Tutto è cambiato

Utagawa Hiroshige, Scena con la neve nel giardino di Daimyo

Marco Ercolani
Lucetta Frisa

Premessa

Tra il 2 maggio e il 22 agosto del 1959 un anziano e celebre scrittore giapponese, in viaggio fra le terme di Yuzawa e l’Italia, affida al proprio journal intime la confessione, fra realtà e delirio, fra realtà e letteratura, della sua inadeguatezza amorosa.
Tra il 20 luglio e il 10 agosto dello stesso anno una donna italiana affida a un diario le sue note di viaggio, sulle tracce del sentiero di montagna che percorreva da giovane con il padre anaffettivo e che solo in quell’occasione sembrava sereno.
I loro destini si incrociano casualmente nell’ospedale di Aosta.

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Tratto da:
Marco Ercolani – Lucetta Frisa
Doppio Diario (2015)
di prossima pubbicazione in
“La Biblioteca di Rebstein”
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Tutto è cambiato

Diario di Yasunari Kawabata (maggio-agosto 1959)

 

Terme di Yuzawa, 2 maggio

Io, Yasunari Kawabata, inizio oggi il mio nuovo diario con una domanda: «Perché, all’inizio del XX secolo, gli scrittori si ostinano a definire le loro ansie e ossessioni componendo diari mirabili e minuziosi? Forse perché il tempo della riflessione permette di guardare lentamente, con meno dolore, i propri fantasmi?». Qui, alle terme di Yuzawa, dove sono venuto per riposarmi da una grande stanchezza, anch’io comincio il mio diario di dolore e respiro più lentamente.
Sono allo Shingo Hotel, camera numero sedici. Mi trovo, apparentemente solo, dentro questa camera buia, ma sento di non esserlo. Una donna giovane e bella respira accanto a me. Fantastico che entri nella mia stanza quando sono già addormentato e si riposi lì solo per qualche istante, solo per il tempo in cui la percepisco vicina a me, mentre il mio sguardo, tra sonno e veglia, è ancora confuso. Quando mi sveglio, lei non c’è più e io sono solo. Mi vesto, esco, entro nelle acque termali, dove due giovani adolescenti mi lavano con dolcezza i piedi e indugiano con le dita affusolate fra le mie, nodose e dalle unghie spesse. Immerse nell’acqua mi massaggiano per almeno tre minuti,. Hanno occhi morbidi e bassi, seni piccoli e perfetti, che nella vasca risaltano con grazia particolare. Ogni giorno le ragazze sono diverse. I proprietari dell’albergo non vogliono suscitare emozioni nei loro clienti, ma solo rituali.
Ma, allora, quale fra di loro è la donna che, di notte, dorme al mio fianco?

***

24 maggio

Circa vent’anni fa ho immaginato il dialogo tra un vecchio ricoverato in ospizio e suo figlio. Il racconto è rimasto incompiuto, doveva chiamarsi Le tre cose. Nel dialogo il vecchio dice: «Non venire a trovarmi ogni pomeriggio, Naromi. Non affliggermi con la tua insolente, premurosa pietà. Sono decrepito, ormai, e buoni infermieri sono pagati per assistermi, imboccarmi e lavarmi. Io ho visto tre cose straordinarie e questo conta per sempre. Soprattutto ora, che non mangio quasi niente e fatico a respirare. Cerca di capire. Non venire a trovarmi tutti i giorni. La tua presenza mi ricorda che sei il figlio sessantenne di un uomo di ottantasette anni. Non voglio ricordarlo. Tienili per te i tuoi doveri. Io, qui, sto bene. Le tre cose sono nitide nella mia mente. Non avere la sfrontatezza di chiedermi quali sono. Tieniti la tua piccola vecchiaia e rispetta la mia, grande».

Adesso, queste parole del vecchio – il cui figlio, nella finzione del racconto, ha la mia stessa età di ora – mi suggeriscono, a distanza di due decenni, che si può sempre difendere qualcosa di straordinario, in qualsiasi momento della vita. Il vecchio aveva visto tre cose che non aveva mai visto da giovane. Beato lui. Io, forse, ne vedo una sola: l’ombra di quella ragazza nel mio letto.

