Della pazienza e altre immagini

The Thinker, Musée Rodin

Gianmarco Pinciroli

 

Testi tratti dalla raccolta inedita
Della pazienza e altre immagini

 

Come la dolce mela rosseggia sull’alto del ramo,
alta sul più alto, e la scordarono i raccoglitori:
no, che non la scordarono! ma non riuscivano a raggiungerla

Saffo

1.

Nel diamante la vita si specchia:
infinite immagini della pazienza
stelle che cigolano sui cardini
non si sono illuminate da tempo

un esodo, o un esilio, e un addio
restano parole nell’anello
dell’inutile rammemorare?
è spento lo specchio, il diamante

non è più vita, non vive che di ruggine
la fonte delle immagini, la luce
nel firmamento di un atteso divenire
(ma non sei diventato saggio)

Ancora la domanda, la parola
frugano nella memoria ciò che resta
e ciò che trovano è il perdono, la pazienza
l’ultima immagine della festa

 

2.

Insisti, il cuore è saldo
temprato dall’invidia per la pietra
che dura fedele un lungo tempo
al proprio valore di stella

“Insisto, ma resistere è già un troppo
quando esistere è cosa tanto fragile
‘mi si doni la morte’ sento dire
da coloro che non sanno perdere”

Volgiti, alle spalle c’è dell’ombra
buona di donna che desidera
aprire la sua mano all’acqua dolce
nell’altra il sale dei millenni

“Mi volgo, ma da tempo altro non vedo
che analogie d’ombra e di silenzio
‘mi si doni la lettera delle cose’ sento dire
da coloro che non sanno più sperare”

 

4.

Sì, felice potresti, potresti essere
se imparassi a meglio sopportare
il niente che ti spinge verso sera
al colmo d’abitudine, al silenzio

ma il silenzio che abitiamo anche stasera
si rompe nel vetro, e poi ci parla
di tazze fumanti, di cibi ancora crudi
che nessuna complicità farà rimpiangere

una vita intera, forse immensa, è
passata senza che ce n’accorgessimo
tu continui a domandare ciò che resta
il senso delle cose tutt’attorno

Nessuno sa davvero, non c’è fede
che tenga di fronte allo scatto
impercettibile del pendolo sul muro
che la pietà ogni sera carica di tempo

 

6.

Scrivere in sonno, a lungo, anni
assordati da concetti, trasalimenti
che durano l’attimo di sospensione
poi il respiro riprende, l’ansimare

sogni di trapassare come lama
la seta degli sguardi indifferenti
lungo le strade di città, paesi
dove nessuno più conosce, e sa

scrivere sogni, comprendi quale nebbia
li rende trasparenti a qualche dio
che aspetta di morire per salvarti
prima di restituirti a madre terra?

la terra che ti attende, quale terra?
quella che fiorisce in primavera
nel piccolo giardino di mio padre
là dove non sono più nessuno?

 

10.

L’immagine davanti alla tua faccia
arretra nel terrore di non essere
altro che un’ombra di terrore?
Lo specchio ti racconta e ti seduce

e poi ti prende a parte e ti sistema
nella quiete del tuo umore sempre uguale
ma quieto, vigile ma quieto, nel possibile
degli atti che non svolgi, parole mute

Così, dentro la storia che lo specchio
srotola davanti alla tua faccia
tu sei nel grembo che cercavi, libero
di prenderti vacanza dal dovere

almeno per quel tempo che ti serve
a meditare responsabilità e destini
come se tu non sapessi che non vale
nulla porsi nel nulla prima di morire

 

15.

Guarda come sulle labbra di chi scrive
si spegne in fretta la luce del tempo
sembra che tra le mani piene d’ansia
non passino null’altro che parole

ma non è mai così, né mai sarà
che la parola muoia in solitudine
l’immagine di sé non è mai sola
nell’identità s’inganna, ed è felice

io con io, tu con tu, parola con parola
una volta per tutte e per nessuna
ragione l’ultima ragione che s’inganna
l’immagine di sé non è mai sazia
nel rifiorire d’inganni e gioia bianca

il candore della pagina ci parla
luce del tempo che si spegne in fretta
sulle labbra dischiuse, tra le mani
sembra non passino null’altro che parole

 

22.

