Frammenti d’esilio, 8

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Ogni uomo cammina e non sa
se ha principiato o finito
se va da sua madre da sua figlia o dall’amata
se sarà giudice o imputato
se evaderà, se è già scampato:
non lo sa.
Giorgio Seferis

frammento 8

243. E’ possibile compilare una storia della filosofia occidentale per coppie oppositive concettuali di questo tipo: molti/uno, parte/tutto, parte/intero, finito/infinito, fenomeno/noumeno, apparente/inapparente, diversità/identità, disordine/ordine, dicibile/ineffabile, ecc, e anche: dire/mostrare, uomo/oltreuomo ecc. In queste coppie il primo elemento guarda in faccia il secondo e vi trova il suo senso, e il secondo è dunque il luogo del senso. Se ad es. si assume l’uno come elemento della coppia, nella storia il secondo elemento ha assunto il suo senso a seconda che il primo sia stato interpretato come Dio, come Essere, come Natura, come Primo, come Motore, come Volontà, come Fondamento ecc. La storia della filosofia è anche e soprattutto un problema di nominazione della cosa cui ci si riferisce, laddove la cosa è il prodotto ogni volta uguale e diverso di una relazione tra i due elementi che ritagliano il regno del concettuale. E se ad ognuno dei nomi riguardanti il secondo elemento corrispondente al primo si dà il nome di un piano particolare dell’essere (ad es. i molti come musica), allora abbiamo le sintassi che regolano quel piano particolare nel qui e nell’ora, e il suo senso (nel qui e nell’ora), e il suo divenire. Tutto questo significa che, ad es. all’interno della coppia molti/uno, i molti si assumono compiti ogni volta diversi anche a seconda dei metodi coi quali i molti si rapportano all’uno: altre coppie allora si rendono necessario, causa/effetto ad es., dialettica (in sé triadica, è vero) ma pur sempre aperta, o negativa, oppure chiusa, ecc. I paradigmi complessi così messi in scena si succedono configurando sistemi di senso che, nella infinità varietà (più che diversità) dei modi in cui il secondo elemento si presenta, quest’ultimo mantiene però un’identità funzionale, per così dire, un ruolo permanente di centro donde s’irraggia l’altrettanto infinita varietà dei modi in cui si presentano i primi elementi della coppia. E’ questo schema che ad un certo punto viene meno, e irrompe sulla scena la modernità, il nichilismo, il vuoto, l’assenza del fondamento e, con la perdita del fondamento (il nome della funzione più generale che il secondo elemento ha ricoperto nel corso del tempo della storia della filosofia), la caduta libera di tutte le coppie concettuali sino lì elaborate dal pensiero occidentale.

244. Il pensare rigoroso non si nutre di attimi casuali e imprevedibili (notti invernali alla Cartesio permettendo), bensì è il procedere lento e circospetto che dà come unico risultato il concetto lungamente elaborato anche prima che si riuscisse a dargli un nome, a nominarlo, e quindi a scriverlo. Il punto è che ci sono effettivamente giornate in cui l’elaborazione – che giudicata sul lungo periodo si manifesta come una magnifica ossessione all’apparire di fatto complessiva, sempre presente, senza soluzioni di continuità, nella veglia del pensante – risulta latitante, in ombra, vuota e in sonno. Non succede nulla: la mente non fa un passo avanti, ci si distrae con persone e situazioni, e con la propria solitudine annoiata e cosciente della propria insensatezza. Non succede nulla; ma è proprio così? Forse non è per nulla così: poiché è come se il pensiero si fermasse per riposare e nutrirsi, alimentarsi della vita che vive fuori e indipendente da quel pensiero ossessivo e che pure quel pensiero ossessivo sa di rappresentare, anche se il concetto che se ne fa carico vola alto e sembra dimenticare le lontane radici ben fisse dentro la terra del mondo. La soluzione di continuità del pensare manifesto, allora, non è altro che la continuazione sotto traccia di un fiume teoretico che, fattosi momentaneamente carsico, elabora nell’ombra il proprio futuro imprevedibile nella sua manifestazione ma non nella sua genesi e nella sua derivazione necessitata. Infatti, quegli attimi casuali e imprevedibili che sembrano corrispondere a rare, inattese ed entusiasmanti illuminazioni non sono altro che le punte di un iceberg che si sviluppa nel sottosuolo del nostro incessante esercizio del logos, che nessuno può illudersi di arrestare, che nessuna distrazione può far deviare dal proprio corso, diventando invece, quella distrazione, essa stessa materiale di riflessione postuma dopo che la diversione apparente è stata risucchiata dal sentiero, dalla piena luce del sentiero, il cui interrompersi, tutt’al più, costituirà il suo ingresso nell’ombra di un bosco fitto, dove cantano uccelli sconosciuti e crescono erbe che non sospettavamo.