***

8 giugno

Fisso quello che potrebbe sembrare un posto vuoto nel mio letto. Il respiro è troppo impercettibile perché possa dire con certezza che accanto a me ci sia veramente qualcuno. Con la logica del maestro di go dovrei muovere la pietra bianca e segnare bene il mio territorio, ma qui esiste solo la non-logica che raccoglie tutte le mie emozioni e mi dice che quella donna è lì, reale, stesa nel mio letto, esiste, ed è la creatura più splendida e più reale della mia vita. Le parlo spesso della giovinezza e della gioia, a voce bassissima, senza accendere la luce. Le racconto la mia storia, i miei viaggi, i miei libri. Lei, naturalmente, non risponde, ma nei suoi occhi chiusi indovino un senso di infinita superiorità, come se conoscesse a memoria tutte le mie parole, soprattutto quelle future.

A poco più di vent’anni ebbi un’amante, che lasciai presto. Non sopportando l’addio, mi chiese se potevamo scriverci almeno delle lettere e che rispondendomi voleva scrivere le sue parole accanto alle mie per fare ancora all’amore con me. Il tono della sua voce era struggente. Ma non le risposi e non le scrissi mai un rigo. I corpi non assomigliano alle parole. E ognuno deve conservare l’immagine dell’altro, quando lo ha posseduto fisicamente, solo dentro di sé. Non pronunciare mai, dopo, il suo nome.

Hiroshige, Shrines in snowy mountains

12 giugno

Neppure Taniko lo sa ma io ho fatto un viaggio a Pantelleria, in Italia, trentasei anni fa, con Hatsuyo. Ci eravamo ripromessi di fuggire in un luogo molto lontano, dove non conoscessimo neppure la lingua, e siamo spariti insieme in quell’isola lontana dalla terraferma, vicina all’Africa, remotissima dal Giappone. Il suo vero nome è Kussira. Pantelleria – che significa “tenda del mare” – è un nome inesatto, inventato in epoca bizantina da un navigatore straniero. Kussira, con le sue consonanti aspre, è un suono che si adatta meglio a questa isola che sembra una fortezza assediata, semideserta, fatiscente, inospitale,con giganteschi alberi da frutto, le strade gettate a precipizio verso spiagge inesistenti o strette in cupi tornanti verso la Grande Montagna, al centro dell’isola, verso la Roccia dei Briganti; il mare è sempre lontanissimo e tutte le rocce sembrano neri frammenti di lava, sopravvissuti a eruzioni remote.
La guida, che ho conservato, riporta i nomi dei villaggi:

Buccuram
Buyeber
Balata dei turchi
Contrada venedosé
Cufurà
Gadir
Garitte
Khamma di fuori
Karuscia
Rockhale
Vito Scauri
Scauri
Sciuvecchi
Sibà
Tracima
Villaggio Tre Pietre

Ricordo Pantelleria come un luogo aspro, con rocce simili a becchi di uccelli, a leoni grotteschi. Un silenzio incredibile, nonostante l’eco del vento. Il giardino, di fronte alla casa, aveva fiori gialli, immensi. Il mare era lontano, incomprensibilmente nero. Ricordo

le rocce nere, il cielo punteggiato di luci fitte, inverosimili per numero, tutte luminosissime. I miei occhi non ne avrebbero mai più viste tante, né prima né dopo.
Il vento mi strappava i fogli dove volevo scrivere. Non ho mai più sentito quel vento, neppure nelle nostre isole. Guardavo le pietre abbagliate disincantarsi. Stalattiti, nodi, massi, punte, era come se si frantumassero. Leggevo tanta aria nei fiori curvi, gialli. Senza vento, il principio delle cose svanirebbe, quello che facciamo e faremo sarebbe opaco. I venti trasformano il mondo, come le illusioni lo rendono reale.
In pieno giorno il monte proiettava la sua ombra frastagliata e nera, fatta di teste e di mostri, al centro del prato. Io sentivo che in quel sasso scaturito dalla lava era concentrato il mio destino. Tutte quelle rocce disintegrate, a Pantelleria, erano come vite superstiti.

