Frammenti d’esilio, 9

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Sì, catena di giorni che s’affolla
addensa l’esperienza
del soffrire.
Sofocle

 

frammento 9

275. Puoi dire di conoscere una persona solo dopo che l’hai vista nuda nelle sue manifestazioni affettive negative, per esempio quando è adirata, o quando si annoia, o quando mette in evidenza le differenze nel comportamento rispetto a quello che sembrava il suo modo d’essere con gli altri, con te, e rispetto alle tue aspettative generali quando ti immagini la persona giusta sulla tua misura di carattere e di gusti. In fin dei conti, la nudità comportamentale non è poi tanto diversa da quella fisica: nascondere i difetti del proprio corpo per sedurre l’altro grazie alle qualità messe bene in evidenza equivale ad analogo nascondimento circa i propri limiti caratteriali, i difetti nei propri gusti ecc., pur sapendo bene che prima o poi occorrerà rivelare quei difetti, quei limiti, per fare l’amore (quelli fisici) e imparare a convivere (quelli morali). L’innamoramento, sotto questo profilo, è una necessaria cecità nella quale nessuno ha colpa, né colui che nasconde né colui che non vede: forse ha ragione Schopenhauer, quando riconduce all’astuzia della natura, alla volontà di vita, il buono dell’amore in realtà semplicemente utile alla riproduzione della specie, ovvero della vita, che altrimenti non troverebbe nessuna ragione per ripetere insensatamente se stessa. Così come l’astuzia hegeliana della storia costringe l’umanità a ripetere altrettanto incessantemente (ma non altrettanto insensatamente, secondo Hegel) la recita sterile e noiosa dell’ebbrezza del potere, dell’accumulo delle ricchezze, della conquista della fama e della gloria la cui durata è legata alle sorti di un pianeta appeso a un filo cosmico esilissimo, la cui falsa eternità convince anche i migliori a sacrificarvi tempo energie e senso, come se il vuoto non fosse la minaccia costante, e la vanità di tutte le cose l’unico senso certo.

276. E’ commovente la forza di volontà con cui certi “credenti” (non necessariamente e soltanto religiosi) restano fermi alla loro visione positiva delle cose del mondo, o non considerano né estrema né ultimativa né essenziale né in ultima analisi “realmente” reale la negatività ovunque implicita ed esplicita dell’aggressività, della violenza, della guerra, dell’egoismo, dell’operato distruttivo della radice storta e malata dell’uomo. Come se non avessero mai pensato e scritto Paolo, Agostino, Lutero, Hobbes, Freud, ma di Agostino fosse rimasta vincolante soltanto la sua tesi della non sostanzialità del male, più socratico-platonica che cristiana, tra l’altro. Eppure, è proprio agli sforzi umani, troppo umani di questi inguaribili ottimisti – ottimisti anche contro se stessi, contro le loro stesse pulsioni negative che emergono comunque – che le cose del mondo debbono la loro vivibilità quotidiana, è al loro sdegno inguaribile che dobbiamo l’utopia e il desiderio di un mondo così come dovrebbe essere, è alla loro ingenuità quasi sempre derisa e fatta oggetto di disincanto pubblico dai potenti di turno che dobbiamo la sempre più difficile tenuta morale delle abitudini comportamentali di tanti uomini e donne spaesati dalla volgarità televisiva e dalla microviolenza delle relazioni umane sui luoghi di lavoro e nelle famiglie. Esaurita la commozione per tanta forza spesa a ricordarci che possiamo essere diversi da come siamo, la vita riprende per quasi tutti lo stesso corso insensato e immorale; nell’aria resta il polline di una parola altra da quella vincente nell’immediato, e si può e si deve poter sempre sperare che qualche udito più fine ascolti, memorizzi, trasmetta e dia una mano a rialzare la testa con antica dignità perduta.

