Titoli

Thomas Eakins, The Writing Master, 1882

Thomas Eakins, The Writing Master, 1882

Antonio Scavone

Titoli

     C’è chi parte da un titolo e poi scrive “il resto”, c’è chi trova il titolo strada facendo, chi si dinteressa al titolo perché lo ritiene secondario e accetta magari che altri glielo confezionino e chi, infine, non sa come titolare quello che ha scritto e creato e rimanda, rinvia nel tempo quest’incombenza. Il titolo è importante, necessario, imprescindibile per taluni, per altri è un dettaglio ininfluente: tuttavia non si può fare a meno di un titolo, così come non possiamo fare a meno di dare un nome ad una persona che abbiamo appena conosciuto o ad un figlio che ci è appena nato.
     Nominare, nel senso di dare un nome, un’opera dell’ingegno (una poesia, un romanzo, un quadro, un brevetto, un film, un manufatto) è un evento inevitabilmente opportuno, essenziale, che stabilisce dinamicamente un processo di identificazione, di identità. I titoli, infatti, devono essere possibilmente univoci e referenziali: non possiamo concepire due o tre romanzi dal medesino titolo e non solo perché obiettivamente non riusciremmo a distinguerli l’uno dall’altro ma perché dovremmo, di volta in volta, rilevare – come per una sinossi – i contenuti di quei tre romanzi che, inavvertitamente o sciaguratamente, hanno lo stesso nome. Ne perderemmo la singolare pregnanza e forse il desiderio di conoscerli.
     Ma è davvero così importante un titolo, per esempio, di un romanzo? O, piuttosto, è davvero così importante dare un titolo a un romanzo? Ci sarà chi arriccia il naso su un dilemma tanto improponibile eppure sta di fatto che tutto ciò che leggiamo o pratichiamo è tautologicamente svelato da un titolo, che è qualcosa di meno consuetudinario di un nome, di un semplice nome. Il titolo di un’opera è peculiare, molto più esclusivo di qualsiasi nome (Umberto Eco sovraccaricò nome e titolo nel suo romanzo d’esordio): nel titolo ci riconosciamo o impariamo a riconoscerci, a intuire l’ordito e il significato di un’opera e anche quando ne restiamo sopraffatti, per un’incomprensibile capziosità, nondimeno ci sentiamo sfidati a penetrarne il senso o la necessità.
     Si dànno titoli a poesie e racconti, si contrattano titoli in borsa, si accusa e si rinfaccia la mancanza di “tituli” nello sport o nei curricula personali, ci sono titoli di testa e titoli di coda: siamo insomma dominati e suggestionati da una moltitudine di titoli appropriati e paradossali – colti, popolari, comuni, mirabolanti – e ne subiamo a volte il fascino quanto il fastidio. Dev’essere una questione ancestrale quella di dare titoli, uno fra i tanti esiti del nostro DNA fondante, lo stimolo o il timore di pervenire ad un risultato, di scontarne una malevola avvisaglia di smarrimento.
     Sappiamo cosa volesse indicare Dante col titolo “Commedia” (genere letterario sarcastico-metafisico-drammatico) o cosa volesse suggellare Boccaccio con l’attributo “divina” come, per altri versi o narrazioni, a cosa volesse alludere Joyce col suo “Ulisse”, Proust con la sua Recherche, Musil col suo “Uomo senza qualità”, García Márquez con i suoi “Cent’anni di solitudine”: volevano tutti, come gli scrittori e i poeti di ogni tempo, dare un fondamento logico e ideologico alle loro aspettative estetiche, alle loro incontenibili esigenze di significazione. Dare un titolo è difficile, è arduo, quasi come l’incipit che segna l’inizio di un’opera ma, più e prima dell’incipit, dare un titolo ad un’opera ha a che fare con l’anticipazione di un mistero che resterà a lungo enigmatico per preservare l’unicità dell’opera stessa.
     Ci sono titoli che non appagano, non soddisfano, che sembrano impropri o insufficienti, che lasciano trasparire poco o niente di quanto c’è nel resto dell’opera pensata e realizzata. Come, d’altra parte, ci sono titoli che appaiono troppo densi e ricercati, immaginifici o esasperati rispetto al testo di un romanzo o di una poesia. Titoli semplici (una sola parola, come un segnale indeclinabile) o complessi (una frase costruita come una sequenza allusiva), titoli con o senza l’articolo di definizione, titoli che annunciano o metaforizzano, titoli che depongono e rimandano a un tormento dell’autore o che ne propongono un’intenzione salvifica o elementare… Indubbiamente un titolo esercita una grande captazione su un lettore, su un utente, un consumatore: il nome di un farmaco, ad esempio, che dà l’avvio e il titolo alla terapia di cui abbiamo bisogno, può diventare di fatto provvido e lenitivo già nel suo enunciato, anche se spesso è un acronimo delle molecole impiegate per confezionarlo.
