La Minuziosa

Georges De La Tour, La Madeleine à la veilleuse

LA MINUTIEUSE

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Tratto da René Char, La paroi et la prairie (1952),
poi in La parole en archipel (1962), ora in Oeuvres Complètes,
1991 (I Ed., 1983), Paris, Gallimard, “Bibliothèque de la Pléiade”,
pagine 354-355.
Traduzione di Francesco Marotta.
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L’inondation s’agrandissait. La campagne rase, les talus, les menus arbres désunis s’enfermaient dans des flaques dont quelques-unes en se joignant devenaient lac. Une alouette au ciel trop gris chantait. Des bulles çà et là brisaient la surface des eaux, à moins que ce ne fût quelque minuscule rongeur ou serpent s’échappant à la nage. La route encore restait intacte. Les abords d’un village se montraient. Résolus et heureux nous avancions. Dans notre errance il faisait beau. Je marchais entre toi et cette Autre qui était Toi. Dans chacune de mes mains je tenais serré votre sein nu. Des villageois sur le pas de leur porte ou occupés à quelque besogne de planche nous saluaient avec faveur. Mes doigts leur cachaient votre merveille. En eussent-ils été choqués? L’une de vous s’arrêta pour causer et pour sourire. Nous continuâmes. J’avais désormais la nature à ma droite et devant moi la route. Un bœuf au loin, en son milieu nous précédait. La lyre de ses cornes, il me parut, tremblait. Je t’aimais. Mais je reprochais à celle qui était demeurée en chemin, parmi les habitants des maisons, de se montrer trop familière. Certes, elle ne pouvait figurer parmi nous que ton enfance attardée. Je me rendis à l’évidence. Au village la retiendraient l’école et cette façon qu’ont les communautés aguerries de temporiser avec le danger. Même celui d’inondation. Maintenant nous avions atteint l’orée de très vieux arbres et la solitude des souvenirs. Je voulus m’enquérir de ton nom éternel et chéri que mon âme avait oublié: “Je suis la Minutieuse.” La beauté des eaux profondes nous endormit.

Namibia White Lady

La Minuziosa

L’inondazione continuava a estendersi. I campi aperti, le scarpate, i piccoli sparuti alberi tutti racchiusi in pozzanghere, alcune delle quali, unendosi, formavano un lago. Un’allodola levava il suo canto verso un cielo troppo grigio. Delle bolle qua e là increspavano la superficie delle acque, a meno che non si trattasse di qualche minuscolo roditore o di un serpente che si allontanava a nuoto. La strada era ancora percorribile. Si scorgevano i dintorni di un villaggio. Risoluti e felici procedevamo. Nel nostro vagare il tempo era bello. Camminavo tra te e quest’Altra che eri Tu. In ognuna delle mie mani tenevo stretto il vostro seno nudo. Alcuni contadini fermi sull’uscio della loro casa o indaffarati in qualche lavoro da tavolo ci salutavano con simpatia. Le mie dita gli nascondevano la vostra meraviglia. E se ne fossero rimasti turbati? Una di voi due si fermò per chiacchierare e per sorridere. Noi continuammo. Avevo ormai la natura alla mia destra e davanti a me la strada. Un bue in lontananza, nel suo ambiente, ci precedeva. Mi sembrò che la lira delle sue corna vibrasse. Ti amavo. Ma rimproveravo a quella che si era attardata nel cammino, tra gli abitanti delle case, di mostrarsi troppo familiare. In verità, lei non poteva rappresentare tra noi che la tua infanzia differita. Mi arresi all’evidenza. Al villaggio l’avrebbero trattenuta la scuola e quel modo particolare che hanno le comunità più temprate di temporeggiare col pericolo. Anche quello d’inondazione. Adesso avevamo raggiunto il limitare di vecchissimi alberi e la solitudine dei ricordi. Volli sapere il tuo nome eterno e amato che la mia anima aveva dimenticato: “Sono la Minuziosa”. La bellezza delle acque profonde ci portò il sonno.

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