La casa di Thomas Bernhard

La casa di Thomas Bernhard

Dinamo Seligneri

LA CASA DI THOMAS BERNHARD

Per un periodo breve breve ho lavorato presso un editore che pubblicava per lo più riviste turistiche d’alto bordo. Inizialmente ero entrato come uomo di fatica, che poi la fatica non era granché (manco la paga però), bastava spostare grosse pile di riviste ancora incellofanate da uno sgabello all’altro o portare su scatoloni pieni di risme e carta igienica e sapone per le mani, farsi mettere delle firme, riordinare ogni tanto i numeri in copie da tre e ripigliare lo scuterino e fare altri giri… Quanta carta sprecata, mi dicevo, dove ti giravi giravi c’erano fogli stampati e gente che andava al cesso… c’era ‘na giornalista avanti coll’età che stampava qualsiasi cosa gli passava davanti agli occhi, gli dicevano che n’altro po’ stampava pure gli sms (e anche al bagno non si faceva mancare nulla)… io menomale che non m’è mai piaciuta troppo la natura, non c’ho mai avuto sta fissa della super difesa della natura ché la natura di su la natura di giù, sennò per lo spreco di carta di quella redazione c’era da uscirci scemi e ambientalisti sfegatati… brrrr… lasciamo perde’ vah.

Nel tempo, breve, avevo familiarizzato con alcuni componenti della squadra, redattori, inviati, collaboratori occasionali e cose così. Livello, devo dire, bassino ma gente ammodo (diciamo), vabbè più o meno, chissene frega. Parla oggi, parla domani, gli ero rimasto parecchio simpatico, poi vedendomi che arrivavo sempre con un libro in mano dalla metro e a loro gli serviva uno per qualche mese, mi hanno fatto prendere una penna e mi sono messo a scrivere qualcosa nel campo loro pure io. Non ci sapevo proprio mettere mano. E mò che jì scrivo a questi qua io? Sono sempre stato negato per scrivere (per scrivere come vogliono loro, intendo), negato sin dai tempi delle elementari quando ci prendevo certe sberle e scoppini dalle maestre che mi giravano il collo mica no… scoppini e benino come voto sotto ai dettati. «Benino». I dettati erano difficilissimi perché io sbagliavo tutte le doppie, le consonanti, le parole, le vocali, le virgole, i punti, gli apostrofi… credo di aver imparato a leggere a vent’anni, se ho imparato… più che altro perché a casa mia si parlava solo dialetto e in dialetto qua da me raddoppiano tutto e io Fabrizio lo scrivevo Fabbrizzio. Abruzzo Abbruzzo. Davanti ddavanti. Non ne beccavo una, le steccavo tutte. Quando mi imponevo una disciplina ortografica andava anche peggio… c’erano o non c’erano, toglievo tutte le doppie, non ce ne lasciavo manco mezza. D’altronde m’ero imposto una regola, dovevo rispettarla. La mia è sempre stata una crociata contro le doppie… Solo una volta ci azzeccai, o meglio sbagliai ma la feci franca perché che ne sapevano loro che il cane mio si chiamava Denny e non Deny?

Ma mica è pe’ tutti così… Leggo infatti su wikipedia che Aldo Busi già dalle elementari i suoi temi, c’è scritto, erano attesi… Per quanto mi riguarda tutt’al più di me era atteso che non mi presentassi più, un po’ come era già successo per mio padre che era un irriverente di prima categoria che già all’età delle prime marachelle e dei voli vandalici ci andava giù pesantino, ché spaccava colle fionde tutti i vetri della scuola come nei film, distribuiva cingomme gratis ai compagni di classe sapendo che il mastichio era maltollerato dalle maestrine o attaccava la marmitta del mastro al palo della luce così quando quello partiva… il quale mastro un giorno arrivato al massimo gli disse cumpà facciamo sto contratto tu non vieni più e io ti faccio promosso lo stesso. Affare fatto, disse mio padre… mio nonno e mia nonna figuriamoci se co’ tutta quella campagna che c’avevano da fare stavano dietro alla scuola del figlio…. volaron balocchi per mio padre che a scuola per quell’anno non si vide più. E fu regolarmente promosso… persona d’onore, il maestro… peccato che mi sa che quando pochi giorni dopo i genitori capirono che s’era ritirato dalla scuola, gli toccò di prendere il bidente…