245. Esiste un grado zero del comportamento? Niente è così mobile come il comportamento umano, ma la sua naturalità, che in ognuno si situa ad un livello diverso di civiltà e d’abitudini, potrebbe costituire il suo grado zero. Per naturalità intendo quella serie di automatismi che ci spogliano per lo più della nostra buona educazione, lasciando emergere le punte di un’insofferenza in noi stessi, prima ancora che negli altri, nei confronti dell’immagine che abbiamo dato di noi e che noi conosciamo bene perché l’abbiamo costruita tratto dopo tratto per sedurre gli altri. A volte, quest’immagine non l’abbiamo costruita, bensì ci è stata imposta dalla capacità e volontà altrui di creare fantasmi a proprio uso e consumo; una delle situazioni più difficili da districare, e delle più dolorose quando s’intende scioglierle, è quella che comporta, da parte dell’altro, il fenomeno dell’innamoramento. Tu non sei quella persona lì, ovvero quella di cui colei che tieni ora fra le braccia afferma di essere innamorata. Tu non sei né così intelligente, né così ricco interiormente, né così bello esteriormente da meritare tutti quei baci e tutte quelle carezze che sembrano non dovere finire mai. Tu non sei quella persona lì, l’immagine che ti hanno appiccicato addosso prima o poi si dovrà scollare e ingiallire, cadere a terra e rivelarsi per quello che è, un’icona falsa dietro la quale si nasconde (se ce la siamo costruita noi per fare innamorare di noi) o si rivela (se sono gli occhi dell’altro ad aprirsi finalmente, essendo loro i fotografi responsabili dell’autoinganno che ci costerà tanto caro) il nostro vero volto. In ambedue i casi la nostra prudenza, o la nostra preghiera verso l’altro di vederci per quello che siamo per evitare l’incanto prima e il disincanto poi, servono a ben poco: ci lusinga l’amor proprio la seduzione che, soprattutto se non se siamo andati a cercarla, ci porta alla conquista di qualcuno che non avremmo mai creduto di poter conquistare, e poi con così poco, con nulla, così a buon mercato: siamo noi quella persona, gridiamo a noi stessi, di cui lei s’è innamorata, e al tempo stesso dentro di noi il daimon ci ammonisce e dall’ombra di una piega di noi stessi ci invita a non meravigliarci troppo se, ad un certo punto, l’impalcatura di questo strano edificio di sogno, che noi per un poco di tempo magico siamo per gli altri e per noi stessi, non reggerà e crollerà a terra miseramente, rivelandosi un edificio del tutto senza fondamento. A volte, dopo l’apparir del vero, un vero sorriso consapevole da parte di chi ha pensato di aver trovato il cavaliere di ogni perfezione nella nostra povera persona ci rivela che l’innamoramento rispetto alla nostra immagine è finito, e che, se siamo fortunati, o se ce lo siamo meritati, potrebbe finalmente cominciare l’amore nei confronti del grado zero della nostra personalità.

