Frammenti d’esilio, 10

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Pel di Carota, vista persa la giornata,
non tenta più di divertirsi.
Ha perso una bella festa.
I rimpianti sono in cammino.
Li aspetta.
Solitario, indifeso, lascia venire
la noia, e la punizione applicarsi da sé.
Jules Renard

frammento 10

306. Questa è l’immagine: «Quel giovane davvero non è capace di godere dell’attimo presente, rimanda alla memoria di quell’attimo la gioia che gliene potrebbe venire ora, e non sa ancora che il godimento dell’oggi e la gioia del ricordo sono due forme del sentire benessere ben diverse. Andrebbero d’accordo se fossero vissute ambedue, ma quando si differisce la prima sovrapponendola alla seconda si falliscono ambedue i bersagli, e si diventa degli infelici cronici. Vaglielo a spiegare, a quel giovane, che la timidezza è sempre una cattiva consigliera, che bisogna osare di fronte ad un bel volto di ragazza, occorre rivolgerle la parola per catturare quel minimo d’attenzione che convincerà la giovane a soprassedere al fatto che non hai l’automobile, o a fatti analoghi. Perché in fin dei conti – ed è questo che quel giovane timido non capisce – siamo tutti, uomini e donne, intrappolati dentro la forma storica di noi stessi, e cerchiamo disperatamente da giovani colui o colei che ci aiuti a districarci, che abbia o non abbia mezzi di trasporti e lussi analoghi, e se questo colui o colei è un giovane come noi, ebbene, che cosa c’è di più gratificante per ambedue? Uscire dal labirinto insieme, con una guida che è al tempo stesso perduta come noi, con una guida che si prende cura del nostro modo di diventare guida a noi stessi, con una guida che è un perduto come noi, cui serve il nostro essere guida esattamente quanto a noi serve il suo porsi al nostro servizio come guida: nello scambio dei ruoli i giovani imparano, vincono qualsiasi blocco sentimentale e sono felici per quel tanto che la condizione umana, in sé terribile, lo consente. Ma vaglielo a spiegare a quel timido adolescente che s’innamora nella canicola agostana della bella milanese in vacanza: chi è mai lui per gareggiare col brillante e muscoloso compagno di spiaggia che non smette un attimo di corteggiare colei che forse si sta annoiando con lui (ma forse no, pensa lui, e con questo dubbio sempre presente si toglie la sabbia sotto i piedi, scivola e resta lì)?. Certo, egli è già nessuno, ma da giovani tutti sono nessuno, e tutto il di più che certi giovani manifestano e pretendono di essere è semplicemente la polvere della storia genitoriale che si è posata per caso su di loro, essendo dunque essi nati in un certo luogo, in un certo tempo, in un certo contesto, eredi di una certa condizione ecc. Non hanno meriti, e non sanno portare affatto i loro privilegi nascondendoli (come faranno i ‘migliori’ fra loro da adulti), cosicché si dà il fatto che certamente l’ultimo tra i pari d’età può diventare il primo, se sa superare la futile nebbia delle circostanze storiche che vietano di guardare veramente in faccia i destinatari di una sorte storica più fortunata, e si dà il fatto che una giovane potrebbe innamorarsi di costui, anche se ella giace per nascita in condizioni più fortunate, e la malinconia dell’eterno melodramma che separa nell’affettività le classi finalmente evaporare. Ma tutte queste cose quel giovane, come quasi ogni altro giovane in quelle condizioni disperate, non le sa, e forse non le saprà neanche da adulto, perché poi va anche detto che la storia personale di un carattere può ossificare i tratti di un comportamento a tal punto da non rendere più possibile, se non a prezzo di sacrifici temperamentali molto alti e grazie all’esercizio di un’intelligenza che col tempo si dia garanzie e fornisca solidità all’Ego che la esercita, la fuoriuscita dal bozzolo e il volo della farfalla».

