Frammenti d’esilio, 13

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Questo dovevo dirvi. È in una sera
dipinta sulla seta che vi lascio…
Vittorio Bodini

 

frammento 13

401. Eh no, amico Kiarostami, se noi fossimo sempre consapevoli del fatto che ogni attimo computato sull’orologio ci avvicina di quell’attimo alla morte, non potremmo, letteralmente non potremmo vivere, impazziremmo per il panico del senso che diventerebbe imprendibile alla mente e della mancanza di tempo che verrebbe giustamente percepita come inarrestabile. Infatti, nella percezione del tempo che passa, noi abbiamo da sempre elaborato (per natura, verrebbe voglia di dire), a fronte dell’estensione di tempo computabile mediante l’aritmetica sulla linea (che per noi uomini è finita, e per gli dei è infinita) retta della serie in cui tutti gli attimi sono equivalenti nel loro passare, l’intensione della durata che rende flessibile, mobile, dilatabile l’attimo aritmetico della serie, fino al piccolo infinito che, per noi uomini, coincide con l’assoluta impercettibilità dell’attimo stesso, di modo che il suo passare risulta inavvertito e ci sembra che nulla mai debba finire. L’altra via è quella di Severino, ma risulta impraticabile nella vita quotidiana, almeno per ora, per quel lunghissimo ora che aspetta l’ente chiamato uomo all’appuntamento con l’altro inizio del pensiero. Così, amico Kiarostami, c’è della malvagità consapevole nel dichiarare al critico ingenuo che non ha capito il tuo film: «Ti sei avvicinato di un’ora e mezza alla tua morte». Anche tu, ma, appunto, mentre lui si è annoiato ed è affondato nel computo temporale dell’estensione impietosa e uguale per tutti, tu hai potuto comunque fruire dell’intensione per l’attesa di una gloria che non mancherà di angosciarti anch’essa, eh già, perché anch’essa nel suo cominciare finirà, e quando lo saprai bene non ci sarà forse nessuna Cannes e nessun pubblico, benevolo o malevolo che sia, a fartelo dimenticare.

402. Ancora una volta, il sogno. Questa volta ti ha messo di fronte ad un’ipotesi sul tempo: alla sua orizzontalità, alla sua verticalità, alla sua serialità, alla sua sintesi suprema, quella dell’attimo. Chissà se la musica può servire a illustrarne il senso? Il sogno parrebbe rispondere che, sì, lo potrebbe, ma non qualsiasi musica. E allora quale? Si pensa alla complessità, appunto orizzontale e verticale, della polifonia, alla magia dell’istante musicale in cui convergono due o più linee melodiche imparentate tra loro, uguali e diverse, e al tempo stesso alla serie, o meglio, alla sequenza che pone in serie gli istanti, i punti, le note, a formare le linee melodiche, e a formarle oltre l’istante, appunto, nel tempo, in quello che la sequenza si lascia alle spalle e che fa da memoria e da fondamento per quel che segue e che ha ancora da essere, ma che si può inferire se alla sequenza sono date regole. Ma il tempo? L’esperienza del tempo? E’ dunque l’esperienza del tempo esperienza dell’incastro dell’orizzonte sull’altezza, o della linea sulla profondità? E questo, peraltro, sia che si riconosca il tempo come una forma a priori della nostra sensibilità, sia che lo si consideri come vissuto coscienziale. Nel sogno, l’istante della convergenza di tutte le linee del vissuto sull’istante metteva capo al rumore di fondo del mondo, all’incomprensibile in quanto insensato, in quanto inanalizzabile, indecostruibile, un tutto omogeneo e lucido che non offre tane di rifugio, incrinature su cui far leva, impurità da invocare come destinali al fine di giustificare la nostra incongruenza, la nostra impotenza, la nostra incapacità, il nostro odiosamato dilettantismo. Così, nel sogno la soluzione provvisoria consisteva nello spingersi, con rassegnata semplicità e senza incanto, piano piano sulla line melodica del presente passato prossimo e venturo, restando nei pressi dell’istante ma senza lasciarsene bruciare, poiché una riflessione pura sull’istante coincide con l’unico istante in cui questo sarà forse possibile, l’istante della morte.