277. E’ molto semplice: tutto quello che non diventa parola scritta, va perduto. Salvo riemergere per caso, alla Proust, tempo dopo, in forme però altre da quella in cui l’idea s’era manifestata la prima volta. Scrivere significa allora, implicitamente, pensare che quanto si pensa valga la pena che non vada perso: alle spalle della scrittura, di qualsiasi scrittura, c’è una vanità egologica, un egoismo della rappresentazione, ma anche un soggetto e una coscienza che chiedono (ma soltanto nel migliore dei casi, quello in cui la consapevolezza dell’atto di scrittura problematizza il senso del fatto stesso di vivere) di dislocarsi dalla propria emorragia temporale e assurgere, dal particolare vissuto come pensiero, ai cieli del generale attraverso la scrittura. Non c’è da vergognarsi di voler essere se stessi, se persino il dio della metafisica ha sentito il bisogno di scrivere un Libro: nella Bibbia questa immagine di Dio mantiene l’unico antropomorfismo che alla fine gli sia rimasto intatto, quello di essere Colui che dice la Parola, la Sua parola, ma la parola di tutti, almeno nelle sue intenzioni, le intenzioni dell’universale. Il dio della metafisica è il modello di tutti gli scriventi consapevoli, e il suo libro è il modello di tutti i libri che vengono e che verranno. L’uomo che scrive (o che detta; ma scrivere non è forse sempre un po’ dettare a sé da parte di sé su sé assunto come un tutto?), a differenza dell’uomo che parla, e che nella Bibbia è inscritto nell’uomo che scrive/detta, lascia il segno, lo consegna ad un interlocutore, per quanto fantasmatico, lo dona nella gratuità di un’ignoranza fondamentale, poiché l’ascolto della parola scritta (a differenza di quella detta, che presuppone sempre un orecchio vivente qui e ora) è sempre puramente potenziale, ignora radicalmente se verrà mai ascoltata davvero da qualcuno, da qualcuno – nel caso del dio della metafisica – che non sia colui al quale la detta affinché diventi un libro. Infatti, il destinatario di una parola dettata non è il suo vero destinatario: il suo vero destinatario è un lettore che verrà, il profeta che riceve la dettatura è soltanto una penna vivente, un computer archetipico, una stratificazione geologica d’informazioni che non lo riguardano che in quanto membro della comunità cui esse vengono inviate. Ebbene, l’uomo che scrive non può dimenticare questa sua titanica (ma poi prometeica e dolorosa) genealogia, il divino abita la parola scritta, poiché il divino è sempre ciò che resta, e l’immagine del tempo che attraverso la parola scritta si comunica all’uomo è questa sua piccola, fasulla eternità che gli consente di non pensare, nell’attimo in cui vive, che deve morire, nell’attimo in cui scrive, che deve morire, nell’attimo in cui legge, che deve morire. Il generale cui la parola scritta aspira si traduce in termini di tempo, l’uomo, per quell’attimo, diventa il dio della metafisica, e nell’eternità che si costruisce frase dopo frase diventa il creatore del mondo, il suo narratore, il suo protagonista cui il demone della perversità (Poe) istiga il desiderio paradossale di scrivere la parola fine, ogni volta suggerendogli il trucco di Shéhérazade, poiché ogni notte che viene, invece, si vorrebbe che non fosse l’ultima.

278. Si possiedono troppe cose rispetto alla brevità della vita, ovvero rispetto al tempo messo a disposizione per goderne. Messo, o meglio non messo mai abbastanza a disposizione da noi stessi, peraltro, dato che abbiamo sempre qualcos’altro da fare ogni volta che le cose possedute ci chiedono conto del loro essere possedute ma non godute. La sproporzione tra ciò che possediamo e ciò che gli altri non possiedono è alla base del male del mondo, ma la cosa si complica se si riflette sulla natura delle cose possedute e non possedute. Infatti, è sempre necessario catalogare le cose rispetto alla loro irrinunciabilità: la sopravvivenza in termini di benessere (sempre storicamente determinato) non può essere uguale per tutti e in ogni parte del mondo, ma la morte per fame o per freddo o per guerra o per malattia endemica denuncia la malafede della sopravvivenza in termini di benessere, poiché la sopravvivenza – ed essa soltanto – è uguale per tutti quando la vita è minacciata nella propria integrità. Poiché i conflitti del mondo sono sempre originati da un possesso indebito (realizzato o desiderato che sia) di qualcuno, e poiché le idee, quando sono escludenti ed esclusive, o quando assurgono alla dignità di valori indimostrabili nella loro assolutezza contenutistica (accade per quelle religiose come per quelle politiche), diventano anch’esse cose possedute da qualcuno e non da altri (cui quindi si desidera imporle), sarebbe bene ridurre al minimo il concetto di sopravvivenza e, rispetto al mondo delle idee, ricorrere ad un kantismo radicale, che elimini dal paniere ideologico tutti i contenuti salvaguardando esclusivamente la forma universale e necessaria di un imperativo morale ogni volta da verificare. Non possedere nulla che non sia la decente certezza di vivere il più a lungo possibile in pace con tutti sarebbe l’unico contenuto condivisibile da tutti: ovvero, l’unico contenuto equivarrebbe ad un’utopia la cui realizzabilità formale sarebbe incessantemente in contrasto con quella storicamente possibile. Ma varrebbe la pena di vivere per essa, possedendola per intero nel proprio pensiero e per frammenti (quelli che la storia qui e ora ci concede) nelle proprie tasche.