307. Questa è l’immagine: «Già, questa è l’immagine di un movimento esistenziale che attraverso la nuda potenzialità, inapparente e imprevedibile, porta piano piano all’atto ciò che in quell’esistenza sta racchiuso, dandogli apparenza e previsionalità. Ma fin quando si ha l’età di quel ragazzo, non si sa nulla, e ci si stupisce di tutto, prima ancora che stupirsi di sé. Ogni giorno porta con sé l’inganno di una meraviglia che fa pensare nel dormiveglia notturno a che ne sarà mai di noi tra qualche anno, quando qualcuno ci informerà del fatto che siamo diventati adulti, e che dunque dobbiamo smettere di meravigliarci che le cose al mondo vadano così e così. Tanto vale, si dice quel giovane, impararlo subito. Ma poi, per esempio di fronte alla richiesta di frequentare quel certo partito politico in quanto perfettamente congruente con la pratica religiosa che già in noi si sta incrinando, prevale il disgusto, così come prevale un analogo tono emotivo quando vediamo i ricchi frequentare di preferenza i ricchi, anzi, escludere coloro che non possono permettersi i lussi considerati necessari per la loro frequentazione, quando vediamo l’insegnante in classe perdonare al figlio dell’amica ciò che a te, perfetto sconosciuto, non perdonerà mai, quando ecc. ecc.: è la vita, dunque, che fa di un giovane del genere o un rassegnato conformista, o un felice conformista, o un infelice ribelle, o un ribelle felice. Ma anche niente di tutto questo: per lo più, il risultato finale, l’adulto che viene fuori da un simile processo, è un mostruoso condensato di frustrazioni di ogni genere, che non si sviluppano mai, che rimangono allo stato potenziale anche in presenza del passaggio all’atto di molte altre componenti del carattere: una personalità squilibrata, contraddittoria, multipla e senza un disegno preciso delineato dalle parti componenti, piuttosto un’immagine deformata dell’umano tra ventesimo e ventunesimo secolo, un monito agli adulti affinché offrano occasioni formative meno feroci, meno insensate, meno belluine ai giovani che devono poter crescere secondo un minimo accettabile di principio armonico. E così, questa è l’immagine che offre il giovane quando viene messo di fronte alla pratica religiosa, alla partecipazione politica, alla condivisione affettiva, alla relazione con gli altri nello studio e nel lavoro: l’immagine di un mostro che fatica a raddrizzare le linee abnormi del volto, che se riuscirà a farlo pagherà un prezzo inutilmente troppo alto per esserci riuscito, avendo sacrificato a tale scopo troppe energie spendibili in altro modo, più proficuo per sé e per tutti coloro con cui ha la ventura di entrare in relazione. Lasciamo dunque il giovane di quest’immagine alle prese con la sua ennesima notte insonne, col suo cuscino bagnato di lacrime per non sapere chi è, chi potrebbe essere e perché intanto è così: solo, inutile a sé e agli altri, solo, innamorato e solo, solo e in eterna lotta con tutti per prevalere e farsi riconoscere alla pari con tutte le altre belve della piccola giungla in cui si trova a vivere, ma solo, sempre solo, ferocemente solo».

308. E’ inutile camuffare il fatto che il pensare occupa una zona grigia e nebbiosa situata tra l’inarrestabile spontaneità del cogito cartesiano e la fatica hegeliana del concetto. Ogni attimo è dunque attimo cogitante ma, poiché non ogni attimo è fatica del concetto, bisogna concludere che la reciproca implicazione dei due corni del dilemma presuppone un cammino, la possibilità di un cammino che colleghi spontaneità e lavoro, cogito e riflessione. E’ proprio questo cammino, la cui meta è sempre piuttosto incerta e provvisoria ma il cui punto di partenza coincide con l’esistere cartesiano stesso, che è abitato da luci basse e crepuscolari, nebbie fitte e meno fitte, sentieri (tanto per cambiare) interrotti. Va però sottolineato con forza il punto di partenza, perché da esso si dirama non soltanto la fatica eventuale del concetto ma anche e soprattutto il senso comune. La presa di distanza che il concetto deve poter prendere sempre dal senso comune non deve però fargli dimenticare la comunanza del punto di partenza, anzi, proprio l’identità iniziale deve diventare problema, problematizzazione concettuale. E poi la zona grigia, quella dove ci troviamo tutte le volte che la verità chiama la certezza a render conto della propria solidità concettuale, della propria presunzione dogmatica, della propria fluidità (ma non del proprio eventuale relativismo, che già la semplice certezza è in grado di battere) funzionale, è l’eminenza della ricerca e della fatica; è in mezzo a quelle nebbie che conquistiamo la felicità di una luce e di una soglia, di una radura e di un bivacco. Chi pensa che il fatto di pensare si porti per forza dietro chiarezza e distinzione è un illuso pericoloso a sé e agli altri: il dogma lo raggiunge ben presto e smette di fare fatica, il buon pensiero lo abbandona a quella letale forma del senso comune che è il presunto possesso della verità. Come se la verità fosse alcunché che si possa mai possedere, o qualcosa da cui essere posseduti: costoro se la giocano a mezzo tra possessione demonica e aggressività colonialista, ma la verità non è a disposizione né degli uni né degli altri. Per dirla con Kant, la sua funzione regolativa ne rilancia lo statuto incessantemente oltre il già dato, dove il possibile arricchisce il nostro passo buono di camminanti, lo nutre e lo sostiene, senza per questo toglierci ciò che rappresenta e costituisce l’umano per eccellenza: la fatica.