 

Ricordo che, sul muro della nostra casa, del nostro dammuso, come viene chiamato dagli abitanti dell’isola, sognavo dei segni  vistosi e violenti. Era come se una matita nera avesse tracciato, contro il bianco accecante, sagome di animali colte nell’atto della fuga. Avrei voluto distogliere lo sguardo ma ero obbligato a guardare quei segni, come se da dietro la nuca una mano potente mi tenesse la nuca e me la girasse con forza verso la parete. Nel dammuso facevamo all’amore fino a stremarci.
Ricordo la Grotta dell’Elefante, la vecchia curva nel paese di Khamma, il panificio Terremoto, l’uomo dalla faccia storta che ci indica la strada per Scauri, i dammusi di pietra nera, verniciati di bianco per i turisti.
Hatsuyo diceva: «Bisogna andare oltre ma è un posto dove nessuno è mai stato. La potenza di questa vita mi spaventa più della morte. Ma solo quando sei lontano».

Perché quando due amanti si lasciano, dopo non si parlano più? Dalla follia di baci infiniti precipitano nella follia di un silenzio senza fine. I morti sono meno morti degli amanti abbandonati. Forse avrei dovuto fotografarla, dietro al grande fico, nel maggio di quel lontanissimo anno, ma detesto la fotografia da sempre. Fermare certi attimi perché sono stupendi. Imbalsamare la loro sfuggente, effimera bellezza. Museificare il raggio d’oro, destinato a svanire? No. È la stessa funzione consolatoria che hanno tutte le forme d’arte: soccorrono la mortalità e la illudono che il tempo sarà interminabile. Ma quella funzione, che fra parole e colori può ancora nascondersi, nella fotografia assorbe la realtà, diventa nitida, rivelatrice, oltraggiosa. Impedisce di sparire.

Parole mai scritte, bianche. Impensabile ritrovare il punto perduto, vedere chi è fermo nel vento, con la sua ombra nera. La faccia è bianca, senza tracce di un volto. Una linea all’infinito. Cerco lo scuro delle frasi. Ma il bianco sbuca da ogni poro del foglio, con incomprensibile chiarezza.
Priva della penna che la scrive, delle mani che la toccano, delle finzioni che la bucano, la carta è dolore senza parole. Bianco senza parole, senza voce.

Le due sole cose belle che Hatsuyo  possedeva (così diceva, ma mentiva) erano il sesso e la voce. «Conosco solo il linguaggio del corpo» diceva «e mi basta». Amava leggere i miei libri, i miei racconti. Ma era appassionata di Esenin e di Beckett. Parlavamo un inglese  stentato, scorretto, amoroso.
La nostra relazione durò quasi due anni: poi mi lasciò e si ammalò. Sentivo, nella sua sofferenza, qualcosa di infinitamente lontano dalla grazia dei nostri abbracci. Qualcosa di greve, di ottuso, da cui avrei dovuto fuggire per sempre. E fuggii.

La ricordo mentre guarda il cielo stellato, i frutti giganteschi, le rocce laviche. Mi accarezza il membro teso, lo prende tra le labbra. Mi vuole sempre dentro di lei. Le pietre buie e vulcaniche sono solo uno sfondo, mentre la penetro ancora. Avrebbe voluto che io fossi il suo uomo-porto, a cui approdare dopo anni di errori e di sofferenze. L’ultimo. Il necessario. Ma io non volevo farmi chiudere interamente nelle sue braccia. Temevo di soffocare. Io sono la mia scrittura, le dissi, e questo lei non poteva sopportarlo, le sembrava un discorso incomprensibile, buono per le anime dei morti. Quante volte mi disse che la sola gioia che poteva comprendere era quella dei corpi che si amano, mentre si amano. Avrei voluto condividere quella gioia ma, smesso di fare all’amore, mi rattristavo fino a desiderare la morte…

Quando seppi, anni dopo, che Hatsuyo era malata, capii che aveva torto. Sulla nostra vita avrebbero vinto questi versi immortali (di chi? non ricordo):
con mano calda lo tocca
apre le cosce lo accoglie
cantano dondolano
ridono insieme

Nel dolce giro di quelle parole i corpi continuano ad amarsi, anche se quei corpi reali sono diventati polvere. Non so se Hatsuyo sia guarita. Non so più nulla di lei. Ma questi quattro versi, scritti da un poeta anonimo, continuano a parlare di noi.