246. Non ci si immagina davvero l’autentica fatica dello scrivere, quando lo scrivere è invenzione quotidiana e quando s’intuisce che si sta componendo (vedi Proust) l’Opera. Ci si sente tramiti, messaggeri, mezzi, e non c’è distrazione che tenga, non c’è sacrificio che valga, tutto passa in secondo piano, il giorno e la notte si scambiano, se necessario, i loro ruoli, si vive fuori dalla normalità esistenziale e l’etica dell’Altro diventa l’etica dell’Opera, che sarà opera di tutti, cui tutti, col loro esistere hanno collaborato, per tutti, poiché il narratario dell’Opera è l’Uomo. Questa appena descritta sembra essere l’ultima spiaggia della retorica dello scrivere d’arte, liquidata la quale della scrittura non resta più null’altro che il nudo e crudo fatto disperato di scrivere per sé ovvero per nessuno, oppure non resta che giornalismo. Resta anche, è vero, il mestiere di scrivere (un romanzo all’anno, una raccolta di poesie ogni tre, cinque anni, un saggio ogni cinque anni ecc.) che, pur situandosi sul versante della pura fatica senza talento, assolve a compiti di divulgazione preziosi in un mondo che è curioso di tutto. Così, alle soglie della fine del mondo, la scrittura più autentica o si spegne nel silenzio coatto, o comunica in cifra il poco che le riesce di comprendere, mentre le case di chi legge si riempiono di infiniti libri inutili, cui altrettanti infiniti fogli di giornale fanno aria per conservare fresche quelle pagine già tutte quante morte alla nascita.

247. L’ordine delle cose più elementare, più antico e più comprensibile è quello alfabetico: catalogare per progressione letterale (poiché le cose non hanno un numero, ma hanno un nome, e dunque una serie di lettere che, scritte, consentono l’elencazione) dà la soddisfazione infantile del collezionista di non importa che: in più, quest’ordine è completamente privo di senso, e quindi rispettoso delle cose in sé, in quanto manifeste nell’attesa di uscire dalla semplice manifestazione ed essere inserite in un ordine del discorso, e non soltanto in un ordine classificatorio esteriore, come appunto è quello alfabetico. Qualsiasi altro ordine si attribuisca ad una serie di cose, possiede in più il senso dovuto alla posizione assunta nella serie, e in più anche la responsabilità di collaborare all’intero di cui fa parte: riceve e dà senso con un identico movimento. Certo, l’attribuzione di un nome alla cosa precede l’ordine alfabetico delle cose, ma in quest’ordine la dazione nominale viene sospesa come un fatto ovvio nel suo accadimento fattuale per l’instaurazione di quell’ordine, un fatto anche problematico in sé, ma appartenente ad altro momento della riflessione sulla cosa; la felicità legata a questa sospensione di senso consente alla cosa di giacere nella serie al suo grado zero, poiché l’appartenenza ad una serie semplicemente alfabetica vale per la cosa così classificata esattamente come l’opposto della sua presa in carico come cosa stessa, la sua presa in carico più difficile e profonda, insondabile in quanto tale profondità esula persino dai sensi che normalmente la cosa, adibita dall’uomo nei modi più diversi, si porta addosso. Il grado zero della cosa è, dopo l’attribuzione di un nome, la sua inserzione in un ordine del tutto insensato, che vale come soglia di tutti i sensi che verranno grazie alla mente, alla mano e al cuore dell’uomo, cosicché si potrebbe anche ritenere che l’ordine alfabetico, nel rispetto della totale insensatezza delle cose, rispetta più di qualsiasi altro ordine la stessità della cosa stessa, la sua intangibilità, la sua indicibilità già inficiata dal nome attribuitole ma, immediatamente, riconsegnata alla custodia del silenzio di un ordine puramente formale. L’inutilità di un ordine alfabetico delle cose, infine, lottando contro qualsiasi adibizione all’interno della formula mezzo/fine, lascia alle cose così elencate tutta la loro meraviglia, tutta la loro terribilità, tutta la loro contingenza, il loro ora esserci e ora non esserci, il loro stare in quanto essere nel divenire, e così facendo consente in esse l’emersione di un nome inconsueto legato a tale felice insensatezza: il nome del Bene. Infatti, se è vero che tutto ciò che è è Bene, ed è bene che sia piuttosto che non essere, allora qualsiasi altra dazione di senso sarà responsabile nei confronti dell’innocenza di questa dazione originaria che, in quanto prima e fondante rispetto a tutte quelle che verranno dopo grazie all’intervento attivo e pensante dell’uomo, varrà come donazione, rigorosa, intransigente, ineludibile gratuità della donazione da parte delle cose che sono all’esser-così delle cose stesse.