Parole al mattino evaporate in fretta
nell’aria gelida, che importa
se nel dormiveglia fan la ruota
avanti e indietro per il labirinto?

che importa? nel labirinto non c’è mai
nessuna angoscia per la soluzione
tardi tramonta il sole anche se è inverno
nel dedalo assonnato d’interrogazioni

erano una manciata appena, un fiotto
di sangue d’arteria del suicida
che parla a vanvera nel sonno prima del tempo
del suo indeciso tempo di partenza

fuori dal labirinto, avanti e indietro
parole insanguinate, al vento freddo
divengono vapore sullo specchio
occhi di vetro che non sanno niente

 

33.

Faccio quello che so, che posso, e non è molto
mi viene di raccontare un’intenzione
o di cogliere l’occorrenza al volo
o di assumere l’avvenimento come un tutto

la finitezza dell’intero contraddice
l’infinita vocazione al pieno
respiro che attinge il volo liquido
della parola ultimativa, integra

invece la parola è sempre opaca
ride dell’intenzione, avvenimento
e quando colgo al volo l’occasione
è sempre un altro volo, un altro evento

così, quello che posso giace inerte
senza respiro e senza integrità, resti
aperti ad altri tempi che verranno
o non verranno affatto: sono questi

 

41.

Rive abbandonate, fiumi in secca
pianure disperate senza fremiti
terrore grigio verde, nebbia a grappoli
un tutto senza fine e senza inizio…

… così si presenta all’alba d’ogni giorno
lo stato delle cose che ci premono
e ci domandano di non essere crudeli
sia nel giudizio che nell’accettazione

e d’accordo, crudele non sarai
nemmeno fingerai di non vedere
cosa farai sarà chiaro nell’istante
in cui allo specchio ti chiamerai per nome

allora sarai crudele col tuo volto
non con le cose che ti stanno accanto
non con i corpi che ti fanno ombra
non con le anime che tanto ti somigliano

 

43.

Coltiva, tu, con grazia la fatica
perché una buona idea sarà nel tempo
compagna fedele fino alla morte
nel giorno che la morte ci darà

una fatica anch’essa buona, volontà
di fare e dire contro l’orrore attorno
qualcosa che ne attesti senza dubbio
la provvisoria misura delle cose

non è sempre così, infatti, sai, le cose
sono e non sono quello che sospetti
anche se sono eterne, quel che sono
dipende dai tuoi modi e dai valori

l’intensità dona valore, radica
nel tempo la pazienza, e l’accoglienza
risponde senza timore e senza febbre
a chi viaggia sui ponti e guarda in basso

 

44.

“Scrivi per chi? se non sai nemmeno
chi sei tu veramente, tutto frammenti
mobili, nemmeno scrivi per lo stesso
che in essi poi identifica parole

che lo riguardano: stupefazione viola
di fronte al rosso scuro del tuo volto
in ombra, malgrado il verde quieto
della foresta d’occhi che ti legge”

“E allora?” la domanda scritta in faccia
rovescia la sua angoscia inconciliata
dentro i riflessi mandorla del libro
che piano piano vai edificando

così, puoi sempre dire che sai fare
di domanda inconclusa una risposta
altrettanto precaria della vita
che allo specchio rimira la sua sorte

 

49.