279. Di quale completezza si parla? C’è una completezza nella cosa in sé? Ogni cosa, nell’attimo in cui è, è completa? Se così fosse, e così è, l’incompletezza è figlia del tempo, è nostra figlia, figlia del divenire che non possiamo riconoscere pur vivendolo in ognuno degli attimi che compongono l’attimo, l’unico attimo che è e che noi viviamo come se fossero molteplici, e quindi in fila sulla serie lineare che chiamiamo tempo. Ma l’attimo è uno solo, l’attimo è unità, l’attimo è la temporalità dell’uno. Di quale completezza si parla? La completezza è sempre nell’attimo imprendibile in cui la cosa è quella cosa e non un’altra, ed è così e così non potendo essere diversa da com’è, ed essendo quella e non un’altra essa è sempre quella cosa, ed è quindi eterna, nel senso non che dura nel tempo ma che è fuori dal tempo. La completezza dell’uno è fuori dal tempo: l’identità della cosa con sé consente alla cosa di essere nel sempre che si oppone al qui-ora inteso come membro della serie. Il qui-ora non inteso come membro della serie è un qui-sempre; il problema è solo linguistico: dire “sempre”, dire “ora” impedisce di comprendere, ma non di fare esperienza della vanità della serie di punti-ora. Invece, la completezza del qui-sempre dà senso alla vanità dei punti-ora, e si profila come il senso dell’orizzonte del senso comune, che è senso dei qui-ora. Dalla completezza della cosa in sé nel qui-sempre discende un’etica dell’essere qui-sempre che non può più ricorrere ad alcuna trascendenza, essendo lei stessa, questa gioiosa completezza del tutto della cosa in sé, trascendenza a se stessa, a se stessa vissuta nel quotidiano della serie dei punti-ora.

280. Quando l’essenziale tracotanza del filosofare diventa arroganza, la ricerca della verità diventa dogmatica del metodo, ossia diventa imposizione non suscettibile di problematizzazione di un metodo di ricerca piuttosto che di un altro. La libertà del filosofare è prima di tutto libertà metodica, a sua volta dipendente soltanto da ciò che s’intende indagare, poiché la questione del metodo dipende dalla cosa cui esso va applicato. L’essenziale tracotanza del filosofare è tale perché ha a che fare con la verità della cosa stessa, che è una, è quella e non può essere altra che quella, mentre l’arroganza del filosofare dimentica l’unicità della cosa stessa, o la pone in secondo piano, e focalizza la sua attenzione – peraltro tutta psicologica – sulle modalità con cui ci si avvicina alla cosa stessa, e nella misura in cui la cosa stessa è passata in secondo piano diventa impossibile riflettere sulla bontà del metodo cui la cosa dev’essere sottoposta, e ci si concentra sull’unicità del metodo cui ogni cosa dovrebbe essere sottoposta, capovolgendo sia il fuoco dell’attenzione indagatrice (dall’unicità della cosa all’unicità del suo approccio), sia la portata dell’operazione (dalla tracotanza che sopporta l’unicità della cosa all’arroganza che impone l’unicità del metodo). Ma l’essenza del filosofare deve sempre poter rispettare, per produrre verità, l’unicità della cosa stessa, l’unicità della cosa in sé, che è quella cosa e non un’altra, cosicché la molteplicità dell’unicità delle cose stesse non potrà mai confondersi con l’unicità della stessa cosa cui le molte cose vengono ridotte dall’arroganza metodologica. Che ne è della metodologia cosiddetta “scientifica”, misurata in termini matematici sulla fisicalità di una precisa regione ontologica che identifichiamo da sempre con ciò che chiamiamo natura? Nessuno può dubitare della sua efficacia, della sua tecnicità: l’oggetto tecnico corrisponde esattamente al risultato di una tal metodologia nobile e fuor d’ogni dubbio utile-per-lo-più: operazione di verità tutta fenomenica, direbbe Kant, operazione trascendentale. Ma l’oggetto filosofico ubbidisce ad altra dettatura di verità: l’apertura della cosa stessa non va oltre l’oggetto tecnico, tutt’al più fa un passo indietro, verso l’alba del metodo, verso uno sguardo tattile, olfattivo, gustativo, auditivo, verso una sinestesia concettuale che sospende ogni misurazione per accogliere in sé l’incommensurabile, ma non di meno l’esistente, l’esistente qui-ora, qui-sempre.