248. Dopo aver caricato di malinconia le ore della giornata, e solo a questa condizione potendo poi scrivere qualcosa, lentamente il cuore si riposa e la mente si libera ed è pronta per la lettura. Ma scrivere a queste condizioni che cosa potrà mai produrre? Poiché scrivere è anche un lavoro, e una fatica che delle astuzie e dei corti circuiti non sa che farsene, poiché sia il ragionamento che l’immaginazione sono pronte al loro dovere soltanto se s’intende utilizzarne il potenziale emotivo e argomentativo adeguato dopo aver preso la necessaria distanza dal proprio esistenziale, ingombrante e fuorviante, ebbene, che cosa mai potrà valere nei prodotti di una scrittura legata così tanto a doppio filo con l’intemperanza del cuore e la casuale uscita di letargo della mente? La malinconia è dunque una malattia mortale? La sterilità cui porta la malinconia è la morte del cuore e della mente? Dipende forse da ciò che, fuori di malinconia, si riesce comunque a scrivere. Infatti, se la malinconia è un tono emotivo la scrittura è salva, e la sua fatica, e il lavoro che richiede, sono salvifici: a queste condizioni, anche la malinconia può diventare una fonte salutare, grazie alla sua capacità disingannatrice, al disincanto e al dubbio di cui è foriera e che sono l’essenza del giusto pensare e del giusto sentire. Certo, le ore della giornata disponibili alla stesura della pagina quotidiana sono poche, e se il tono emotivo se ne porta via troppe il risultato sperato non arriva, o ne vengono aborti incolori, non bene argomentati, non significanti, viziati da un lamento che non potrà mai attingere la vetta ineludibile del generale cui il pensiero aspira sempre, per quella esigenza etica alta cui l’abitudine ad un pensare onesto l’ha addestrato fin dai tempi più lontani dell’innocenza, quando scrivere poteva ancora essere una vocazione, o una speranza, ma mai solamente una confessione d’impotenza a vivere e a lavorare per il bene comune e per l’edificazione della bellezza.

249. La passione per la storia è proprio soltanto passione per il particolare? Certo, i fatti sono l’hic et nunc, e vanno a comporre una serie di equivalenze fattuali gerarchizzabili poi secondo un ordine del discorso storico, un ordine piuttosto che un altro, una linea di senso piuttosto che un’altra. Ma i fatti non appartengono né a se stessi né alla serie, bensì appartengono all’evento, le cui comprensione ed estensione, rispetto ai fatti, sono altra cosa, e la cui natura d’appartenenza, dì luogo disponibile all’appartenenza e dunque di luogo di cui dispongono i fatti per appartenere, è sempre problema. Allora la passione per la storia diventa passione per l’evento, ed il farsi del fatto si allarga all’accadimento dell’eventuarsi dell’evento. E allora lo storico, ciò che è storico, diventa altro dallo storicizzabile, diventa invece il filosofico, ciò che si sottopone al concetto. Il particolare scopre nel proprio particolarizzarsi l’accadimento del generale, e la serie dei particolari diventa il materiale elementare su cui lo sguardo della passione per l’evento va cercando la necessità di una direzione, il destino di questa necessità, l’eventuarsi, appunto, dell’evento. L’hic et nunc del farsi del fatto si rivela, proprio in questo farsi, un eterno in immagine, la cui specularità rimanda incessantemente ad un senso che lo storicizzabile rimanda, attraverso ciò che si è fatto storico, a quell’eventuarsi. Ma affinché un tale accadimento, l’accadimento dell’eventuarsi dell’evento grazie allo storicizzarsi in fatto storico dello storicizzabile, accada, è necessario ricevere in dono la necessità di effettuare un passo indietro rispetto alla pressante urgenza, all’immediatezza dell’hic et nunc, ma affinché, infine, questo donarsi della necessità di retrocedere rispetto alla vita che si vive qui e ora si realizzi e inneschi il meccanismo che consente di esercitare la passione dell’eventuarsi dell’evento, è necessario sapere bene chi è colui che è chiamato a fare esperienza di tutto questo, La cosa stessa della storia deve potersi accompagnare ad una dislocazione dello sguardo che sappia cogliere la catena dell’eventuarsi, e con tale coglimento sappia poi aprire lo spazio all’accadimento di tale catena. Ogni volta che, nel corso della storia dell’Occidente, si è data storia dello storicizzabile, tutto questo è accaduto e gli “storici” hanno pensato e scritto; ma oggi più che mai è doveroso aprirsi alla nuova coscienza che possiamo avere della direzione nella quale le cose della storia stanno andando, e oltrepassare la coscienza di ciò che finora ha costituito lo storicizzabile, poiché ciò che oggi è storico sta rivelando piano piano l’essenza di una contraddizione che, se non ha impedito alle epoche precedenti di pensare e di scrivere storia, oggi però non è più in grado di reggere l’urto della propria natura contraddittoria, e sta spezzando la parola che fino qui ha riflettuto, compreso e dato senso. E la contraddizione è il luogo di manifestazione dello storico, non dell’evento.