309. Va sempre ricordato che, su cento libri pubblicati (e ci si riferisce a letteratura critica, non a libri per così dire di pura creatività, come intende essere la cosiddetta letteratura pura), a dir tanto ce n’è uno che valga la pena di leggere, quattro cinque che valga la pena di consultare, altri quattro o cinque che è bene considerare comunque utili (non si sa mai), e il resto, tutto il resto che è buona cosa buttare, cestinare, dimenticare, e simili. La sproporzione è tale da persuadere, chi volesse mai pubblicare quanto va annotando e scrivendo su un argomento, a rinunciare, come se, anche qualora ciò che va scrivendo avesse un qualche valore, essendo di tal mole la montagna annuale di carta pubblicata e inutile, le speranze che qualcuno potesse mai notare proprio il suo libro fossero assai prossime allo zero. Chi è letto per davvero ha lottato duramente, non soltanto per pubblicare (questo appare subito ovvio), ma per convincere chi di dovere che varrebbe la pena che fosse preso in considerazione quanto pensa e scrive; cosicché è vero che scrivere è umano, pubblicare è oltreumano, ma essere letti per davvero è divino. Solo un dio ci può salvare dall’oblio, e quel dio sei tu che leggi, sei tu che mi leggi, addirittura sei tu che mi rileggi: in ognuno di noi, appassionati frequentatori di librerie, c’è un grammo di divinità di cui i moltissimi che scrivono, i molti che pubblicano, i pochi che leggiamo sono debitori. Occorre un minimo di rispetto per coloro che scrivono, anche se non riescono a pubblicare: è un’attività laboriosa e inutile, spesso frustrante, oltretutto non meritevole in sé di alcun premio che non sia il semplice rispetto per chi fa una cosa un po’ diversa dalle altre. Occorre un di più di rispetto per chi pubblica, anche perché quasi sempre pubblica a proprie spese: il che non costringe certamente a dilapidare in libreria i propri pochi averi, da riservarsi invece a quei pochi che hanno, lo sappiamo, qualcosa da dirci. Ma occorrerebbe davvero tanto, tanto rispetto per chi decide, potendo sempre fare qualsiasi altra cosa meno faticosa, di aprire un libro e cominciare a leggerlo, e magari continuare a leggerlo, e persino finirlo. Costui è l’unico, vero protagonista della vita culturale di una collettività, essendo l’unico soggetto, all’interno di quell’intersoggettività che è la vita intellettuale, a effettuare un gesto totalmente gratuito nei confronti della vita culturale: non guadagna nulla se non, sul piano della propria crescita, l’ennesima prova che c’è chi sa esprimere e pensare la stesse cose che potrebbe esprimere e pensare anche lui, lettore, soltanto che sapesse, che volesse, che potesse, che osasse, che qui, che là, che su, che giù. Il lettore, come ombra della scrittura altrui, mette in scena un altro modo dello scrivere, assai più tragico, spesso, di quello il cui nome figura come autore del testo. Per tutte queste ragioni, quell’unico libro che, su cento pubblicati (e mille scritti), varrà la pena di leggere diventa il serbatoio imprevedibile in cui si accumulano infinite esperienze di lettura dell’umano, ognuna valida come traduzione nel proprio gergo esistenziale di quei segni comuni appartenenti alla pagina: il libro che tu un giorno hai scritto scompare e diventa un testo, un cesto pieno di esercizi su cui metto alla prova la mia umanità silenziosa, che non sa scrivere, che non riesce a pubblicare, che comunque non ha saputo farsi leggere a sua volta.

