Le ombre erranti

Pascal Quignard, Les ombres errantes Pascal Quignard

Tratto da:
Les Ombres errantes
Paris, Éditions Grasset, 2002
Traduzione di Stefania Roncari

 

Capitolo XXXVII
Terrore

Ludwig Wittgenstein fu il teorico della scomparsa del linguaggio.
La Sprachlosigkeit è il nome che fu dato in Germania nella guerra del 14-18.
Indicibilità di ciò che è stato vissuto al fronte nelle parole – per non parlare della Propaganda che è in uso prima.
La lingua cessa di essere un ponte tra l’Ego e il Cosmo.
La voglia di dire si perde nelle cesure.

*

Nel 1936 Thierry Maulnier fonda Combat. Robert Brasillach riporta queste parole: “Quando sento parlare di cultura, ha esclamato un giorno Goering, tiro fuori il mio revolver dalla custodia.”
Claude Orland (che non è ancora diventato Claude Roy) ritiene che il clan della guerra non è Mussolini, Hitler, Salazar, Franco, ma Blum, Roosevelt, Stalin, Churchill. Maurice Blanchot vi pubblica un lungo articolo intitolato Il terrorismo come metodo di salvezza pubblica. Il terrore è una parola del XVIII secolo. E’ il suo ultimo messaggio. Poi 1871. In due anni Parigi fu assediata dai Tedeschi e dai Francesi. In una settimana 35.000 uomini, donne, vecchi, bambini furono giustiziati. Furono deportati nelle colonie e ai lavori forzati più uomini che in tutta la storia della Repubblica.
In tre giorni il governo Thiers fece più vittime che il Terrore in tre anni.
Dall’inizio della Prima Guerra mondiale alla fine della Seconda 70 milioni di uomini furono massacrati.
La parola terrorismo appartiene al diritto penale. La società la definisce come la criminalità politica che non cerca d’instaurare o di ristabilire l’ordine pubblico ma di sovvertirlo in modo spettacolare.
Questa parola raramente è stata rivendicata come tale dagli attori nella Storia: con i rivoluzionari francesi, con i diritti fascisti europei prima del 3 settembre 1939.

*

Scrivere è interamente politico.
Vercors: Tra l’occupante e lo scrittore nessuno scambio, nessuna parola, nessun contatto, nessun salario, nessuna comunicazione possono essere presi in considerazione.
Cerco di attenermi a questa regola che Vercors ha decretato. Chi scrive è chi cerca di aprire la gabbia. Di rompere il dialogo. Di liberarsi dall’addomesticamento. Di liberarsi dal gruppo familiare e dalla patria. Di sciogliere ogni religione.

*

Il richiamo che lancia il grido, una volta che è diventato canto, non è indirizzato più a nessuno.
Le arti non hanno per destino, come fa la Storia, il compito di organizzare l’oblio. Né di dare senso all’Altro del senso. Né di sporcare e d’inghiottire il Passato della terra. Né di annientare sul posto l’Altrove del tempo. Né di bandire i linguaggi a monte di tutte le lingue naturali. Né di nominare l’Aperto. Bisogna essere nazisti per pensare che l’arte sia una menzogna che decora. Bisogna essere comunisti per ritenere l’arte un divertimento. Bisogna essere dei borghesi liberali per pensare che l’arte diverta. Solo nei regimi totalitari l’arte è concepita come un’ estetica dell’assoggettamento, una mitizzazione del passato, un trucco che va e viene in ogni momento. L’artista non può partecipare al funzionamento della comunità umana nel momento in cui si sforza di staccarsene. Non ha neanche la possibilità di avere garanzie come contropartita del suo lavoro. E’ più vicino al lutto che alla garanzia. Meno dimentico della memoria volontaria. Meno interessato della moneta nello scambio. L’arte non ha come funzione quella di negare l’Altro dal sociale.

*

L’individuo è come l’onda che si alza sulla superficie dell’acqua. Non può separarsene del tutto. Poi ricade velocemente nella massa solidale che la inghiotte. Sempre ricade nel movimento irresistibile della marea che la trascina. Perché non sollevarsi ancora, e ancora e ancora?

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