403. Quando arrivi in fondo ad un compito, il senso del dovere viene sottoposto ad una duplice pressione: da un lato si allentano le gomene che ti tengono ancorato, tanto è il desiderio di prendere il largo verso il nulla del fare coatto, verso la mancanza di scopi e di senso che concilia in sé angoscia e liberazione, volo e soffocamento; dall’altro queste stesse gomene, al fine di consentirti di concludere l’opera, ti tengono teso oltre ogni sopportazione, oltre ogni automatismo, e ti sospingono più che mai al raggiungimento di una meta che, per quanto ormai vicina, ancora non è stata colta, e per esserlo necessita di nuove terribili forze che senti di non avere più. Tensione e allentamento si alternano e ti logorano, cosicché ogni parola che ti esce dal pensiero è il risultato di una fatica che arrivi a giudicare inutile, pur di non soggiacere al suo servizio; ma continui ad andare, ubbidendo ad un cammino che ti sei scelto tanto tempo prima e che ti profilava un senso e un’ulteriorità per lo più mancanti nella gestione quotidiana del dire e del fare. E poi già sai che il tuo imminente riposo durerà poco, perché (tra un anno, tra due, tra tre, chi lo sa) ti ritroverai con lo stesso desiderio di riprodurti in parole e di stupirti del poco e del tanto che quotidianamente ti escono dalle mani che scrivono. Tu non lo sai bene, e rischi di non saperlo mai bene, ma se il caso vorrà che tu possa rileggerti ( e affinché questo accada sarebbe necessario che passasse almeno un decennio dalla stesura dei concetti) scoprirai in queste pagine il lento farsi e disfarsi della tua identità, del tuo linguaggio, di ciò che il senso comune chiama “la tua vita”, e che forse è tutto ciò che resta. Che se poi non ce la farai, e la rilettura sapiente e commossa delle tue parole mancherà, nell’istante della perdita di sé avrai anche perso il desiderio di quelle parole, il gusto della loro appartenenza, la fatica del senso che attribuivi loro, perderai tutto, tutto quanto il senso comune chiama e continuerà a chiamare “la tua vita”, e che non conterà più nulla per nessuno, perse come saranno quelle parole, persa come sarà la tua identità nell’eterno che non lascia tornare l’identico se non manifestarlo assolutamente diverso e altro dal noto.

