Breve storia universale dell’edilizia

Ambrogio Lorenzetti, Siena, 1338-1339

Dinamo Seligneri

Breve storia universale dell’edilizia

Mio padre aveva messo su una ditta edìle (o édile non ho mai capito come si scriveva). Dopo una vita a fare il muratore sotto a questo e quell’altro padronaccio, essersene emigrato in Germania a sedici anni e aver fatto di tutto pure il garzone di stalla, dormendo assieme alle vacche e ai vitelli e lavorando per vitto e alloggio per levare un piatto dalla tavola paterna, quello di mettersi per conto suo a fare per una volta il padronaccio lui era come uno sbocco ritenuto da tutti inevitabile e naturale, una cosa già scritta e decisa… un po’ come uno che legge legge legge tutta la vita e poi alla fine si mette a fare il romanziere in proprio non autorizzato…

Quella di mio padre era una di quelle tipiche ditte edili che ci stanno quaggiù da me, piccola e malacavata, amministrata allegramente, guidata più con l’intuito e il geniaccio del momento che con il cervello e la preparazione necessaria per avviare certe imprese… Una ditta un po’ armata Brancaleone, un po’ buttata lì a casaccio pur di lavorare, perennemente in condizioni di deficit e disagio amministrativo non dissimilmente mi viene subito in mente, se non addirittura peggio, di come veniva guidata l’impresa commerciale del tanto inetto finanziariamente, quanto efficacissimo letterariamente, Zeno Cosini e del suo compare cognato Guido della Coscienza di Zeno.

Questa ditta edile aveva sin dalle prime gettate dato la sensazione di stare là là per chiudere (ecchecazzo, diceva mia madre, già caduta nell’allarmismo, se avete aperto proprio mo’), la cosa però non stupiva nessuno né allontanava i clienti, altresì li attirava come mosche nel letame, perché lavorare in mezzo ai casini e all’alta marea, alla confusione, navigando a vista, per chi ha occhio, e braccia forti (cioè li soldi), conviene sempre; e in più perché in terra d’Abruzzi era la prassi che le imprese edili di questa lega (e poche altre leghe ci stavano) si reggessero tutte collo sputo e che come serietà, precisione e tutto fossero più pericolanti dei lavori che andavano elargendo in giro, lecitamente o illecitamente poco importava.

Di operai ce n’erano sempre pochini, e tutti disperati, per la penuria di soldi intendo (ché i pagamenti erano a singhiozzo un mese sì e l’altro pure), tra cui mio padre, il più affannato e intrinsecamente disperato di tutti… Per dare sfogo alle sue fregole e ai continui disarcionamenti finanziari, tornava bambino, oltre che al bar dove te lo vedevi spesso attaccato al flipper o alle freccette o alle boccine del biliardo disertando per ore il cantiere (o non presentandocisi proprio, pure per giorni), anche a lavoro dove giocava spessissimo a fare il fregnone, (il “Gaston” diceva mio zio per sgonfiarlo), davanti agli altri increduli osservatori: d’estate era capacissimo di salire sulle impalcature scalzo o di sistemare i coppi sui tetti cogli zoccoli ai piedi, rigorosamente senza imbracatura e niente – cosa che se passava l’Ispettorato del Lavoro o una semplice pattuglia dei carabinieri ti facevano già allora un mazzo tanto… ma figuratevi che quessi, nell’ambiente, si conoscevano tutti, e dormivano… a comando… (o a chiamata… diretta… ed erano bravissimi a non vedere mai nulla; è pur vero comunque che in quegli anni alla sicurezza non ci badava davvero nessuno, non esisteva proprio in cantiere una parola del genere… sicurezza… esisteva il buonsenso e nulla più, per chi ce l’aveva, e c’è da dire che se volevi lavorare i padroni pretendevano che tu sto buonsenso non ce l’avessi, o che lo lasciassi a casa… allora fa abbastanza ridere pensare che anni dopo a mio padre, il più spericolato muratore della provincia di Teramo, toccò fare presso una grossa ditta del nord il capo assistente assegnato alla sicurezza dei lavori… lui… che faceva la sicurezza, dopo una vita a svolazzare scalzo e libero su tetti e cornicioni come un piccione… il colmo proprio). Succedeva pure che si mettesse a saldare o piallare senza maschera né occhiali, onde poi lacrimare tutta la sera e la notte appresso e biasctemare (ovvero bestemmiare) tutti i santi in colonna perché non ci vedeva più… “me so’ cecat… me so’ cecat… madonn quant’ fa dol (cioè male, forse derivante da “dolo”, ndr), madonna quan to mi fa dolo crisccctoooo!” sentivamo strillare dalla camera patro-materna in quelle notti… Negli anni però s’era calmato e bestemmiava più a bassa voce. Una volta per via delle piallature pomeridiane sempre senza protezioni e all’aria aperta mi toccò di portarlo al pronto soccorso dove dimostrò una civiltà incredibile, standosene bono bono lui così irascibile ad aspettare una medicazione agli occhi che ci volevano quattro secondi ma che nessuno si degnava di venirgli a fare… al che m’imbestialii io, ovviamente… ma è un’altra storia.

[…]

Leggi l’intero racconto:
BREVE STORIA UNIVERSALE DELL’EDILIZIA

lavoro

1 commento su “Breve storia universale dell’edilizia”

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