A me invece non me lo disse nessuno così di andarmene ché non faceva niente che tanto mi facevano promosso lo stesso, perché la scuola non era più come quei tempi là del laissez faire come si scrive di mio padre e c’erano già più controlli, più protocolli. Oggi un cazzo del genere ti mandano in galera a te co’ tutto il professore. Penso però che proprio l’avermi costretto a continuare nonostante i benini mi abbia portato ad essere un cesso a scrive e una pippa in matematica. Penso io eh.

Comunque, questi in redazione facevano sul serio nel senso che la gente voleva il turismo d’alto bordo e loro glielo davano. Alle volte c’erano da scrivere le ville d’epoca, quelle che si possono visitare… recensirle per bene… recensirle? Mah, è una parola grossa. Si trattava di fargli una sorta di pubblicità occulta, che da come ho capito nel giornalismo è legale, si chiama fare un “publiredazionale”, loro ti pagano, tu ne parli bene e l’esercizio stilistico consiste nel non far capire che è una marchetta. Insomma, per non farla lunga, funziona un po’ come le recensioni dei libri…

Io comunque le odiavo le ville d’epoca. Le odiavo da sempre, in tutt’e per tutto, e le odio tuttora… anche dell’amore ho sempre detestato quelle fidanzate che se ne uscivano di punto in bianco nel bel mezzo della settimana oh ma sta domenica perché non andiamo al Vittoriale di D’Annunzio o alla villa di Monza e all’Italia in miniatura, che dici? Dico di no. Io la domenica non vado a fare le gitarelle fuori porta… E non voglio andare a visitare le ville. Le ho sempre detestate le ville (sarà che so’ nato in una casa di campagna?). E detesto pure le visite guidate, i musei e le tombe etrusche. Andiamo al museo? No. E alla villa? Nooone… non andiamo da nessuna parte e basta.

Mò purtroppo però “no” non lo potevo dire più. Se lavori lavori. Se bisogna ballare… devi ballare. E io, che ci potevo fa?, ballavo… ahimè ballavo e con tutta la mia rigida goffaggine.

Ad ogni modo, più scrivevo meno dovevo affastellare le riviste sul desco del direttore e meno dovevo carreggiare quei pacchi di fogli che dei giorni erano pesanti come la morte. Assunsi per praticità uno pseudonimo perché che facevano vedere quelli che il fattorino gli dava na mano pure a scrive gli articoli di turismo di nicchia?

Nacque così Edmondo De Nemicis, un nome stupido me ne rendo conto benissimo ma che per quei tempi andava bene, serviva pure per far sentire intelligenti i nostri lettori ché capivano l’ironia e gli scherzi… madonna che gente i lettori! e non vi dico i lettori… di quelle riviste

Dice, ma Dinamuccio caro, perché ci racconti tutte ste frottole, dove vuoi arrivare co’ tutti ssì giri a vuoto? Che impazienti che siete signori mii. Se vi benignate di aspettarmi un attimo ci arrivo.

 

Edmondo morì presto, si capisce. Io trovai n’altra fatìa, n’altro lavoro, più bello e soddisfacente, co’ cchiù soldi in busta paga cioè, mica c’avevo più tempo di scrive per quei ricconi di sto cazzo e buonanotte al secchio…

Sembrava tutto finito insomma, invece non avevo messo in conto che uno come Edmondo prima o poi poteva svegliarsi. E infatti l’altra mattina s’è svegliato all’incirca quando mi so’ alzato io, alle 7 e 30. È tornato alla zitta, tomo tomo, prendendomi alle spalle, il farabutto. Saltellavo qua e là pei siti strani più che nostrani e mi sono imbattuto in un sito fornitissimo dedicato nientepopodimeno che alla casa di Thomas Bernhard, lo scrittore austriaco che tanto austriaco mi sa che non voleva esse; il sito è della Società Internazionale Thomas Bernhard che a me, detto tra parentesi, ste cose delle società, i circoli degli amici e le fondazioni dedicati agli scrittori non mi hanno mai sconfifferato tanto… ma fa niente.

