Altroquando (Altro -quando)

evgen-bavcar-gate-with-swallows

Mario Santiago Santoro

 

quale altra luce – Evgen
nel
senzatempo del
le pupille spente,
quale
l’origine, il suono, la voce
l’alfabeto –
quale il nome
segreto delle rondini
che liberi dal sogno
per scardinare il portale
delle ombre –
quale
altra luce, quale altro nome sai
che il giorno non conosce?

 

Altroquando (altro -quando)
Poesie inedite non ancora scritte

 

a Evgen Bavčar

 

mondi che non bastano
agli occhi, visioni
in fuga
in transiti
febbrili –
splendore effimero
di sabbie
evaso dal flusso
che serra lo sguardo

dileguando

visioni, figure
del puro esserci
(dissolte, -ri
fiorenti)
fucina di occasioni
precipizi
accadimenti
e
(senza parole)
nascono
fatiche, astuzie
di senso, fibre
luci veloci
per clamorosi segnali
di voce

(il tempo-soglia
vacilla, in
canta, una
pagina
di riflessi, sospesa
in ritmiche
note
di chimica attesa)

 

*

 

non un mistero
nel quando di urti
e sonno, riserva
primigenia di
polveri
a ordito della pagina

(che –fiamma
ristagna)

membrane
di cenere
sul filo, e secoli
e vento (alita-
no
eventi)
spasmi di occhi
opachi, strumenti
di un prima già
oltre

(altro)

(ombra -forse)

legge d’aria
e suoni
al macero, viventi
(ancora)
per saggezza
ineffabile (in
udibile)
di frantumi

salvezza in
praticabile
di stupori

 

*

 

cedono ombre
fluenti d’acque
al fondo,
rivoli d’erbe
ai fianchi
violate dalla falce

(felci
recise
per covare inverni
onde di accumuli
sillabe
di risacca)

al gelo, a
lume
di grandine e
parole
– che sono terre
e sanguinano
l’arco del sole, reti
di verità grammatiche
incise, da incidere
ri
definire, orlare
(urlando
ore, lontananze
in lotta
con il buio)

 

*

 

luce di qualche
contiguità –
tristezza di recapiti
smarriti
al fondo di
(in)quietudini – al
passo
di lettere musive
dis-
attese

(il breviario
(s)virgola corpi
su pietre
illividite)

in– lividite
ipotesi di volti
in margini e
presenze, sequenze
di risvegli, di
abbandoni
traversando paludi
fanghiglie verbali
farmacopee
di brividi
serali

(l’unica traccia –
la pelle della notte
marchiata
di ferite
sonore)

 

*

 

astri
che colano dalle dita
– dappertutto
in materia
e memoria
di polvere, millenni
al bivio
incerti
nel silenzio delle mappe

(vanescenze)

dove pareva crescere
l’orbita di un
albero – altra
specie
di luce
adusa al morire
che non fa rumore

(non lascia
impronte)

 

*

 

tempo calante
a distesa, a
protezione
del fuoco
che alimenta
e
spegne, sostanza
dispersa
ventosa –di
visibile
ubiquità di vite
in serie, emblemi
forme in successione
meridiane
corpi

(corporea –mente
di ore, un dove
nell’oro
della cenere
-dicono
sapienza, memoria
il lutto
la perdita
l’assenza)

assenze de
cifrabili
giustapposte ai luoghi
nel recinto del-
la lente
verbale
che consola
scrutando il vuoto
in cui si perde

– arde
sfiamma
sfuma nei giorni
oltre
ora

(mai)

 

*

 

(acrobati)

avvolgono echi
tra le pagine di
atlanti in disuso,
liberano all’onda
isole immobili
nel sudario ardente
dello sguardo
(il filo
si intuisce nel
l’acqua
che scorre a ritroso
dal
l’occhio
al fuoco
che nasconde)

respirano nudità
di fonti, in equilibrio
su una corda
annodata di
desideri e
fughe,
descrivendo l’arco
di pochi movimenti,
le immagini
rapprese sulla pelle,
gli accordi in
decifrabili
raccolti
alla curva della sera,
al limitare di un
grido

(in bilico, in
un gioco d’ali
imprevedibile,
confusi,
senza rotta
a un bivio oscurato
di riflessi –
ricordo o lampo
di apparenze,
lontananza in
attingibile o labile
immagine
nello specchio deforme
che confonde
l’alba)

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