250. I due estremi, l’infinitamente particolare e l’assolutamente generale, sono le due nominabilità più difficili da realizzare: l’una di pertinenza dell’arte, l’altra di pertinenza della filosofia. Ma ambedue le pratiche di dicitura contengono il loro opposto; infatti, l’arte tanto più riesce quanto più risulta in grado, nel suo trionfo del minimo dettaglio, a render conto dell’intero cui il dettaglio partecipa e di cui l’opera è metafora eloquente, secondo il modo dell’immagine che le appartiene, e la filosofia tanto più è grande quanto più è in grado di sussumere sotto di sé, e quindi di parlare a loro nome, nel modo più esaustivo tutti gli infiniti possibili particolari che sulla linea del tempo possono manifestarsi. Quando arte e filosofia sono autentiche e di grande levatura genetica (quando è grande l’artista, quando è grande il filosofo) il particolare e il generale rivelano la loro essenza convenzionale, funzionale, relativa allo sguardo del limite, rivelano insomma il ruolo che nella loro relazione, e addirittura nella loro impostazione prima e nominazione poi, gioca l’uomo. Ma l’uomo che fa grande arte e compone l’opera, e che fa grande pensiero ed elabora domande su problemi, un uomo del genere ha già da sempre dislocato la propria coscienza media dello stato delle cose e, sulla base di quella medietà, irrinunciabile in quanto provvisorio fondamento (o meglio: punto di partenza di ogni fare) ma vocata grazie ad arte e filosofia all’oltrepassamento, è in grado di cogliere l’essenza del dettaglio nell’intero e l’essenza dell’intero nel dettaglio, annichilendo di fatto (e contro quella medietà coscienziale, che è servita da scala ma che ora non serve più) la percezione di sentimento e di pensiero del senso comune, e aprendo nell’oltrepassamento la dimensione di ciò che è Altro da ciò che semplicemente è, è qui e ora, è il qui e l’ora.

Frammenti d’esilio, 8

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21 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 8”

  1. Cara Carla, grazie per l’attenzione. Pare che sia rimasta solo tu a commentare, del che non posso che nuovamente ringraziarti. Buon weekend sul monte (non so quale sia, ma amo anch’io guardare le cose dall’alto, perché forse si soffre meno rispetto all’indifferenza delle bassure…).

    1. Caro Gianmarco, il mio monte è il Muggio :-)
      dall’alto si vede meglio, soprattutto le angolazioni
      ci si fortifica e si mantiene un distacco da ciò che ci consuma.

      ho riflettuto su due punti del tuo …posso chiamarlo saggio?
      ora riordino le idee e poi ti illustro …
      a presto!