Non pensavo che la casa di Thomas Bernhard che è rimasta per suo volere tale e quale com’era quando ci abitava lui fosse visitabile, che fosse diventata una specie di casa museale (ma Bernhard era d’accordo?) invece c’è scritto testuali parole: La visita è guidata. Non sono ammesse visite senza guida. Il prezzo per l’ ingresso è di € 8,80 (scolari e studenti pagano la metà, per i membri della Società Internazionale Thomas Bernhard l’entrata è gratuita). Quindi è sicuro.

Ficcando bene il naso nel sito, si vede che puoi addirittura cliccare sulla mappa del progetto del geometra alcuni quadrati che corrispondono alle camere del piano terra e del primo piano e se clicchi ti fanno vedere le foto. Mi ha colpito molto che l’attaccapanni che si vede nell’ingresso (stanza 1) dove so’ appesi tanti giacconi pesanti che mi sembrano proprio alla maniera austriaca e gli stivali accatastati alla parete affianco è stato progettato dallo stesso Thomas Bernhard. Che Bernhard sapesse progettare pure gli attaccapanni non me lo immaginavo proprio. Si può vedere pure la camera da letto, lo studiolo dove scriveva, l’ambiente più piccolo della casa, una cosa risicatissima, come deve essere, quasi una nicchia e la stube per ricevere gli ospiti, col tavolino barocco addirittura, dove, c’è scritto, Bernhard amava ricevere ospiti, o la grossa cucina con il lavandino senza mobiletto sotto, una cucina aperta, piena di spazi che mi ricorda veramente alcune antiche cucine di vecchie case di contadini di dove abito io, che pure in una casa così abito, mica no… L’edificio c’ha più di cinquecent’anni e in origine, prima di tutti gli ammodernamenti che c’ha fatto, era per l’appunto un casolare di contadini. Thomas Bernhard lo acquistò negli anni Sessanta portò avanti per quindici anni i lavori di ristrutturazione finché per l’aggravarsi della malattia non gli fu più possibile stargli dietro. Ora, me l’immagino che se la faccio vedere a qualcuno di mia conoscenza sta cosa del casolare ristrutturato per quindic’anni ecc, questo si mette a dire che il vecchio rimane sempre vecchio, che ristrutturare non conviene, ci si butta troppi soldi, allora gli conveniva abbatterlo a Bernhard e rifarlo da capo tutto quanto. Vabbene, certo, lo poteva fare, forse, ma a voi vi pare che Bernhard si metteva a fare una cosa del genere? Io credo di no. Secondo me, non era uno che distruggeva, era uno che ristrutturava, riammodernava, Bernhard. Riaggiustava. Era uno che gli garbava prendere il suo paese a colpi d’ascia, pum pumm pummm, ma mica colpi d’ascia così, menati alla cazzo di cane, colpi d’ascia mirati, per menare nei punti più fetenti dove c’era più bisogno e lasciare gli altri (pochi) in vita. Ricostruire da lì, dal fetente. Avrà usato la stessa medicina col casolare che si trova nell’Alta Austria, nella zona del Traun. Ha progettato tutto lui, ha ammobiliato, arredato, asportato scale, trasformato sgomberi in stanze da letto e ha fatto uscire i buoi, i maiali e i cavalli dalle stalle, ha mantenuto la cantina (che poco c’entra con quella dell’Autobiografia ma che ci gusta lo stesso) in terra battuta e fango. C’è anche, dice il capitoletto della descrizione generale dell’edificio, un frutteto attorno, dei prati e una superficie boschiva la quale, non so voi, a me mi fa pensare immediatamente ai boschi dell’Austria rurale, tra le gole delle montagne della Stiria, dove Bernhard fece sorgere il castello del paranoico principe Saurau nell’indimenticabile Perturbamento; quel libro quando lo lessi mi fece capire che il colore delle cose, in letteratura, non lo mettono gli aggettivi, le lunghe descrizioni, le metafore ecc, il colore lo mettono i suoni, la tua capacità di fare suono, di avere una voce… il colore è la musica, il ritmo, il vocio, la scrittura autentica di chi scrive. Solo quelli pennellano le pagine. Si può descrivere nel modo più dettagliato possibile, ammesso che ce ne siano, i pallidi arcobaleni autunnali della Stiria, se non c’è la musica, se non c’è suono, non vedi assolutamente niente, manco mezzo raggio di colore… è quella che attiva la memoria e la fantasia in chi legge, la musica. E Bernhard, come scrittore, era ed è pieno di musica. Sono convinto lo sia anche il suo casolare, nella zona del Traun, nell’Alta Austria. Convinto al mille per mille.

