Note di lettura (XI) – Leopoldo Attolico

Leopoldo Attolico Antonio Scavone

Il commiato del cuore

     Leopoldo Attolico è un poeta che non si fa illusioni: né su se stesso quando scrive d’amore né sulle lacerazioni “esaltanti” che l’amore procura a un uomo e una donna innamorati. È un approccio ostico quello dei poeti con l’amore: lo magnificano negandolo, lo declinano spesso in una rappresentazione tanto esagitata quanto controversa. La poesia d’amore (o sull’amore) è quel sentiero impervio e insidioso che il poeta accuratamente attraversa col dubbio e la speranza, col fantasma del disamore.
      Con un sentimento così naturale, così personale, i poeti riscrivono l’amore, e l’eros, non per come vengono vissuti o come siano stati vissuti, né come si vorrebbe viverli, ma come hanno provocato la necessità di essere ricreati e interpretati, per non essere limitati nella foga, la passione, l’ispirazione. Quel momento topico che i poeti elevano a tormento e coscienza di sé diventa nei versi d’amore la sostanza poetica di uno sconvolgimento di vita che irride la morale comune, distrugge la retorica dei buoni sentimenti, eleva il dato personalistico al di là della cronaca e delle occasionali pulsioni (ed è così da Catullo a Foscolo, da Prévert a Neruda).
      Anche Leopoldo Attolico, in questa silloge del 2004 “I colori dell’oro” (Caramanica Editore), edifica e osserva questo suo poema d’amore (è la parola giusta) come se dovesse volatilizzarsi improvvisamente, anzi come se tenendo fede al suo destino incerto o infelice avesse poi la possibilità di recuperarsi, di riproporsi in una consapevolezza ristabilita, come dopo una malattia.
      Sorprende, già all’inizio, l’impaginazione della raccolta (vezzo dell’autore o necessità intrinseca del materiale?): le poesie sfilano alla lettura come le parole di un’epigrafe, le righe si succedono l’una sull’altra al centro della pagina in una sorta di canto sacro, di profana omelia, per lasciare e attirare chi legge in un’epifania continuamente rimandata. Ma è solo una fortuita e ingannevole percezione: Attolico ci prende e ci abbandona, è vero, ma il suo fine non è quello di stupirci, semmai di predisporre per noi la tabula rasa delle nostre sensazioni sull’amore e sull’insopprimibile tensione dell’amore.
      La storia di quest’amore impaziente e distaccato non si regge sulla cronaca di una passione sempre in angoscia, va oltre, nega e rinnova il desiderio, stravolge la realtà del rapporto e ciò che quel rapporto ha ispirato nel segreto delle riflessioni, delle conclusioni cui si perviene quando è già o sembra tutto concluso. Ma oltre questo c’è il logos poetico, tutto questo va detto in versi, poetando come di solito fanno i poeti quando cercano e indicano un’illuminazione. E il poeta viene fuori piano piano, celiando e celandosi ma con la fermezza di chi costruendo la sintassi del verso è attento alle figure che presenta, alle metafore realistiche che allestisce (giochi di parole, arditezze di cesure e accordi).
      Come tutti i poeti che scelgono un tema dominante, Leopoldo Attolico è un poeta colto (cita Éluard, allude ad Handke) ma di una raffinatezza che non si fa scudo di buone maniere: attinge a un linguaggio cialtronesco (“gambizzare”, pag. 20) per riprendere toni da poeta dell’anima (“la luna spoglia”, pag. 33), annunciando già all’inizio, come per un incipit di congedo (“non ho una poesia per te”, pag. 23), la rivelazione di una sentimento sconfitto dalla sua stessa passionalità.
         Leopoldo Attolico, dunque, è un poeta spassionato: cuce e ricuce, spezza e divide le “ragioni del cuore” in quelle molteplici tonalità con le quali solo i colori densi attraggono e seducono uomini e donne innamorati. Quei colori – aurei perché brillano di luce propria anche nell’opacità – dànno alle emozioni un controcanto di fervore che somiglia capricciosamente a un commiato di attesa, a una pausa di sgomento amoroso che rifiuta il mélo e addìta senza compiacimento al disincanto.

5 pensieri riguardo “Note di lettura (XI) – Leopoldo Attolico”

  1. ci poteva stare bene qualche poesia, giusto per capire la linea stilistica scelta dal poeta …il mio naturalmmente è un suggerimento, giusto per capire questa differenza (evidenziata) tra poeta colto e poeta somaro.

  2. Grato ad Antonio Scavone per questo suo intervento che mi risarcisce di tutto ( quasi tutto ) il critichese appioppatomi finora , sempre gradito ma sovente incommestibile . Ringrazio sentitamente quanti sono passati di qui , in uno con “La dimora” per l’ospitalità . Auguro a tutti un Anno di cose belle e di poesia ad oltranza !
    leopoldo –

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