404. Distinguere, in quello che fai, la parte destinata agli altri e quella destinata a te stesso è quasi sempre impresa inutile e disperata. Bisogna accettare di buon grado quella che all’analisi appare una doppia destinazione, ma che nel suo farsi tale invece non è. La destinazione è unica soprattutto se si pone attenzione alla configurazione plurale del Sé, per essenza composto di Sé e di Altro da Sé, cosicché, quando si pensa di destinare a sé l’azione e il suo risultato, in realtà, e già all’origine, quanto andiamo facendo è per altri, è per l’Altro da Sé che il Sé è per essenza. Eppure è necessario pensare che quanto si fa lo si fa per sé o almeno anche per sé; d’altro canto, l’Altro da Sé non esaurisce il Sé, così come il Sé non si riduce a Sé: è in questo doppio movimento che l’analisi dell’agire e il farsi dell’agire sembrano non sovrapporsi. Alla cecità analitica dell’uno nella sua immediatezza corrisponde l’incapacità dell’altro di una sintesi reale: l’agire, quanto alla sua destinazione, è condannato a muoversi tra un giudizio di apparente egoismo destinale e quello di un incomprensibile riverbero essenziale sull’alterità sempre e comunque. Delle due esposizioni estreme la seconda è preferibile perché almeno riesce a leggere, se pure con impotenza risolutiva, la struttura del Sé-che-agisce; certo, la legge al di fuori di qualsiasi verifica, perché nell’azione la verifica della sua procedura implicherebbe di necessità quella stessa immediatezza antianalitica che si vuole cogliere al suo nascere mediante l’analisi. L’analisi stessa è una forma dell’agire, è uno dei casi in cui l’agente e l’agito si sovrappongono e implicano una sorta d’impossibilità. Come può un soggetto diventare oggetto d’analisi per se stesso? L’autoanalisi è impossibile perché l’uno diventa due: colui che intende analizzare (fare l’analisi) è anche ciò che intende essere analizzato da quello stesso che conduce l’analisi. In questa impossibilità il rimando è forse all’infinito, il che significa non tanto che non ci si possa analizzare, che non si possa conoscere in profondità il proprio agire ecc, quanto che l’analisi non finisce, non può finire, poiché l’azione è sempre presupposta nel giudizio sull’agire come il risultato giudicante dell’agire stesso, come un involversi entro sé nell’oscuro labirinto che ci fa dei Sé coimplicati in ogni occasione del fare del dire e del pensare da tutti gli altri reali e potenziali Sé con cui monadisticamente interagiamo o potremmo interagire o abbiamo interagito. In questa mescolanza incomprensibile e inattingibile sia al senso comune sia all’analisi sta ciò che intendiamo con la parola “umanità”, l’apparente astrazione di quella concretezza che ognuno di noi, per Sé, crede di essere soprattutto e per lo più.

405. La grande quantità di pagine scritte da un intellettuale di professione corrisponde forse al gran numero di idee che ha posseduto o da cui è stato posseduto, che ha prodotto o che ha ricevuto? L’arte del commento è il segreto della quantità di pagine che si scrivono; ma il commento alla pagina d’altri equivale al possesso di un’idea propria o è piuttosto segno di una passività di fondo nei confronti delle idee altrui, che dunque in prima battuta ci possiedono prima (o piuttosto) che si sia noi a possederle? Il fatto è che si comincia a pensare solo quando s’impara a ricevere le idee dagli altri: commentare il pensiero altrui è allora un pensare proprio? Sì, se l’avvenuto possesso del pensare altrui ci fa pensare in proprio, a patto che si sappia che cosa vuole dire tutto questo. Anche perché comprendere il pensiero altrui è già così difficile che presumere, su questa base incerta, di pensare in proprio costituisce una pretesa senz’altro eccessiva. D’altra parte, è da escludere che si pensi senza conoscere l’altrui pensiero: l’impressione è che il fatto di pensare sia il risultato di una staffetta in cui la cosa da pensare passa di generazione in generazione attraverso la parola diretta (beato chi se la può permettere, e forse beato chi ha avuto un maestro che lo ha introdotto al pensare) e attraverso i libri. E’ però anche vero che capita ben di rado nella vita di vivere l’esperienza di un’urgenza di pensiero, tale da consentirci di pensare che siamo davvero noi in quel momento a produrre pensiero; peraltro, è un inganno. Infatti, quell’urgenza è il segno di un’eccedenza di pensiero altrui che ci ha colmato l’anima ad un tal livello di guardia che il normale, silente, inavvertito metabolismo compiuto da quell’ape laboriosa, meticolosa e un po’ inconsapevole quale noi siamo (quando va bene), non basta più (sembra non bastare più) e oltrepassa l’inavvertita soglia in cui non pensiamo di pensare: è allora che crediamo di pensare in proprio, e ben venga un tale inganno, dal momento che ci riempie di gratitudine e di gioia, e ci fa scrivere e parlare. E questo vale sia per l’intellettuale di professione sia per il dilettante la cui parola, detta o scritta che sia, non esce da casa sua ed è confinata alla pazienza di pochi amici. Anzi, l’intellettuale di professione è meno consapevole dell’andamento delle cose, anche perché deve recitare pubblicamente la parte del filosofo, e dunque non può pensare di essere soltanto il passamano del pensiero generale della sua epoca. Deve poter pensare di essere se stesso in quanto filosofo, e infatti lo dice, e lo scrive nei manifesti che annunciano le sue conferenze, nelle quali per lo più, appunto, commenta il pensiero di coloro che sono venuti prima di lui. Niente di male in tutto questo: dal momento che il pensiero è sempre commento del pensiero altrui, a sua volta commento del pensiero d’altri, e così via. Quel che c’è di male non sta nel risultato del pensare che ne viene, che va valutato per quello che è rispetto all’assunto di partenza; sta invece nella ricaduta falsamente “umanistica” che permette all’operaio delle idee di chiamarsi fuori dalle maestranze e di autonominarsi architetto dell’intero edificio. Come si sa, di veri architetti (e l’architetto è spesso il primo a riconoscere il debito di riconoscenza nei confronti dei maestri) in un secolo ne nascono quanto le dita di una mano, tutti gli altri… Tutti gli altri eseguono, ornano, commentano.

