Luca

Luca De Filippo Antonio Scavone

     Presentandolo al pubblico del Teatro Odeon a Milano nel lontano 1955, Eduardo disse che il figlio Luca, allora settenne, rinnovava col suo esordio sulla scena la tradizione della famiglia Scarpetta-De Filippo di far interpretare il ruolo di Peppeniello (in “Miseria e nobiltà”) al più piccolo degli eredi di quella progenie teatrale. Eduardo aggiunse che Luca si era preparato scrupolosamente per quella parte ma che era, comunque, un bambino come gli altri e non era certo un bambino-prodigio. Luca cominciò a calcare le scene a quella tenera età, tra gioco e impegno, scoprendo le magìe e i trucchi del fare teatro, l’odore e il “gelo” delle quinte, dei fondali, dei praticabili e intraprese, come per un destino a lui superiore, il mestiere di attore. Ma il mestiere di attore con un “direttore” come Eduardo non era facile: se il legittimo orgoglio di un padre correggeva con puntiglio l’interpretazione del figlio, ci voleva poi ben altro per stare correttamente sulla scena, rispettare i tempi delle battute, dominare distrazioni e vuoti di memoria.
     Investito da una responsabilità più grande della sua età ma inserito in un progetto che gli faceva intravedere qualcosa in più di un’occasionale esperienza, Luca cominciò a far tesoro degli insegnamenti paterni, a familiarizzare con gli attori della compagnia, a vedersi come interprete. Il privilegio che godeva come figlio del Maestro si interrompeva non appena si levava il sipario e gli veniva di nuovo conferito solo alla fine della rappresentazione, come a dire che quando si recita si è soli con se stessi e il pubblico.
     Luca cominciò anche a parlare napoletano: romano di nascita dovette col tempo fare sua quella parlata partenopea che il padre aveva reso magicamente universale. Le parti delle commedie eduardiane per Luca, per un giovane di vent’anni (siamo nel ’68), non erano moltissime o, meglio, erano così caratterizzate da richiedere interpreti sicuramente attrezzati ma dotati pure di un naturale carisma. E a teatro, come nella vita, il carisma non s’inventa.
     Con i personaggi dei “figli di scena” Eduardo ha sempre manifestato un atteggiamento prudenziale, a volte una vera e propria ritrosia e, teatralmente, ha costruito tra padre e figli una distanza caratteriale ed esistenziale che preludeva a un confronto solo dopo un’acre conflittualità. Era un atteggiamento stranamente paternalistico: il padre si rivedeva nel figlio con sospetto e sgomento come se il figlio non ci fosse o non apprezzasse la figura paterna.
     Eduardo aspettava che i suoi figli di scena, e quindi anche il suo Luca, crescessero e si imponessero autonomamente. Luca cominciò a interpretare ruoli da mamo (il figlio imbelle, il disabile, il candido) per impersonare ruoli più eclettici (“De Pretore Vincenzo”) e costruire così la propria carriera di attore. Si confrontò nella maturità e dopo la morte del padre con autori classici e moderni, riproponendo con misura e dedizione i grandi ruoli di Eduardo.
        Ora la storia di Luca è finita e chi l’ha visto sulla scena non può fare a meno di ricordare l’impressionante somiglianza col padre e quella recitazione di rispetto e tutta interiore, quasi calligrafica, che Luca aveva avuto il coraggio di accostare a quella di Eduardo, come segno non solo filiale di una personale originalità. Ci mancherà quel segno e ci mancherà la storia di una famiglia che tra quinte, tavole e fondali aveva rappresentato, tra rabbia e amarezza, la vicenda di un’arte e di un’idea dell’esistenza, a Napoli e oltre Napoli.

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4 pensieri riguardo “Luca”

  1. mi piace pensare che, nell’altrove che non ci è dato conoscere, padre e figlio possano continuare a fare teatro per napoli e oltre napoli.
    forse qualcuno percepirà ancora la loro arte.

    grazie

    jolanda

  2. Resta , di Luca e di tutta la sua famiglia , l’indimenticabile declinazione dell'”umano” in accezione napoletana , una “misura” , un “respiro” che veramente fa onore alla realtà partenopea rappresentandola per quello che merita .
    Grazie
    leopoldo –

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