Io non posso rivivere

Layout 1 Kenzaburō Ōe

Ōe Kenzaburō
大江 健三郎

Tratto da:
Massimo Rizzante
Un dialogo infinito
Effigie Edizioni, 2015

 

Io non posso rivivere, ma noi
potremo rivivere

 

1

Vinto il trauma della nascita,
l’esserino serra ostinatamente
gli occhi ancora incapaci di vedere.
Poi piange,
sentendo avvicinarsi il volto di chi
riconosce in lui la propria immagine…
Sono forse io, vecchio di nuovo in fasce,
a emettere quegli urli?
I tempi che dovrà attraversare questo bambino
supereranno in sofferenze i miei settant’anni.
Benché non possa pormi domande,
non cessa di brancolare nel buio, divaricando
le sue dita minuscole e delicate.

 

2

Una delle leggende della foresta dello Shikoku
si chiama «Il nostro albero». La leggenda racconta
che ogni persona che vive e muore nella valle
possiede un suo albero.
Quando qualcuno muore la sua anima se ne vola in cielo
per posarsi ai piedi di un albero.
Poi, trascorso un certo tempo,
discende a valle
per entrare nel cuore di un nascituro,
ai piedi del suo albero.
Se un bambino lo desidera con tutte le sue forze,
può (a volte) vedere da vicino
il vecchio che un giorno diventerà.

 

3

Fino ai miei dieci anni,
il Giappone era in guerra.
Bambini, cantavamo:
«Al tuo fianco, Grande Principe,
moriremo senza rimpianti».
Il giorno in cui il Grande Principe
con voce umana annunciò
che la guerra era perduta,
il sindaco del nostro villaggio,
in piedi davanti alla stazione radio, esclamò:
«Noi non potremo rivivere!»
Sotto un cielo azzurro senza nuvole,
la sola eco alle sue parole fu un grande silenzio.
Quando ci s’inoltra nella foresta, attraversata la zona
dei cedri e dei cipressi,
si scorgono alcuni alberi dalle ampie foglie che formano una lucida fustaia.]
Qui si erge un gruppo di abeti.
Sono i «nostri alberi», gli alberi della mia famiglia.
Ho atteso ai piedi di un giovane albero.
Desideravo chiedere
al vecchio che sarei diventato:
«Potrò rivivere?»
Ma quando al tramonto sentii dei passi nel sottobosco,
corsi impaurito verso una scarpata di sorbi.
Saltando qua e là, scivolai e caddi.
Spogliando il mio corpo coperto di ferite
per ungerlo con un olio di radici che aveva raccolto,
mia madre brontolò arrabbiata:
«Come si fa a dire a dei bambini
“Noi non potremo rivivere?”»
E aggiunse queste parole, che per me sarebbero rimaste
a lungo un mistero:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».

 

4

Un amico, che combatteva una difficile lotta contro la leucemia,
e che condivideva allo stesso tempo l’incertezza
del suo popolo senza patria,
scelse come argomento di riflessione finale
lo stile di vita e d’espressione che certi artisti adottano di fronte alla morte.]
Quegli artisti che non raggiungono mai una serena maturità,
che rifiutano la tradizione, che non si conciliano con la società,
che si ergono solitari nel loro rifiuto,
alcuni dei quali pervengono a un’originalità senza pari…
Nel suo ultimo fax, inviatomi da una stanza
d’ospedale di New York, scriveva:
«Non temere le contraddizioni che tormentano l’anima della vecchiaia,]
esamina bene le difficoltà e, anche se le tue gambe vacillano,
tendi le braccia al di là».
Oggi che erro nel vicolo cieco degli anni,
sono perfettamente consapevole della mia scontrosa solitudine:
il sentimento del rifiuto mi è fin troppo famigliare.
Che io dica no alle macchine di distruzione planetaria
accumulatesi nel corso del mio secolo, non ha niente di straordinario.
Ma oggi dubito perfino dei molti tentativi
che si fanno per smantellarle.
Mi rannicchio sul pavimento che trema, domandandomi:
«Che valore hanno tutte queste opere, frutto della mia semplice immaginazione?»
Il vecchio che avevo atteso quel giorno
ai piedi del «mio albero»,
oggi sono io, ma non ho ancora trovato
le parole per rispondere alla domanda di quel ragazzo…

 

5

Un anno dopo la sua nascita, non ritrovo più in mio nipote
alcun riflesso della mia vecchiaia
che credevo di avervi intravisto.
La pelle liscia e lucente, mi guarda.
Ed io, errando nel vicolo cieco degli anni,
mi rannicchio al suo fianco.
Nel suo libro incompiuto il mio amico scriveva:
«La vecchiaia non si può né spezzare né vincere,
si può soltanto percorrere fino in fondo».
Se vado in fondo al mio sentimento di rifiuto,
la mano tesa verso il cielo, le gambe vacillanti,
finirò per cogliere
qualcosa?
Rinsaldare il proprio sentimento di rifiuto
significa non cedere né alla facile speranza né alla disperazione…
Questo esserino innocente di appena un anno per il quale tutto è nuovo
continua
ostinatamente
davanti ai miei occhi
a brancolare.

 

6

Per la prima volta, in fondo a me stesso,
le parole di mia madre
hanno perduto il loro mistero.
Un vecchio desidera rispondere a tutti i piccoli esseri:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».

 

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Massimo Rizzante (1963) è poeta, saggista, traduttore.
Ha fatto parte dal 1992 al 1997 del Seminario sul Romanzo Europeo diretto a Parigi da Milan Kundera.
Insegna all’Università di Trento.
Ha pubblicato le raccolte di poesia Lettere d’amore e altre rovine (Biblioteca Cominiana, 1999), Nessuno (Manni, 2007) e Scuola di calore (Effigie, 2013).
Tra i lavori saggistici ricordiamo L’albero. Saggi sul romanzo (Marsilio, 2007) e Non siamo gli ultimi, vincitore del Premio Dedalus (Effigie, 2009). Per Adelphi ha tradotto Il sipario (2005), Un incontro (2008) e La festa dell’insignificanza di Milan Kundera.
Ha curato: l’antologia poetica di O. V. de L. Milosz, Sinfonia di novembre e altre poesie (2008); M. Crnjanski, Lamento per Belgrado (Ponte del Sale, 2010); la nuova edizione dei Sonnambuli di H. Broch (Mimesis, 2010); Scuola del mondo. Nove saggi sul romanzo del XX secolo (Quodlibet, 2012); N. Kachtitsis, Punto vulnerabile (La Camera Verde, 2012); O. Lamborghini, Il dottor Hartz e altre poesie (Scheiwiller Libri, 2012); J. Goytisolo, Esiliato di qua e di là (Mimesis, 2014); T. G. Pavel, Le vite del romanzo (Mimesis, 2015).

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1 commento su “Io non posso rivivere”

  1. la traduzione traduce in spirito senza tradire lo spirito poetico e storico che attraversa questo ‘ mostro’ poeta. la numero 6 racchiude chiude ma anche infinisce il senso vitale che guida le parole von il ‘ Noi ‘ universo ma prima del noi la matrice chiave dell’ Illuminazione acquisita dal poeta, fatale, incisa e determinante: cadono i veli i muri mentre la vita sta finendo, rivela:

    ” Per la prima volta, in fondo a me stesso,
    le parole di mia madre
    hanno perduto il loro mistero. ”

    poeta interessante, da approfondire.
    bel lavoro di traduzione, a mia personale lettura.
    buona serata.
    paola lovisolo

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