406. I sentimenti sono il luogo di tutti gli equivoci. Molti invocano a gran voce i fatti a supporto della pronuncia dei sentimenti; hanno ragione, non esistono sentimenti senza fatti: i fatti sono l’esperimento cui i sentimenti vanno necessariamente sottoposti affinché risultino, a loro modo, “veri”. Soprattutto i sentimenti positivi si nutrono di parole, e i fatti latitano, sostituiti da quel fatto, le parole appunto, che non sono mai un fatto, tranne in quei casi (pochi) in cui la fatticità esige una pronuncia verbale affinché s’inneschi la sua procedura virtuosa. Ma spesso i fatti vengono per forza di cose dopo, e talvolta non vengono riconosciuti come fatti comprovanti quel certo sentimento: il potenziale equivocante dei sentimenti è così forte, e inganna con tanta efficacia e con tale frequenza, che travolge la lucidità, per esempio in amore, la sola a consentire quel riconoscimento, quella prova d’autenticità. Affidarsi alle parole scritte, in amore, è l’errore più clamoroso: nessuna donna o uomo delusi è in grado di capire se colui che sta scrivendo sta esprimendo sentimenti genuini o camuffati, spesso non comprende nemmeno il senso letterale di ciò che si sta confessando, e il peggio accade quando chi scrive non espone con burocratica precisione chi è l’Io e chi è il Tu di quanto si è scritto. Poiché capita di vergognarsi quando si vuole accusare qualcuno di essersi disamorato di noi, si teme di fargli troppo male, di sciupare una pur lontana o di fatto impossibile occasione di conciliarsi con esso, allora – nelle nostre parole scritte – l’Io (abbandonato) diventa il Tu (l’abbandonante) e il Tu diventa l’Io, cosicché l’apparente rovesciamento dei ruoli vorrebbe suggerire un messaggio, stilisticamente dignitoso ma effettualmente demenziale, di denuncia dolorosa. Nessun abbandonante capirà il senso di questo rovesciamento, e anzi, interpretando secondo l’apparente lettera, si confermerà nella propria opinione che vuole vedere l’abbandonato come l’abbandonante e lui stesso, l’abbandonante, come l’abbandonato. Fornito di un alibi così efficace, riuscirà facile all’abbandonante abbandonare, e farlo senza complessi di colpa, anzi, considerandosi vittima, lui, proprio lui, di un raggiro, di un inganno, di una decisione che comunque aveva previsto, di una malvagità perpetrata senza che lui ne sapesse nulla. Più che il luogo di tutti gli equivoci, allora, i sentimenti sono il luogo di tutte le relazioni perverse che covano nel segreto della reciproca gratificazione e che esplodono quando meno te l’aspetti.