310. Poiché le ventiquattro ore di una giornata sono per tutti quelle e quelle soltanto, è davvero incredibile l’immensa variazione nell’uso che se ne fa. In questo momento, per esempio, il compositore di cui amiamo la musica sta forse lavorando a una nuova partitura, proprio mentre noi stiamo ascoltando qualcosa di suo inciso tempo fa; magari non sta nemmeno pensando, mentre sta scrivendo e suonando al pianoforte, a quello che noi stiamo ascoltando, magari considera quella musica ormai obsoleta, e tutto questo contraddittorio convivere del vecchio e del nuovo, dell’ascoltato e del composto or ora, dell’obsoleto e rifiutato con l’ascoltato e amato, tutto questo in queste stesse ore in due punti diversi del pianeta da parte di persone che non si conosceranno mai. In queste stesse ore milioni di persone perdono il loro tempo ai volanti delle automobili, altri dormono, mangiano o fanno l’amore, altri nascono e altri muoiono, altri ancora, interrogati in seguito su quello che hanno fatto in queste stesse ore, non se lo ricordano nemmeno più, tanto è impercettibile e per lo più insignificante il trascorrere del tempo. Nell’assoluta equivalenza del tempo ora a disposizione, ora in questo ritaglio qui intendo dire, l’entrare nel cerchio dell’apparire e l’uscirne è del tutto ininfluente alla configurazione della totalità delle cose e delle situazioni che compongono questa totalità. Si direbbe che il senso delle cose e delle situazioni concentri tutta la sua precarietà e la sua indigenza nella ricchezza dei punti di vista dai quali queste stesse cose e situazioni qui e ora vengono considerate: un’apparente contraddizione tra la ricchezza innumerevole dei punti di vista e la modestia dei sensi a disposizione, un po’ sempre quelli a dire il vero, per quanto variati essi sembrino nel tempo, nello spazio e di sguardo in sguardo. Si potrebbe anche pensare che il senso della totalità delle cose e delle situazioni che entrano e d escono dal cerchio dell’apparire non è affatto più ricco dei singoli sensi che la compongono, quasi come se la somma di infiniti sensi mediocri non sia affatto un senso ricco e denso, ma resti semplicemente l’accumulo di infinite mediocrità, una grande mediocrità composta di infinite piccole mediocrità. Ma se la composizione del senso della totalità non è una somma, bensì un prodotto, allora le cose cambiano; peccato però che in questo caso cambi anche la relazione tra il singolo senso del punto di vista singolo, e la totalità che va a comporre. Resta tutta da ridefinire una relazione che non può più essere tra una singola parte e il tutto composto dalla somma di tutte le singole parti, ma tra una singola parte e la sua trasvalutazione quando va, insieme a tutte le altre, a comporre il prodotto di una totalità che è sempre più di quanto possa essere la semplice somma delle stesse, cosicché quel tutto non è più il tutto risultante da una somma, e la singola parte, entrata a far parte del tutto questa volta non di somma ma di prodotto, non è più la stessa singola parte com’era prima di parteciparvi a questo titolo. Il Tutto diventa Uno, la singola parte perde e acquista senso a seconda della nostra capacità di penetrazione nei confronti di quell’Uno (che è sempre in eccedenza di senso rispetto al tutto della somma), in grado, ricevendo tutte le singole parti, di restituire ad ognuna di esse qualcosa di più in fatto di senso rispetto a quanto esse possedevano prima di essere ricevute da quell’Uno stesso. L’ermeneutica del soggetto potrebbe cominciare da qui, dalla comprensione di questo doppio movimento che oltrepassa l’ovvietà di una somma e incalza l’enigma di un prodotto che nessun singolo sguardo nell’immediatezza è in grado di conoscere.

311. Se esiste solo l’individuo, e se le attribuzioni di genere e di specie sono solo nomi, allora che ne è della riflessione sull’essere? Non si tratta, infatti, di ridurre essere ad esistenza, ma di domandarsi che senso abbia porsi il problema del senso dell’essere, giacché tutto il senso possibile sembra essersi raccolto qui e ora, nell’individuo, nell’individuo che esiste. La tentazione di considerare essere alla stregua di uomo e animale, cioè alla stregua di un nome come tutti gli altri, non può farci dimenticare la natura particolare di questo nome. Essere, infatti, è in grado di raccogliere sotto di sé tutto ciò che esiste, e questa sua natura contenente e inglobante non ne fa il membro di una classe, il membro “essere” che raccoglie nella classe “essere” tutto ciò che è, tutti gli infiniti membri che “sono” in quanto esistono, con le conseguenze aporetiche che da Russell in poi ne verrebbero. La raccolta degli esistenti da parte del nome “essere” non ha questa natura logica; essere, infatti, in quanto raccolta degli esistenti, è semplicemente il nome del senso che appartiene ad ognuno degli esistenti: essere è il senso dell’esistente, cosicché non va impostato il problema del senso dell’essere, ma il problema del senso dell’esistente, problema che, trovando la sua soluzione nominalistica nel nome “essere”, allora e soltanto allora può diventare il problema del senso dell’ “essere”. Il problema del senso dell’ “essere” è dunque il problema del senso dell’esistente in quanto quel senso s’imposta come “essere”; la riconduzione di essere ad esistenza consente di domandare che senso possiede l’essere in quanto senso dell’esistenza: che cosa significa il fatto che esistere si riconduca ad essere quando ci si chiede che senso ha l’esistere? E quando si ritiene che “essere” sia il senso dell’esistere, che cosa s’intende affermare? Il problema del senso dell’essere diventa quindi il problema del senso dell’ “essere”, ovvero il problema del senso dell’esistenza, ovvero, il problema per il quale la riflessione si focalizza sul problema del senso dell’individuo, l’unico ad esistere, l’unico ente, l’unico che-è.

FRAMMENTI D’ESILIO, 10

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.