***

14 giugno

Della mia giovane compagna notturna, la sconosciuta dormiente, non sento il sapore della saliva perché non la bacio; non sento la freschezza della sua pelle perché non la sfioro. Sono immerso nell’invidiabile doppio incantesimo della lontananza e della vicinanza. Non so se sogno o se vivo uno stato di lucidità fra veglia e sonno. Mi capita qualcosa di simile ricordando certi amori giovanili, quelli che per me hanno significato qualcosa di assoluto e di magico. Difendo i miei ricordi da lettere o da telefonate, da conversazioni e da parole reali..
Il silenzio mi protegge. Conserva i miei ricordi. E io posso camminare libero, nei dintorni delle terme, aspirando il profumo degli aghi di pino. Penso a Taniko e ai miei lunghi colloqui con lui. Senza avere mai scritto un solo rigo, mi diceva spesso che la scrittura era come un mare e gli scrittori onde anonime di quel mare. Cammino leggero fra i boschi. So che, non appena tornerò nella mia stanza e mi addormenterò, lei mi respirerà accanto e quindi non sarò affatto solo.
Le giovani donne che vedo di giorno nelle terme di Yuzawa e che accolgono i clienti con graziosi sorrisi e massaggiano le loro gambe rugose, sono ragazze di diciotto, diciannove anni, dallo sguardo vellutato e impassibile, adepte di un rito in cui degli uomini vicini alla morte sospirano per una bellezza che sanno irraggiungibile.
Una di loro è lei.

[…]

 

Ritorno a T.

 

La fille malaimée

Quando apro gli occhi al mattino
subito sento il mio respiro, muovo il corpo
e le parole: in giro tra luce e cose
c’è un vuoto abissale e vedo ritornare
dal sogno appena smesso
una triste adolescente
che chiede aiuto prima di affondare.

Così ordina l’orologio biologico:
chi dorme prima o poi si sveglia
e chi si sveglia
prima o poi torna a dormire.
È il ritmo: tutto è ying e yang
nulla si arresta in una parte sola:
il ritmo implacabile continua
e solo i sogni
lottano contro il tempo
intrecciandolo alla rinfusa.

Di giorno
mi avvio verso il sonno con gioia
nel desiderio di quella sosta antioraria
nel mondo orizzontale.
Accarezzo il lenzuolo
spero di non sognare nulla.

Ma a volte la bambina
si prende delle libertà:
sa di essere un fantasma
che sale un sentiero di pineta
non è sola e ride
assieme a un morto
che sembra ridere anche lui.

Il tempo non passa nei sogni.

Di giorno come di notte chi dorme
slaccia i lacci lascia andare
cuore e cervello e si dondola
su un’altalena indolore:
il sonno è grazia degli dei.

Chi ebbe sguardi dal padre
amerà il sole a mezzogiorno
protetto dalla sua corona regale
Saprà vivere verticalmente
adeguato al giorno e il sonno
sarà pausa provvisoria, perditempo
per chi, sveglio, vuole esserci. Oppure
rovescerà le regole,
vagabondo di tutto, senza patria e mestiere.
Succube di vecchie immagini perturbanti
col cuore rattrappito,smarrito in una landa smorta.

Dormirà molto. Si nasconderà.

Quel morto da vivo ha taciuto
tenendosi distante
da sé dal mondo e dalla figlia:
ostinato ha detto sempre di no.

Scene tra luce e buio
immedicabili
continuano a pulsare
anche se il vento è abbattuto
la pineta asciutta
il sentiero sparito.
Contro un alto muro nero
spezzandosi le mani
la bambina ha bussato e pregato:
il muro è restato un muro.

***

20 luglio

Per la prima volta nella vita terrò un journal intime. Spero di avere qualcosa da scrivere. E’ troppo tempo che non provo la necessità di farlo.. Che qualcosa, infine, si muova dentro di me!