FRAMMENTI D’ESILIO, 13

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7 pensieri riguardo “Frammenti d’esilio, 13”

  1. E’ un’arte davvero difficile, che va rinnovata ogni giorno, giorno dopo giorno, per tutto il tempo che dura la relazione. Più che un trucco, credo si tratti di estrema lucidità comportamentale, in gran parte inconscia, come se fosse iscritta nel dna storico (non genetico) di migliaia di generazioni che si sono succedute sperimentando sempre gli stessi problemi di fondo, malgrado le mille forme diverse assunte dal fatto di porsi in relazione affettiva. Lucidità inconscia? sembra un paradosso, di più, una contraddizione, eppure credo che sia così, anche se nessuno può avanzare mai sufficiente “esperienza” per affermare che è “sempre” così. Che il tempo, a queste condizioni, non esista più, ebbene, sì, anche qui condivido. Ma il tempo è soltanto una “forma a priori” della sensibilità, in sé non esiste, ne siamo fatti e i sentimenti ne sospendono la coscienza consentendoci di vivere quegli stessi sentimenti nel migliore dei modi possibili.

    1. la lucidità inconscia somiglia molto a una sapienza innata :-)
      quando uscirà il mio *Geografia dell’altrove” te ne manderò molto volentieri una copia, Gianmarco caro!
      dovrai farmi sapere il tuo indirizzo …

  2. Il titolo è notevole. Leggerò con piacere. Ti manderò il mio indirizzo via email, anche se credo che (contro il mio volere) esso compaia da qualche parte cliccando il mio nome su google. Purtroppo io non ho mai pubblicato versi (se non in questo sito prezioso) e non posso ricambiare alla pari.

    Quanto all’equivalenza sottesa dalle tue parole, forse più che ‘sapienza’ è una disposizione temperamentale, anche educata nel tempo dall’esperienza. Un po’ come la prudenza di fronte a certe situazioni, o la diffidenza iniziale nei confronti dell’estraneo. Non so come dire. Probabilmente, rispetto a questi temi, vige la provvisorietà definitoria; la descrizione “letteraria” (tendenzialmente) è più estesa, ma consente, per quanto allusiva, una maggior precisione. Ad essa mi affido più volentieri che ad altre modalità di scrittura. E’ questa anche una delle grandezze della letteratura, della sua insostituibilità.

    1. Ricevuto e risposto, grazie di cuore Gianmarco, per la tua splendida amicizia e disponibilità ….
      per quanto riguarda la disposizione temperamentale di cui parli, io mi baso molto sull’istinto e sull’ascolto, quando leggo e quando devo esprimere commenti ….l’impatto è determinante, durante una lettura.

      un saluto dai giardini sul lago :-)

  3. Solo una piccola postilla. Adotterò senz’altro questo criterio (istinto, ascolto) quando leggerò i tuoi testi. Credo sia la disposizione migliore, almeno ad un primo approccio. Una seconda o terza lettura complica le cose. Ma anche le approfondisce e, se posso dir così, mi consente di capire il senso anche al di là della prima impressione. Subentra la tentazione di una sintassi del senso, da esprimersi mediante frasi dotate, appunto, di ‘senso compiuto’. Si diventa, se così ci si vuole esprimere, ‘critici’, da intendersi però non come ‘giudicanti’ (il bello, il brutto: sono dimensioni soggettive, di nessun interesse), ma come ‘selezionanti’ (il krinein greco classico) ciò che è importante ai fini del senso e ciò che risulta ornamentale rispetto ad esso. A questo punto ‘comprendo’ quella poesia, la partecipo, penso grazie ad essa, grazie ad essa faccio un’esperienza e mi si apre un mondo che fino a poco prima non era mio e non conoscevo. Di tutto questo, rispetto ai tuoi versi, cercherò di scriverti (via email) a suo tempo.

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