  2. Gentile Pinciroli, in home page ci sono venti articoli per un totale di sedici commenti… Tragga lei qualche conclusione.
    E’ chiaro, sarebbe bello dialogare con i lettori, chi non lo vorrebbe?
    Io, in un contesto preagonico come quello che caratterizza oggi i litblog, mi accontenterei di sapere che “dei” lettori li ho, silenziosi o meno che siano.
    L’alternativa è la palude starnazzante del libro delle facce.
    Ecco, si accontenti del silenzio “vivo” dei non-commentanti, anche perché, da quanto posso rilevare dalle statistiche del sito, i lettori non le mancano di certo.
    E sono anche abbastanza attenti, come si può dedurre dal tempo che passano sulle sue pagine.

    La saluto.

    MS

  3. Caro Santiago, la ringrazio per le sue parole. Credo che abbia ragione lei. Il fatto è che ho scarsa dimestichezza con le dinamiche comunicazionali legate a internet. Me ne scuso.

    A risentirci

    1. Non ha niente di che scusarsi, il mio non era un rimprovero ma la semplice constatazione di un dato di fatto. Della serie: ormai i blog letterari sono questo, prendere o lasciare.

      Sulle “dinamiche comunicazionali”, invece, ci sarebbe molto da dire, anche solo restando all’interno della storia di questo sito. Bisognerebbe chiedere, al riguardo, alle decine e decine di autori che dopo aver fatto per anni i loro comodi qui, si sono eclissati senza nemmeno un cenno di saluto. Ma questa è un’altra storia e non sono io, l’ultimo arrivato, a doverne parlare. Oltretutto, ho promesso al padrone di casa che non sarei entrato in certe faccende che non mi riguardano; ma le assicuro che io, e soprattutto Federico, di cose da dire ne avremmo in abbondanza.

      Buona serata.

      MS

  4. Gentile Mario Santiago, la ringrazio per la puntualizzazione che condivido in pieno. La Dimora è e resta uno degli spazi irrinunciabili della rete ed è vero che non sempre l’ assenza di commenti significa indifferenza o disattenzione.

    1. Immagino che si tratti di un onere, ma anche di un onore e torno a ringraziare lei e Calibano per il lavoro e l’impegno e la passione; la chiusura di questo blog (che a un certo punto tutti abbiamo temuto) aprirebbe un vuoto enorme – e penso soltanto alla straordinaria quantità di testi di eccelso livello che sono a disposizione di noi lettori ogni volta che desideriamo leggerli o rileggerli e in maniera del tutto gratuita. Io chiamo tutto questo generosità. Grazie.

  5. 244)
    Avviene anche in poesia. La “zona morta” è il terreno dove avviene l’innesto, l’elaborazione di un concetto è pronta a rivelarsi quando avviene l’incontro tra la proiezione di una lettura e la propria ricettività nei suoi confronti anche mentre si sta facendo altro. È una sorta di illuminazione, non tanto una speculazione.
    La nominazione, in realtà, è una rivelazione.

    245)
    Esiste un grado zero del comportamento?
    Ora ti chiedo: per grado zero si intende la debolezza come punto di forza, il limite che ci nasconde agli altri e che ben ci guardiamo dal mostrare?
    In questo caso forse è bene non dare perle in pasto ai porci inutilmente!
    Salvaguardare la propria identità, svelare e non svelare in poesia è determinante, nella realtà è necessario.
    se il grado zero è l’io nascosto, custodiamolo…

    un saluto dal Lario :-)

  6. 244. Certo, avviene anche in poesia. E’ l’intera nostra esperienza che, ad un certo punto, si ‘illumina’. Ed è vero che ‘la nominazione è in realtà una rivelazione’. Purché s’intenda, quel ‘rivelarsi’, laicamente: è pur sempre il nostro rimosso che alla fine si ‘rivela’, a mezza via tra concetto e immagine, nella sequenza di parole che chiamiamo ‘verso’.

    245. A dire il vero, credo che esista soltanto per noi il ‘grado zero del comportamento’. Ci serve per dirci la vera verità durante le notti insonni, e forse, confidandoci quello che riteniamo essere il ‘grado zero’, ci dipingiamo anche peggio di quello che siamo. La domanda è dunque sempre doppia: chi sei tu? chi sono io? Il ‘tu’ mi vede diversamente da come mi vedo ‘io’, ed è in questo ricambiato. Di questi ineludibili inganni si nutrono le umane relazioni, e non c’è proprio niente da fare.