281. La percezione della brevità della vita costringe ogni generazione a rifare da capo il percorso di senso. La sottile linea grigia che separa i due splendori accecanti, il bianco abbagliante della pienezza della cosa e il nero impenetrabile del vuoto della cosa stessa, è forse l’unico luogo del vivibile? O forse soltanto del conoscibile? Tutta l’eccedenza di senso rispetto al conosciuto non rientra allora nel conoscibile ma nel vivibile, essendo vita e conoscenza non sovrapponibili. La percezione della brevità della vita risponde esattamente al tentativo fallito di sovrapporre vita e conoscenza, poiché la vita per la conoscenza è sempre troppo breve, mentre la vita per la vita è l’enigma di una pienezza che basta a se stessa indipendentemente dalla sua durata. Nessuno può seriamente affermare che la sua morte è prematura, poiché non sa quale sia il senso rispetto al quale la sua vita è troppo breve; se intendesse raggiungere una qualsivoglia meta, ricadrebbe nell’equivoco della sovrapposizione, poiché ogni meta è sempre meta di conoscenza, presupponendo essa fatalmente un percorso, una predisposizione di mezzi, un desiderio, un’utopia. Bisogna poter pensare che la vita dura esattamente tanto quanto deve durare, ma in questa equivalenza tra durata e dover essere si nasconde un equivoco ancora più grande del precedente. Noi non sappiamo granché del senso, se non quello che raccogliamo mediante, appunto la conoscenza, cosicché, se sganciamo il senso dalla dura e faticosa conoscenza nella durata, non ci resterebbe che affidarci al destino la cui completezza di senso, inattingibile per definizione, ci condannerebbe all’asintoto perpetuo di un’incompletezza conoscitiva nei suoi confronti, e ricadremmo nella giustapposizione vita/conoscenza di cui sopra. Occorre, quindi, revitalizzare l’antica formula dell’esperienza vissuta per uscire dal vicolo cieco di una conoscenza sempre incompleta e di una vita sempre troppo breve. Occorre cioè riconsegnare alla vita la sua esperienza, che non è esperienza di conoscenza, ma che è anche esperienza di conoscenza. Nell’esperienza trionfa l’eternità dell’attimo sul progetto della durata, e il momento conoscitivo acquista senso all’interno non più di una serie di punti equivalenti, ma nell’intensione di un unico punto che è la nostra vita, fuor di durata, fuori di serie. L’esperienza vissuta è dunque il nome iniziale che disegna la forma di quel contenuto che chiamiamo la nostra vita, di quell’unico tempo coeso (ma non omogeneo) che si disegna in verticale nelle luci e nelle ombre del grado di felicità e di consapevolezza che riusciamo ad accumulare, come cerchi concentrici sempre più larghi tutti appartenenti a quell’unico punto che sta al centro e che, al tempo stesso, vale come punto di partenza e di arrivo dei percorsi intrapresi, in qualità di attimo permanente già da sempre dato e completo, in totale indipendenza dall’estensione e dal numero delle circolarità orizzontali accumulate alla superficie del divenire. Noi siamo già da sempre tutto quello che dobbiamo essere, e la tripartizione temporale che ci angoscia per ciò che abbiamo lasciato e per ciò che ci aspetta è lo sguardo incantato sulla superficie degli eventi, lontano dalla cosa stessa della nostra vita più autentica, che è sempre già lì, tutta quanta data, immobile e immensamente ricca, come quell’attimo eterno centripeto che siamo ogni volta che la conoscenza trova la sua ricchezza nell’esperienza che ne ha consentito l’emersione centrifuga.

Frammenti d’esilio, 9

Annunci

3 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 9”

  1. Quanto cibo buono per la mia anima!:-)
    io penso che un pò di sano egoismo giovi al benessere individuale …
    penso che sia necessaria una buona memoria per poter evitare di dover scrivere.

    Mia zia Adelia è l’esempio perfetto di un’ottuagenaria in gamba!;-)

    ciao, a presto!

  2. -Si possiedono troppe cose rispetto alla brevità della vita, ovvero rispetto al tempo messo a disposizione per goderne. –

    il vero problema è che per gli occidentali è difficile staccarsi dai beni materiali …soprattutto da quelli superflui.

    Ciao Marco, a risentirci …

  3. Sono d’accordo, purtroppo. Dico ‘purtroppo’ perché, di fatto, non sono sufficientemente saggio per liberarmi di quel superfluo che non sembra servire allo scopo di vivere, appunto, saggiamente. Ed è probabile che proprio questo sia il peccato originale dell’Occidente, il fatto di tradurre l”essere’ in ‘avere’, dove con questo impegnativo ausiliare (‘avere’) si deve intendere a vasto raggio qualsiasi evento in cui l’esteriorità prevale sull’interiorità, come sembra fare il desiderio di gloria o di potere e simili. Ma detta così la cosa appare ingenua, viziata da malafede, forse persino ipocrita nella sua falsa semplicità. Mi verrebbe voglia allora di mobilitare gli Stoici, Epicuro, le scuole socratiche minori, Spinoza, Hadot (al giorno d’oggi), ma poi mi passa la voglia di fare l’insegnante di filosofia con me stesso, e mi accetto per come sono, mi rassegno a ‘possedere’ cose forse inutili, e forse dannose, e per di più a goderne. Mah…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.