 

Breve nota dell’autore:

Come avrete capito questo racconto l’ha scritto Edmondo De Nemicis (scusate sempre la stupidità) che finalmente ha scritto una recensione su una casa che gli piace, in una maniera che tutto sommato non gli dispiace. E va bene così.

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9 pensieri su “La casa di Thomas Bernhard”

  1. una gustosissima scoperta questo autore che non a caso si chiama Dinamo. A chi è venuta la dinamica idea di battezzarlo con questo nome? O si è autobattezzato? Cmq,grazie davvero per questa lettura.

  2. Gentile Lucetta, grazie del suo dire.
    Sì, in famiglia abbiamo tutti nomi strani. A me è toccato Dinamo, ma poteva andarmi peggio. Ho uno zio (scrittore) che fa Desiderio, di nome. Ed altri famigli che sono ancora più bislacchi al nomarli (Delfina, Sigismondo, Sigfrido, Mafina, Solforino… e mi fermo qui).
    Un giorno di qualche anno fa ero in piazza a far delle ciarle; mi capitò di intoppare con un signore che conosceva i miei poveri natali. Ci si mise a discorrere. Ad un certo punto, egli che forse pensava di farmi cosa gradita ricordò il mio bisnonno, Desiderio primo. Questi era uomo sui generis, che stranamente per la sua condizione masticava anche di latino, e conosceva delle storie mirabolanti sulle vacche e le stalle (era filosomo, si dice da queste parti). Fu lui a principiare la moda di metter dei nomi strani alla prole. E lo faceva con gran vanto… sosteneva che mentre gli altri mezzadri come lui per mettere i nomi ricorrevano al calendario, lui spaziava coll’udito e la favella fin dove nemmeno fisicamente era mai stato (come in Jugoslavia per esempio donde trasse il nome della mia nonna). Ben capisce, signora Lucetta, con che avo mi devo misurare io. Ma quella mattina, a cui siam rimasti appesi, quel signore sulla piazza mi disse cosa assai sgradita, ovvero che Desiderio 1, mio bisnonno, avesse nomato così i suoi figlioli non per salti di fantasia, ma per far cosa gradita al suo padrone, il Barone di S., ché a sua volta così si chiamavano i cavalli della sua di lui Barone di S. scuderia.
    Può immaginare ella con che capriola raggiunsi la casa della mia signora nonna a chieder spiegazioni… è vero che il bisnonno vi ha messo nome come ai cavalli del Barone… ecc ecc.
    A tutto mia nonna rispose con una scrollata di mano, come a dire che erano calunnie di gente senza rispetto. E io, che cosa vuole, debbo e voglio crederle. Ma nulla toglie che ormai il tarlo mi rode, e mai nessuno potrà evitare che ogniqualvolta si parli dei nostri nomi, non mi si affacci alla memoria quel signore, che manco a dirlo più non vidi, e l’insolente dubbio che mi chiamo Dinamo per imitazione di un cavallo, sicuro un brocco, di una lurida scuderia di provincia… e a quest’idea, lei non ci crederà, alle volte tutto mi rallegro.

  3. Sono altresì sicura che Dinamo mai e poi mai dirà (un momento che abilito la tastiera disabilitata per tali orribili vocaboli) location, grazie davvero, nel senso che, davvero bello…insomma si è capito.

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