Frammenti d’esilio, 12

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Perhaps being old is
having lighted rooms
Inside your head, and people
in them, acting.
Philip Larkin

 

 

frammento 12

370. Insieme alla mediocrità di pensieri mal digeriti e letti un po’ dovunque in precedenza, nella scrittura libera talvolta emerge la follia. Una follia innocua, beninteso, che tutt’al più danneggia lo scrivente, illudendolo di essere quello che non è. Gli prende la mano un’idea che ha bisogno di pensare che sia sua, poi, grazie alle capacità logiche innate in chiunque almeno ad un livello minimo, ne tira le conseguenze, collega quest’idea, dopo averne scoperto qualche articolazione abbastanza ovvia, a tangenze di pensiero che gli sembrano analoghe, accorgendosi soltanto dopo, spesso molto dopo, non solo che non sta in piedi niente di quell’edificio costruito con tanta urgenza, ma che tutto di esso, ogni parola, ogni connessione sono suscettibili di altissima problematizzazione, e che l’area semantica di ognuno di quei termini adottati con tanta leggerezza è così complessa che, di fatto, quanto è stato scritto circa quell’idea non significa letteralmente nulla. Non è nemmeno il caso di confutarla quella scrittura, probabilmente è servita ad uno sfogo momentaneo, di quelli che altrimenti producono gastrite e foruncoli: tutto sommato, si dice il folle innocuo, non ho fatto niente di male a nessuno, e per me ormai non c’è più salvezza. Così non rinuncia, il poveretto, a ricascare nella trappola: si tratta soltanto di tempo, arriverà di nuovo il momento in cui si crederà un filosofo, e di nuovo scriverà pensando di avere avuto un’idea, pensando di avere pensato, pensando di avere pensato qualcosa che non era mai stato pensato prima. Perché follia tutto questo? Chi l’ha detto, in fin dei conti, che la follia debba per forza rivelare qualcosa di speciale? Comunque, in questo caso specifico, quello di uno scrivente libero (ma libero soprattutto da un autentico impegno di serietà, essa, la serietà, che costa la fatica di una vita intera), la follia non rivela null’altro che la mediocrità inconsistente di chi crede di liberarsi e si avviluppa ancor più scrivendo nell’inutilità insensata di una pratica sostitutiva del dovere di vivere ed amare chi ha la sfortuna di vivere accanto a lui, scrivente di nulla, scrivente spaventato dalla vita fuori, capace solo di trovare riparo tra quattro pareti carta che, per quanto spesse, non impediranno prima o poi alla luce di filtrare, accecandolo.

