nella libreria infinita
tutti i libri erano trasparenti:
tra le mie dita esitava, come forma che trascende,
una busta verde trasparente: “Profumo”
e il profumo c’era e c’era un uomo anche
come il libro trasparente che leggeva.
Tra le sue dita il libro che cercavo.
Nell’attimo di averlo scomparve.

È scomparso tutto.
Resta la curvatura di profumo convergente.

 

*

 

La poesia la poesia la poesia
così come noi la intendiamo
non entra nel regno dei cieli.
Sono due legni di legno vivo incrociati
la Parola che apre alla valanga
di tutto il creato in un’unica stella.
Essere nella parola.

All’ultimo piano di un palazzo fiorito
-senza tendine alle finestre –
inutile fissare l’orizzonte a fantasie parassite:
al di fuori della Parola una agonia senza fine.

 

*

 

Degli Albert ricordo il cane nero, feroce
e bellissimo, il filo arrugginito lungo il quale
correva all’impazzata e abbaiava

Lei aspettava la lettera dal fronte
come un imputato la sentenza

Arrivò una busta:
“se maschio, è buono per Hitler”

Senza rumore al cimitero fu aggiunta una croce

 

*

 

Dalla sua angolazione il poeta vede
il muro ocra pallido con le finestre a sbarre.
Io invece vedo uno splendido squarcio di cielo
color genziana con le cime degli alberi
tempestate di gemme,
il ciliegio in fiore saccheggiato dalle api.

Ricordo di essere caduta nel canale sottostante
con la bocca colma di ciliegie

È lui l’angelo della fortezza e della contentezza
in viola
che mi tende le mani.

 

*

 

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante e libera.
La neve si appropria al dorso del gregge
metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido,

candido il canto della donna si è chiuso.

Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di bambina:

sapere toccare il punto d’Omega.

 

__________________________
Laura Canciani (Bolzano, 1934) ha pubblicato in poesia: L’aquila svolata (1983), Da questi occhi (1986), Il dono e la meraviglia (1989), Un bouquet d’ombre (1994), Aperta all’infinito (1998), Lo stesso angelo (1998), Reato di parola (2004), Il contagio dell’acqua (2010), Essere nella parola (2014). Sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie e riviste letterarie.
__________________________

 

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