     Skyfall di 007 può valere, nel repertorio della memoria quotidiana, come l’Aspirina: il titolo di un film, nell’immaginario collettivo, incide nel bagaglio culturale allo stesso modo di un farmaco di largo consumo, per cui abbiamo individuato nel titolo di un film e nel nome di un farmaco una sorta di agnizione (o se si vuole di transfert), appropriandoci, col nostro sistema di relazioni logiche e mentali, future e più complesse acquisizioni socio-culturali (l’interazione si manifesta e si conserva anche per il titolo di un film horror o per un medicinale destinato a terapie per malattie terminali: in questo caso, per quanto funesta, la valenza dell’inter-attività risulta ugualmente e sciaguratamente diretta, immediata).
     Tuttavia, a volte, i titoli si volatilizzano, sfuggono, si pèrdono (“Ah, io per i titoli…”): che significa? Che il titolo – quel titolo o la categoria “Titoli” – si è dimostrato incongruo a stabilire una filiazione (per un’intrinseca e oscura indecifrabilità) o che siamo stati noi a svuotare o rimuovere, per scelta o fatalità, quel connotato di contiguità cognitiva che ci aveva fatto condividere e apprezzare quel nome così unico e particolare?
     Se dimentichiamo il titolo di un romanzo o di un film, al di là del lapsus mnemonico, ci sforziamo di recuperarlo attraverso un esercizio di riferimenti e associazioni (la trama o i personaggi di un romanzo) ma il mancato riconoscimento di quel titolo – specie se si presenta irrisolvibile – rende la questione del titolo secondaria e la traccia di memoria pretestuosa e senza sviluppo. Restiamo pertanto senza titolo, come certe foto d’autore, eppure anche quelle opere innominate vanno intitolate, magari con numeri o delle aggetivazioni per l’ambiente che ritraggono.
     In fondo diamo dei titoli alle stagioni della nostra esistenza (distinguendone la cronologia o il valore), diamo dei titoli ai singoli episodi di un anno, di una settimana, di una giornata: non siamo molto diversi dai romanzieri quando suddividono il racconto in capitoli o avvenimenti, o dai poeti che dànno titoli singoli nel corpo unitario di una silloge di poesie, o dai drammaturghi che spezzano la scansione temporale di una storia nel continuum degli atti di una commedia o di un dramma.
     Vogliamo sapere, per esempio, “a che titolo” ci viene richiesto il pagamento di una multa o di una tassa o a quale titolo ci vengano proposti un cambiamento, un’adesione o semplicemente una firma. Dalla letteratura alla vita comune, dal significato al senso, dalla linguistica al linguaggio i titoli ci perseguono: ne siamo schiavi e vittime ma anche autori e fautori, custodi e “apostoli”. Se manchiamo un titolo (la corretta citazione di un titolo) ne improvvisiamo un altro consimile per non perdere il concetto o il piacere che abbiamo ricavato dalla lettura di un libro, dall’ascolto di un brano musicale o di una canzone, dalla percezione di un quadro o di un monumento. Possiamo cambiare le parole di una canzone, stravolgere la trama di un romanzo o banalizzare l’emozione di una poesia ma, di certo, pur smarrendo la dizione esatta di quello che abbiamo letto e provato, non vorremo mai perdere quella parte di noi stessi che aveva incontrato quell’opera e che si era dunque imbattuta in quel titolo rivelatosi infine ostico e labile.
        Nel titolo di un romanzo, senza rendercene conto, avevamo dato in realtà un titolo alla nostra scelta culturale ma soprattutto alla nostra personalità. Essere “titoli” di se stessi è l’inizio di un viaggio, di un’esplorazione che sopravviverà alla nostra storia, rendendola in qualche modo eponimica.

1 commento su “Titoli”

  1. ogni tanto alcune risposte arrivano col tempo soprattutto quando siamo interessati a un argomento specifico.
    questo tuo post, carissmo,è la delucidazione e la spiegazione a quanto andavo dicendo a una mia amica quando mi accingevo a titolare quei quattro versi o raccolte poetiche. lei sosteneva che tanto contavano le poesie, io,al contrario, vedevo nel titolo la summa di tutto il materiale che il libro conteneva. dal titolo doveva venir fuori, a grandi linee, non solo il significato palese o sottterraneo, ma anche la mia personalità.
    per questo mi sono sentita appagata dal tuo scritto ed è ovvio che concordo con tutto quello che dici.
    un titolo non è un termine tanto per, ma, a volte, è talmente in simbiosi col costrutto interno alla copertina, che non si sarrebbe potuto pensare a un ulteriore termine.
    grazie, dunque, per essere stato così preciso e per avere portato alla luce, con la tua solita eleganza e sapienza, un argomento che spesso viene sottovalutato.

    un grande abbraccio

    jolanda

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