371. La riemersione del buon ricordo, del gesto tenero di una mano femminile dopo l’amore, di una parola gentile che sapevi di non meritare, ebbene, tutto questo, quando accade, rivela una sua connaturata, inestinta, inevitabile terribilità. Per sopportarlo, occorre avere istituito una buona relazione col fatto che il tempo passa, e sullo sfondo col fatto che bisogna morire. Che cosa fa il tempo? Il tempo passa, a patto di capirsi sul significato esistenziale di questo “passare”, in verità tutt’altro che chiaro di primo acchito. Per quanto passi, il tempo anche resta ma, poiché il suo restare non ha alcun valore esistenziale analogo a quello che caratterizza il nostro esserci qui-ora, allora resta per non esserci, resta per non essere un nulla, resta per essere qualcosa che ci ammonisca col suo restare circa il qui-ora del tempo in cui ci-siamo. La tonalità emotiva che riguarda il passato non può che tener conto di questo statuto ontologico del restare del tempo che passa e che effettivamente è passato: il buon ricordo, la tenerezza del gesto, la parola gentile assume destinalmente un colore sentimentale che approda, sia esso un buon ricordo o un cattivo ricordo, a una profonda, ambigua, intensa e lunga malinconia. L’ennui che si lega al passato, al suo passare in quanto restare senza essere com’è il tempo che stiamo vivendo in quanto ci-siamo, ha una fatalità di senso che non rientra mai né nel giudizio che lo cataloga come negativo né in quello che lo cataloga come positivo. Con questo tipo di malinconia facciamo l’esperienza di qualcosa che si sottrae al giudizio, alla valutazione, all’umano tener conto, facciamo l’esperienza di qualcosa che, pur riguardandoci e pur appartenendo noi ad essa intimamente, in quanto noi siamo fatti essenzialmente di tempo, d’altro canto ci trascende in quanto enti giudicanti, valutanti. L’al di là del giudizio che cos’è? La malinconia, la profondità malinconica che ci prende per mano e ci porta nel ricordo come in un terra dove siamo stati ma dove anche non siamo mai davvero stati, e non potevamo esserci davvero perché, quando eravamo lì, il ci del ci-eravamo s’identificava col noi che ci-era, mancava la distanza sufficiente a sapere che stavamo vivendo qualcosa che poi, in qualità di ricordo, conquistata quindi la giusta distanza, ci avrebbe consentito la sua conoscenza, la sua conoscenza sempre tardiva, sempre postuma, sempre crepuscolare, sempre imprendibile come qualcosa che è, sempre afferrabile soltanto in immagine, come qualcosa che è stato. Da qui scaturisce quella indefinibile aura emotiva che chiamiamo malinconia per il tempo che passa, e per quello che è passato e si ri-presenta, e che chiamiamo ricordo, e che ci ammonisce inutilmente a non perdere una goccia di questa pioggia fatata, il tempo, che ci nutre coi suoi attimi tutti di gloria che non sappiamo e che non vediamo mai durante l’accadimento che li illumina. Ecco la terribilità autentica in chi è consapevole di tutto questo: e lo può essere soltanto per pochi momenti di sospensione d’abitudini, poi il convoglio riprende a sferragliare e a portarci dove non sappiamo e non vogliamo sapere.

372. L’attesa è forse uno dei trascendentali? E’ davvero possibile non aspettarsi alcunché? L’attesa presuppone il tempo, soltanto nel tempo si attende, e dunque: come si può non attendere? Probabilmente, noi non sappiamo sempre di attendere, la disperazione sembrerebbe negare, insieme alla speranza, anche l’attesa, ma speranza ed attesa non si sovrappongono, anche perché la speranza è attesa soprattutto del trascendente (di qualcosa che è fuori di coscienza), e quindi di qualcosa che può anche essere fuori del tempo, mentre attesa è sempre attesa infracoscienziale qui-ora, nell’attesa non è necessario sperare (anche se non è vietato farlo), la temporalità dell’attendere è l’immediatezza del qui-ora e del suo presente o futuro prossimi ben vigili dentro di noi. Ma poi, e soprattutto, nell’attendere l’attesa attende se stessa, gode e soffre ambiguamente di questa sua condizione doppia nella quale fa esperienza privilegiata del tempo, poiché il tempo dell’attesa è sempre tempo all’ennesima potenza, attesa di sé come tempo che attende non importa cosa, attesa del tempo che viene, che verrà, e che è il nostro tempo, tempo che ci appartiene avendolo, tempo cui apparteniamo essendolo. Così, l’attesa dell’attesa, in quanto attesa del tempo, è anche attesa del manifestarsi della verità che ci riguarda, che ci riguarda per come siamo, verità di ciò che siamo per quel tanto di tempo che siamo capaci di attendere senza perdere la pazienza dell’attesa, senza perdere noi stessi, pazienza eterna e bontà senza limiti se soltanto potessimo vederci, umani e divini, mortali e immortali, tempo senza tempo, attesa di ciò che non arriva mai in tempo, che non arriva mai.