    Questo che ho scritto ora è il riassunto di un lungo commento che, improvvisamente, dieci minuti fa, mi è stato cancellato totalmente (da una forza ignota? da un grande fratello?). Devo aver toccato qualcosa che non dovevo (intendo: sulla tastiera). Ma non so più riscrivere le stesse cose. Mi spiace.

    A risentirci

    1. eppure qualcuno a scritto sul grado zero della scrittura …

      anche a me capita di perdere il primo commento scritto di impulso, per questo ho adottato un metodo infallibile, quando ho terminato di scriverlo me lo copio con il tasto destro del mouse di modo che se sparisce lo recupero :-) funziona!
      su questo grado zero dovrò proprio un pò documentarmi, se esiste solo per noi :-);)
      sai cosa ha di bello la tua scrittura? non annoia facilmente anche se in certi tratti è cavillosa …
      Ciao, al prossimo grado zero!:-)

  7. Vi consiglio di seguire una regola semplice quando decidete di postare degli interventi abbastanza lunghi: scrivere il testo su un documento word, salvarlo e poi col copia-incolla inserirlo nel colonnino dei commenti. Se la “macchina” fa le bizze, come qualche volta succede, avete sempre l’originale da cui attingere per un nuovo inserimento.

    M.S.

  8. Provo ora a riflettere un po’ meglio su questa sorta di ‘fondo comportamentale’ che ho chiamato ‘grado zero’. Questo è un po’ il problema: se esistesse ‘oggettivamente’ qualcosa del genere, sarebbe possibile conoscere nientemeno che la verità su se stessi, la verità vera intendo, quella inoppugnabile, incontrovertibile (come dicono certi filosofi). Qualcuno in passato ha pensato in questa direzione, e in un modo o nell’altro qualcosa come l’anima dovrebbe fare al caso di coloro che pensano così. A me, però, piace pensare all’identità in termini di fluidità contestuale (all’influenza che sul nostro comportamento esercita il contesto), e lasciare al campo delle ipotesi l’esistenza di un nocciolo duro (quel Sé invariante da un contesto all’altro) che ci seguirebbe passo passo nella vita. Il rischio che corre uno che la pensa come me è la liquidazione di qualsiasi seria possibilità di dire Io: una sorta di schizofrenia relativistica magari non dannosa come quella paranoide, ma non meno deludente sul piano antropologico corrente. Si corrono rischi comunque la si pensi.

    E’ il bello della vita

    1. diciamo allora che il grado zero del comportamento è una sorta di *messa a nudo* dell’ndividuo. che si ri-trova (naturalmente solo) di fronte alla realtà…
      Kafka forse soffriva di questo disturbo (certi suoi scritti non sono riuscita a completarli).

  9. E’ un ‘disturbo’ che capita a tutti di conoscere prima o poi, penso. Quando si viene messi con le spalle al muro, magari davanti ai propri torti (riconosciuti anche da noi come tali), si è nudi: chi è quell’individuo che non ha più parole? che non obietta più alle accuse? che sa di avere sbagliato? è un uomo nudo e solo. Kafka, come ebreo laico, come figlio incapace di lasciare la famiglia, come lavoratore che voleva soltanto scrivere, era quell’individuo 24 ore su 24. Ecco allora la potenza salvifica della scrittura (ma anche la difficoltà di leggerli, come tu giustamente affermi). Credimi, i frammenti dei ‘Maestri’ e questi ‘d’esilio’ sono nati in gran parte come risposta silenziosa a situazioni di nudità esistenziale, o mia o di altri, per la quale cercavo una qualche salvezza. E anche le poesie, ovviamente. Vorrei abbinare poesia e scrittura a gioia, ma per lo più non (mi) accade. Ecco dunque una testimonianza di scrittura e di comportamenti al ‘grado zero’. Io però su me stesso, dopo aver scritto, ne so come prima, ossia poco o nulla…

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