“L’ingenuità è una colpa, la storia non perdona
e forse i veramente buoni non esistono”
diceva dall’alto senza esitazioni
il profeta di sé all’uditorio attento

“Sarà fatto scandalo ai più piccoli, mi pare
sia necessario che i più piccoli
ubbidiscano comunque a quella sorte
che li ha destinati ad ubbidire” l’altro diceva

ancora un altro, tra i tanti un altro ancora
perché una turba di modeste intelligenze
dichiarava guerra agli altri e non a sé
secondo l’astratta ragione del più forte

“Nessuna tracotanza verrà appesa
per i piedi a un albero qualunque –
diceva infine – Dio non esiste
che per i piccoli in attesa di giustizia”

 

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4 pensieri riguardo “Della pazienza e altre immagini”

  1. attendo con interesse le tue osservazioni. Nel frattempo aggiungo che questi testi sono stati scritti nel giro di 15 giorni quest’inverno 2015, dopo 10 anni di silenzio (di disperato silenzio, visto che non scrivere accresce il male di vivere, anche se scrivere non lo risolve certo, però, per quell’attimo, lo attenua…). Nei quindici giorni seguenti ho scritto un’altra serie di testi in versi, diversi da questi (oppure da questi nascostamente anticipati, chi lo sa), che a suo tempo affiderò alla generosità pubblicante dei responsabili di questo prezioso sito.

    A risentirci

    1. Carissimo, accade così quando la scrittura ha trovato un suo sbocco e, inarrestabile, prosegue fino al suo prosciugarsi.
      Momenti così bisogna assecondarli, perché solo scrivendo così riusciamo a focalizzare un nesso tra le idee, una comunione di significati che si fa unicuum nel testo e ci permette di individuare il filo rosso che ri-conduce all’inizio.
      Mi ha colpito questa quartina:
      *ma non è mai così, né mai sarà
      che la parola muoia in solitudine
      l’immagine di sé non è mai sola
      nell’identità s’inganna, ed è felice*
      ma anche il riferimento allo specchio che, come un diamante, rimanda le sue sfaccettature cariche di luce e di ombra, di dubbi e di certezze… è come se la scrittura volesse scivolare sopra a tutto questo “moto illusorio” che è la vita.
      Apprezzo la tua poesia e l’arte di riuscire a trasmettere il malessere interiore del filosofo che, ricordandomi l’amato Leopardi, si interroga sulla Natura e riconosce l’infelicità che la abita.

  2. In effetti è come dici. A me capita di scrivere per qualche settimana quasi tutti i giorni, e poi di tacere per mesi, o per anni. Ma non è così per tutti. C’è chi scrive un testo, uno soltanto, ogni tanto, anche a lunghi intervalli tra l’uno e l’altro, e a un certo punto sente giunto il momento di raccogliere il frutto di un tempo lungo: un’urgenza di tipo diverso, forse meno ‘urgente’, meno vulcanica, più quotidiana, anche più ‘razionale’. Non so che cosa sia meglio per conquistare il ‘filo rosso’ di cui tu parli. Probabilmente nella scrittura (di quella in versi, almeno) non ci sono regole oggettive, ma soltanto abitudini soggettive che testimoniano anche di un temperamento, di una biografia, di un modo d’esserci così-e-così. I frammenti in prosa, invece, sono il prodotto di un appuntamento quotidiano (addirittura nello stesso ritaglio di tempo) che non posso disattendere, a costo di saltare appuntamenti; questa scrittura è più come un lavoro che come un protocollo di momentanea follia. Forse la poesia è davvero una terra libera (persino dall’obbligo di scrivere: mi è capitato di pensare dei versi e di non scriverli affatto), mentre la scrittura in prosa esige una disciplina in cui eserciti sì la libertà, ma nella gabbia (peraltro decisa da te stesso) di un come di un dove e di un quando prendere la penna in mano: la libertà di argomentare l’ordine dei tuoi pensieri, altrimenti condannati all’inespresso e all’oblio (credo di averne scritto da qualche parte nei ‘Maestri silenziosi’ di tutto questo). Avere bisogno di ambedue queste condizioni, che producono versi e prosa in apparente contraddizione genetica tra loro, rende complicata e illeggibile ‘l’immagine di sé’, anche se, come hai potuto leggere, ‘nell’identità s’inganna, ed è felice’.

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