373. Con l’avanzare dell’età, col diventar vecchi, diminuisce il numero delle cose da dire, però forse quel poco che resta da dire lo si pensa meglio, ci si azzarda a pensare in profondità, a leggere in profondità, a scrivere in profondità. Talvolta, nella pagina che si sta scrivendo, o che si sta leggendo, si affonda: scopriamo che abbiamo imparato a respirare meglio dove sembra mancare l’aria solita, l’aria dell’abitudine, della fretta, dell’utile e dell’efficiente. La pagina, letta o scritta che sia, esige tempo, attenzione, rassegnazione alle difficoltà affinché si possano superare, abbandono del progetto d’uso e affidamento al progetto di contemplazione del vero, del giusto, del buono e del bello. Se accade questo, ogni pagina appare conchiusa in se stessa pur facendo parte di un tutto più ampio e che esige di essere risolto: quel tutto è allora meno importante del poco che cogliamo in profondità presso piccole porzioni di lettura e di scrittura. Abbiamo forse imparato nel corso del tempo, senza nemmeno essercene accorti, a prendere spunto dalle poche frasi per pensare? E’ probabile che sia così, anche se la naturalità di questa procedura intellettuale assomiglia al passo breve ma deciso dell’anziano che, lungo un cammino anche lungo, si accontenta di quei pochi passi per guardarsi attorno e osservare, e comprendere con inconsueta radicalità il paesaggio che il mondo e le persone offrono, come se potesse non più servirgli procedere oltre per saperne di più, e che dunque quel poco basti a raggiungere la meta, quella vera, tutta interiore, cui è sufficiente una geografia esteriore ed un viaggio lungo essa brevi e intensi, e non sperimentabili mai dalla fretta e dalla curiosità di superficie dei più giovani. Diminuendo il numero delle cose da dire, diminuiscono le pagine che si scrivono. Le frasi s’accorciano perché, al fine di articolare il pensiero, una sintassi complessa ipotattica serve meno di una serie ordinata di frasi brevi e chiare. Ben diversa, allora, si manifesta in esse ciò che chiamiamo verità, ma assai più vicina all’autentica modalità del pensare genuino, che ignora qualsiasi sintassi e procede per fulgurazioni anapodittiche. Compito del pensante, comunque, anche di quello anziano, rimane sempre quello di effettuare connessioni, di impostare una sia pur minima sintassi logica, perché non bisogna dimenticare che ciò che chiamiamo verità risulta sempre da un accordo tra ciò che affermiamo di pensare e ciò che enunciamo affermando di averlo pensato: dalla relazione tra queste due affermazioni viene fuori per approssimazione l’adeguazione tra ciò che pensiamo (dalla fulgurazione dell’attimo) e la sua traduzione linguistica, parlata o scritta che sia (segnata dalla lentezza esecutiva nel corso degli attimi). Così, appare chiaro, diventando vecchi, che pensare, parlare e scrivere, oltre che leggere, sono problemi giacenti tutti quanti sulla linea del tempo, problemi che il tempo problematizza, e anche problemi che problematizzano il tempo, come quei problemi che sono capaci di fare questo in modo assolutamente eminente.

374. E’ facile constatare come ogni generazione non riesca a produrre più di due o tre poeti degni di essere letti anche a distanza di anni, anzi, a volte i poeti degni di essere letti si riducono a uno, e capitano generazioni che non ne producono nessuno, ad onta del gran numero di libri di versi pubblicati e di attribuzioni di titolo che gli scriventi si danno tra loro. La cosiddetta produzione media di versi, che si riferisca o meno ad una scuola, diventa illeggibile quasi subito; se ne pubblicano i libri perché così vuole il mercato (il piccolo, piccolo mercato) dei lettori-scriventi, i quali aumentano di numero nella misura in cui ne imitano le caratteristiche progettuali guardandosi bene dal disattenderle. Dopo aver individuato due o tre maestri, costoro (la massa anonima dei lettori-scriventi) li imitano perché pensano che quella e soltanto quella possa essere chiamata poesia: cercano la poesia fuori di sé, invece che dentro di sé, ubbidiscono a regole che nessuno ha imposto, ma che funzionano meglio delle vecchie regole che regolavano rime e ritmi, forme e contenuti, poiché impongono non le forme né i contenuti ma nientemeno che lo stile. La silenziosa, censoria autoimposizione dello stile uccide sul nascere l’elemento più intimo e personale della scrittura poetica: i contenuti possono essere gli stessi di sempre (né più né meno che la condizione umana), le forme possono disciplinare con maglie più o meno strette la scrittura, ma lo stile, l’inconfondibile verticalità, irripetibile traccia quasi biologica del pensare poetico, unica in ognuno, propria come poche cose possono esserlo delle molte che possono costituire la nostra proprietà, lo stile autoimposto è la testimonianza di una resa eteronoma che fa della intenzionale genuinità della scrittura una prova inconfutabile di malafede lirica, la peggiore che ci sia, dal momento che il poeta parla a nome di tutti coloro che pensano e sentono e non sanno esprimere ciò che sentono e pensano. Il tradimento di questi chierici è proprio nei confronti di un’intera generazione che perde così la possibilità di avere una voce, la propria voce a fianco delle altre, di altre generazioni, che sono state e di quelle che verranno. Una generazione che si scopre senza voce è dunque una generazione più sola, destinata a perdersi nel giro dei tempi, a confondersi con altre, a non potersi più riconoscere con una propria sigla, un proprio segno distintivo, un proprio stile.