Ho comprato un libro di Kawabata, Il paese delle nevi. Mi ha attratto, prima di tutto, il titolo. E nel primo capitolo, il gioco dei riflessi sul vetro del treno in corsa. Da dietro il vetro Shimamura può osservare una donna che l’attrae irresistibilmente… È come se lui andasse verso un luogo misteriosamente familiare, verso una vacanza dalla vita, con i grandi occhi dei bambini che vedono tutto senza saperlo. Che si ricorderanno di quello che hanno visto molto molto tempo dopo.

Il paese delle nevi

21 luglio

Ho deciso di partire. Scappo da questa casa, evado da questa pelle. Voglio starmene da sola. Walter non ha detto nulla. Walter è buono, mi accetta come sono e mi vuol bene. Scrollando il capo sulla soglia della porta, mentre controllavo il mio piccolo bagaglio, ricordo il suo «Ciao. Buona fortuna». Non capisce cosa mi stia accadendo. Veramente neppure io capisco. So che andrò in montagna, a T., là dove, per brevi periodi della vita, in estate, forse fui davvero felice. Metto in valigia Il paese delle nevi.
La neve è dentro di me, con tutte le parole sepolte… Ma io, se posso fare a meno delle parole da dire, non credo di poter fare a meno del tutto delle parole da scrivere… Ricordo una mia vecchia poesia proprio con quel titolo, Le parole:

Le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sul foglio imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive, scrive
per aggiungere un po’ di fiato al fiato
il suo poco amore all’Amore,
se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di pietre mare alberi stelle
notte suoni vento animali e
uomini, e se sapeva emozionarsi.
Quale poesia – si domanda –
ha l’arte di disarmare la tristezza?

***

23 luglio

Il paese delle nevi:
un gioco di silenzi, di parole sottaciute, trasporti trattenuti e sentimenti che non hanno avvenire. Solo il desiderio e la bellezza dominano il libro. Fini a se stessi. Seguìti dalla ineluttabile caducità.

Il dolore prende il posto del vuoto e il vuoto, del dolore. Piena di piccoli vuoti è tutta la nostra esistenza. Che attutiscono il Silenzio inascoltabile del Vuoto grande. Piena di piccoli vuoti è la casa. Non posso distrarmi da lei. Non posso non abitarla. Sotto il suo apparente ordine so che si nasconde il Grande Disordine, da dove i piccoli ordini sono nati, li abbiamo creati noi, per sostenerci, confermarci, comporre una sorta di mappa da rispettare: i nostri gesti quotidiani, le assurde ripetizioni che ritualmente ci tengono in vita dando un apparente senso al nostro esistere. C’è chi non regge a lungo a tutto questo e ritorna – in modo differentemente violento – nel Grande Disordine, nel mondo precedente da dove proviene l’uomo: la Follia, è la sua origine più profonda.

Ora il problema, per me, è che sento mancare poco a poco
il corpo delle cose, il corpo del ricordo, il corpo del domani.
Tutto evapora.
Penso solo a dormire. Dormire a lungo e profondamente.
Perdere il corpo che da un pezzo è perduto.

Scrivere è ritornare. Cercare la propria origine, la casa di nascita da dove si è partiti. «Dove andiamo?» diceva Novalis «Sempre a casa».
Ricordo le parole del Tao te ching…«tutto si muove all’indietro verso la propria origine».

[…]

4 pensieri riguardo “Tutto è cambiato”

  1. Grazie, Francesco. In “Doppio diario” io e Lucetta tentiamo una nuova indagine sull’amore che attraversa Kawabata e il magico potere del caso.

  2. … Un’attenta e delicata “indagine sull’amore” in cui si avverte la presenza di una scrittura femminile e di una maschile: tali due aspetti restano poeticamente sospesi in una sorta d’incanto che li unifica li in un integro e originale linguaggio.
    Complimenti!

  3. Lucetta Frisa e Marco Ercolani, vi seguo ormai da tanti anni e trovo che la vostra scrittura sa sempre mantenere le sue promesse. Qui c’è tanta intima e capillare adesione alla vita in un (quasi) unico corpo.

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