375. Si finisce per pensare che si sarebbe disposti al peggio, se messi nelle condizioni estreme di non poter scegliere qualcosa di degno che non sia l’annullamento o un grave impoverimento della propria identità. Si finisce per pensare che siamo tutti uguali per quanto riguarda la nostra disponibilità eventuale a fare il male, e non tutti uguali per quanto riguarda la nostra volontà di fare il bene; meglio così che l’inverso, naturalmente, anche se la nostra disponibilità a fare il bene, pur essendo una dotazione presumibilmente altrettanto identica in tutti, affinché se ne possa pensare la praticabilità occorre affidarsi all’utopia, e per quanto riguarda la volontà di fare il male, ebbene, è sotto gli occhi di tutti, purtroppo, tutti i giorni la piena realtà di questa che non è soltanto un’ipotesi catastrofica. Si finisce per pensare che la fatica di essere buoni troppo spesso confina con la viltà (ma in questo caso la bontà coinciderebbe col non agire, o col non fare dichiaratamente il male, o col non collaborarvi rimanendo indifferenti al male perpetrato da altri), o con la stupidità (perché, se per fare il bene occorre la buona volontà, che è una forma sottile e difficile dell’intelligenza, per fare il male occorre senz’altro altrettanta intelligenza, e in essa risiederebbe peraltro la cattiva volontà), o con la rassegnazione interiore, l’antica acedia, o la più moderna malinconia (tutte e tre le tonalità emotive evocate hanno nobili lombi concettuali sia in Oriente che in Occidente, almeno fino a Schopenhauer, ma anche oltre, nel Novecento dell’agire forsennato, della presunta concretezza a tutti i costi, che scatenano reazioni uguali e contrarie, dall’antiscientismo metafisico più ingenuo alla sofisticata Gelassenheit heideggeriana). Si finisce per pensare, infine, che noi non sappiamo mai quando siamo davvero buoni, perché, non conoscendo fino in fondo le conseguenze del nostro agire, possiamo solo sperare che buone siano almeno le nostre intenzioni, di esse – diciamo a noi stessi – ci facciamo garanti noi stessi con l’esercizio oculato e rigoroso della nostra kantiana ragion pratica, come se davvero noi potessimo garantire qualcosa che non sia rovesciabile nel proprio contrario in ogni momento, come se la bontà non potesse ipso facto rovesciarsi nell’elogio della propria bontà, nella vanità e nell’orgoglio di essere buoni, nella malafede di pensare che siamo stati buoni contro il nostro stesso interesse (uno dei pochi modi sicuri di cascare senz’altro nella malafede, quando valutiamo il nostro comportamento).

FRAMMENTI D’ESILIO, 12

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20 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 12”

  1. grazie Gianmarco, per questi frammenti che oggi porto con me e leggerò sul treno nell’attesa lungo il tragitto che costeggia il mio lago …so che vi troverò spunti interessanti su cui riflettere …ed è una bella sensazione sapere di avere qualcosa di ottimo da leggere.
    a presto!
    :-)

  2. A parte il fatto di condividere il tuo pensiero, che tra l’altro sai esprimere molto bene nella scrittura, deduco da alcuni frammenti che la criticità che dimora in noi si fa preziosa proprio con il tempo, le pause, la riflessione, e quindi con la maturità delle idee.
    Quando pensi che la scrittura manca è arrivato il momento di fermarsi, ma una delle cose fondamentali per la scrittura è proprio quella di riuscire a creare connessioni tra i pensieri.
    Partendo dal presupposto che ogni cosa vibra e che questa vibrazione si ripercuote nello spazio, noi sentiamo non solo la nostra voce ma un richiamo che abbraccia l’universo.
    E quindi dobbiamo mantenere aperto questo orecchio interiore, assolutamente.

    un abbraccio :-)
    c.

  3. Condivido senz’altro tutta la seconda parte del tuo commento. Sulla criticità che si fa preziosa con la maturità varrebbe la pena di riflettere un po’ di più. Forse però non è questo piccolo spazio di risposta il luogo migliore per sviluppare un pensiero in tal senso. Ma lo farò senz’altro in futuro, con calma. In una sorta di piccolo saggio sull’arte così difficile d’invecchiare (Benn riteneva che soltanto i poeti lo sanno fare come si deve, è anche il titolo di un suo bel saggio).

    A risentirci presto, cara Carla

  4. Col passare degli anni si diventa, diciamo così, perplessi. Vorrei dire meglio: disincantati, avendo perso quell’incanto che da giovani, per esempio, non ci faceva pensare alla morte (oppure sì, ci pensi anche, ma come una faccenda che per il momento non ti riguarda, ci sono così tante cose da fare). Se dovessi provare a illustrare il tema della criticità, partirei proprio da qui, dall’accorciarsi del tempo davanti a noi, e dunque dalla necessità di fare presto e bene le cose che s’intende portare a termine (se si pensa di averne, naturalmente, e il fatto di scrivere, anche senza pubblicare niente, risulta salvifico rispetto alla domanda inquietante: “e adesso che cosa faccio del tempo che mi resta?” ma questa è una mia opinione…). Criticità, allora, uguale prosciugamento fino all’essenziale di ciò che conta per noi in quanto sarà ciò che di noi resterà. Criticità uguale al buon esercizio del famoso rasoio di Ockam, che eliminava gli enti inutili per salvaguardare la perfetta trasparenza delle cose buone, belle, giuste e vere. Ma nella criticità, cara Carla, c’è anche il riposo, secondo me, il riposo creativo di chi ascolta musica, di chi, come te (beata te), contempla la bellezza naturale che sta attorno, e che da giovani forse guardiamo meno, o la guardiamo senza vederla.

    A risentirci

  5. è vero il discorso sul tempo che si accorcia, o così pare
    tanto che pensiamo di non riuscire più a tenerne il tempo
    e vero è anche, che non riuscendo più a starne al passo, ci adeguiamo ad una sorta di lentezza (l’energia diminuisce).
    nel mio caso noto che un tempo scrivevo molto di più, oggi molto di meno … e non capisco se sia l’ispirazione a mancarmi o la diminuzione di energia
    però riesco con più chiarezza, rileggendo, a capire cosa merita di rimanere e cosa merita di essere cancellato.
    sono arrivata al punto di pensare che è l’amore che ci spinge a scrivere.
    ciao carissimo Gianmarco, un saluto da chi, beato, respira i profumi del lago … :-)

  6. L’amore che ci spinge a scrivere: e dici poco! L’amore, il suo decollo entusiasmante, il suo declino quasi “fatale”, la sua possibile catastrofe, ma anche il suo equilibrio “coniugale” (vd. il grande Jimenez)… Ma forse tu intendevi riferirti ad altro amore… Se hai voglia, chiarisci…

  7. il grande Jimenez, ho letto …:-)
    Amore come agape, intendo, amore affinità, amore che trasmette la sua comunicazione con un linguaggio che trascende la parola, questo intendo.
    E lo devi sentire.
    E quando si spegne, si spegne anche la forza che spinge alla scrittura.
    Amore non solo verso l’uomo, soprattutto verso la Natura con la quale il dialogo non deve mai spegnersi.
    (Per questo amo tanto le immersioni nei boschi :-))

    1. “E lo devi sentire”
      e quando ci lascia lo senti ancor più forte e irraggiungibile

      “mi manchi”…
      gocciolando come pioggia irreversibile.

      Marina

  8. Sì. Condivido. E’ la forza d’amore di cui parla nientemeno che Giordano Bruno. Siamo a un passo dal panteismo, ed è proprio l’immersione in natura che ne consente l’esperienza. Beata te che lo puoi fare spesso. Io abito in città, e sono molto pigro…

  9. io scrivo perchè non telefono
    io scrivo perchè non parlo
    io scrivo perchè non leggo
    io scrivo perchè non ascolto tutto come Giammarco
    io scrivo perchè non sono eletta come te Carla
    allora scrivo, scrivo come una scolara un tema
    e lo svolgo ricamandolo come una vergine novella
    accostando in silenzio i punti che si susseguono
    srotolati da rocchette colorate attraverso crune,
    tessendo fila e trame mentre la luce solare
    m’accarezza i lunghi capelli e spalle ricurve
    sorridendo sull’opera inutile del mio corredo
    da tener nascosto fino al giorno nunzio che,
    spogliatomelo di dosso, resto in pubblica attesa
    che il giudizio cada prima sulla mia persona
    che sull’opera, restando vestale poetessa
    in segreta e mistica clausura.

    blu marina

  10. e dopo di lui Spinoza…
    Deus sive Natura …questa frase si può veramente capire solo immergendosi nella Natura, perchè l’ordine geometrico fa parte di essa.
    Questo pensiero, a ben vedere, fa tutti felici perchè non conosce assoluti.
    non esiste più l’ateo, lo gnostico, il cristiano… esiste il pensatore.
    L’dealismo non ha confini!;-)

  11. Cara “Blu Marina”, io più che altro ascolto tutti, perché sono di tutti curioso, e anche perché spero che qualcuno prima o poi ascolti me (ascoltare, mi sembra, è la cosa più difficile, più difficile di parlare al telefono, leggere, e anche scrivere). Ma forse volevi dire altro attraverso quelli che a me comunque sono sembrati dei versi, versi d’attesa sull’attesa, dei quali ti ringrazio come di un dono inaspettato.

  12. Cara Carla, se riesci a fare esperienza di questa condizione privilegiata devi avere una bella predisposizione alla meditazione, o essertela costruita col tempo. Io riesco a sfiorare tutto questo soltanto quando scrivo certe riflessioni che ormai conosci o certi versi. Dura poco, ma poi si sta bene, in pace con tutti (e con tutto), e non si riesce a comprendere come questo non possa diventare congiuntura comune e diffusa. Purtroppo, in questi rari momenti, il normale conflitto con le persone diventa incomprensibile, e per un attimo si fa esperienza anticipata dell’utopia, di come potrebbe essere il mondo, e non è, o non è ancora.

  13. Giammarco, posso una piccola replica e poi più?
    Ascoltare è saper leggere e tu sai leggere molto bene nei pensieri altrui, come Carla quando asserva la Natura sa leggerla senza renderla leggenda asserendo che:

    – “…immergendosi nella Natura, perchè l’ordine geometrico fa parte di essa.”

    intuendo che:
    – “quando si spegne, si spegne anche la forza che spinge alla scrittura.”

    io dico: Ninfa è Linfa.

    blu marina

    1. Caro Giammarco ci provo anche se non sono brava. Poi perdonami.

      E’ da sempre che nella cultura pagana antica, le Ninfe si nascondono dentro le piante come fossero tane, e si accasano. Parlano tra loro attraverso le radici, sfiorandosi, toccandosi, amandosi e pranzando anche insieme, rigenerando il mondo sotterraneo.

      Se ti avvicini alle piante con sensori pagani, puoi avere con loro un rapporto spirituale e concettuale per mutui scambi e preferenze. Queste piccole ma nel contempo grandi divinità, le Ninfe, dico, erano spiriti che governavano il nostro mondo reale con scambi di favore, avvenendo ciò che i razionali chiamano “Magia” ma che magia non è perché, ciò che chiamiamo magia è solo la conoscenza sensibile di appartenere a due mondi diversi, ma che due non sono quando li conosci, in quanto sono uno solo, unico.

      Certamente ti devi muovere con molta prudenza e rispetto perché gli spiriti hanno un caratteraccio, non sopportano gli idioti. Le Ninfe, tra gli innumerevoli spiriti sono “spiriti silvestri” esse amano flauti e poesia. Solo dai portatori di queste arti esse si lasciano stordire diventando generosissime, affigliandoci come loro “Pupilli” ovvero: “Sciamani”. Se ami gli spiriti silvestri, essi non ti negano mai nulla in loro potere, ma sono anche gelosi tra loro, quindi la fedeltà è un vincolo.
      Se tagli una pianta, sfratti una Ninfa, quindi al taglio si deve fischiettare un motivetto allontanando Pan il rissoso e violento, governatore delle Ninfe, calmandolo, sedando appunto: il “Panico” prima che si scateni contro noi. Segue una preghiera a memoria dettata a media voce e che altro non è che un motivo in versi creato o esalato nell’improvvisazione, appunto: la Poesia.
      Orfeo con la poesia incantò Persefone e Ade, qualcun’ altro incantò Tifeo con flauto e poesia, soffiandogli i nervi di Zeus ecc.

      E’ attraverso la Linfa che avviene la comunicazione tra il mondo superiore e quello sotterraneo , meglio conosciuto come “inferi” o mondo di ADE.
      Quando mettiamo i nostri cari morti sotto terra, attraverso le Ninfe possiamo comunicare ancora con loro. Ma sapienti di noi stessi e della nostra ragione pura, ci stiamo circondando di una Natura da noi creata, costruita. Abbiamo imparato a creare e lo facciamo bene, quindi, non preghiamo solo le autorità umane, e non componiamo più poesie perché non abbiamo più un mondo sotterraneo o uno eccelso da invocare.

      Il nostro creato urbano è privo di metafisica anche se molto ricco di astrattismo.
      Giammarco, stiamo perdendo l’anima in massa. la stiamo perdendo per pochi danari ed effimeri successi, scimmiottandoci a vicenda, divenendo incapaci di creare Novelle, Parabole e Poesie nuove, perché non abbiamo più futuro, quindi come Carla, possiamo guardare il passato osservando la vecchia Natura e il Lago, incupendoci, non scrivendo più senza un perché.

      Quando manca il “perché” nella domanda e il “perché” nella risposta, le penne recise tacciono e, come angeli caduti senza più penne, diveniamo incapaci di riprendere il volo, allora:

      Io dico: Ninfa è Linfa

      Riscopriamo il mondo sotterraneo…il mondo Orfico, “perché”… come dici tu, e mi trovi concubina consenziente nelle tue parole, è da li che si risale …

      Rileggi il tuo punto illuminante del febbraio 18, 2016 alle 7:34 pm

      ciao

      Blu Marina

  14. Ti ringrazio per l’illustrazione del tuo pensiero. Certamente l’orfismo è una dimensione della parola che nessuna razionalità potrà mai esaurire, ma potrà almeno tentare di comprenderne la necessità quel tanto che basta per fare un passo indietro, e godere in libertà di quella musica unica nel suo genere che è appunto la poesia. Io oltre non riesco ad andare. Al fondo penso che la parola filosofica, a fianco di quella poetica, ma non con essa confusa, collabori a dare un senso a tutto quanto, per provvisorio che sia. E comunque ben vengano le antiche divinità degli alberi quando ci perdiamo finalmente nel corpo della madre natura…

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