Il sogno di Alaye e le voci notturne

In memoria di EMMANUEL CHIDI NAMDI

Bambini migranti annegati

– Tu sei un fuscello per quale nido, Ankindé?
– Tu sei un fuscello contro quale morte, Alaye?

Yves Bergeret

Il sogno di Alaye e le voci notturne

Tratto da Carena (2016, inedito)
Atto III, Slanci (Taluni carpentieri), Poema 3
Traduzione di Francesco Marotta

 

Nel cuore della notte a Aidone
un sogno orrendo sveglia di soprassalto Alaye.

Ha visto che l’acqua si è ritirata dal mare.
Ha visto che le valli immense del fondo del mare
sono completamente prive dei venti e dei colori della vegetazione.
Ha visto che le valli sono mute e prive di vita.

Ha anche visto lungo i pendii del fondale marino
i cadaveri gonfi e grigi di quelli che caddero dai barconi,
di quelli la cui pietosa imbarcazione colò a picco.

Ha visto che la forma del fondo marino
è quella di un scafo smisurato
o il calco di una enorme carena vuota senza prua né poppa
o la cavità di un teschio gigantesco.
Ha visto che quel teschio è il suo
e tutti quei cadaveri muti sono i suoi stessi occhi,
le sue narici, la sua bocca.
Il silenzio lo tortura e lo fa risvegliare.

Le rive e il fondo prosciugato del mare
non producono rumore né suono né parola alcuna.
Lui, la cui energia giovanile è pura profezia,
non può rimanere in quel silenzio.
Si alza, va a scuotere Ankindé che dorme tranquillo
e gli chiede di accompagnarlo subito
sulla cima della collina sovrastante il borgo.

*

Sulla sommità della collina, guardando verso l’alto
si vede che la notte nera cessa di essere nera,
cessa di essere vuota.
Nella lingua più segreta della savana
che essi non hanno mai lasciato, né la lingua né la savana,
perché ne sono l’ultimo attributo,
la radice più verde,
la spina più vigorosa,
in quella lingua misteriosa
insieme o alternandosi, parlano.

“Guarda, un volo d’anime zampilla dalla rupe dei suicidi.
– Uno stormo di rondini afferra la luna come un insetto.
– La mia mano è una vespa.
– La tua mano è un’ape.
– La mia mano è un martello.
– La tua mano è un pennello.
– Gli uccelli cercano per noi chiodi nella luna.
– Io non ho una porta.
– Essa sbatte ininterrottamente.
– Scavo una porta nel cielo.
– La forma della parola che non esiste
è la maniglia della porta.
– La forma del nome che cerco
è lo spazio della porta aperta
scardinata mille anni fa.

– La mia fronte è una vespa.
– La tua fronte è un’ape.
– La mia fronte quando prego
raschia il fondo della sofferenza.
– La tua fronte non ha più bende.
– Gli uccelli divorano gli insetti.
– Tu sei un fuscello per quale nido, Ankindé?
– Tu sei un fuscello contro quale morte, Alaye?

*

– Nessun fuoco mi brucia.
– Su ogni incendio io verso lacrime.
– Guarda il vulcano, guarda la sua punta rosso fuoco.
– E’ lui che ha prosciugato il mare.
– Il mare è vuoto,
il tronco del vulcano è gravido.
– Salute a te, gola rauca che soffiando generi l’orizzonte!
– Tu sei il fuscello e l’ape, Alaye.
– Tu sei la brace e la vespa, Ankindé.

*

Mia madre è morta da dieci anni,
io non ho una sposa, dice Ankindé.
– Mia madre e la mia donna mi guardano
dall’alto della cavità del mare, dice Alaye.
– Io sono il bambino sperduto tra le sabbie
e anche l’ape senza alveare che lo guida.
– E io sono il bambino muto,
le parole vagano sulle mie guance lisce.
– Io sono la prima lamina nominabile del vento futuro.
– Io sono il terzo fuscello
e il fulcro di legno che sorregge l’intera volta della nostra carena.

*

– Tu sei il vuoto nel vuoto
e il buco in fondo al mare
dal quale defluì tutta la sua acqua chiara e scura.

– Io sono l’ombra del sale
che rendeva scura l’acqua del mare.

– Tu sei la carne molteplice degli annegati.
– Io sono l’ardua speranza che li aveva spinti verso la riva
fino alle barche imputridite.
– Io sono il rimpianto e il tramestìo.
– Io sono la disperazione e la speranza.
– Io inchiodo e calpesto.
– Io assemblo trentamila fuscelli.
– Io assemblo centomila tavole centomila corpi.

– Centomila corpi ci pensano.
– Il vulcano riluce nella notte scura e chiara”

*

Non è fuggito, non è pieno il mare;
va e viene giù in fondo alle frasi
alternate o unite che Ankindé e Alaye intrecciano
sulla cima della collina.

*

Rimasto solo nella loro stanza Husséni dorme
al ritmo ampio e lento di ciò che batte
alle sue tempie : il flusso e il riflusso
degli uomini, il movimento del mare
reale e scomparso, l’alto e il basso delle frasi
di Ankindé e di Alaye.

 

Alaye e Ankindé

 

Le Rêve d’Alaye et les voix de nuit

Yves Bergeret, Carène (2016)
Acte III, Elans (Certains charpentiers), Poème 3

 

Au milieu de la nuit d’Aidone
un rêve acide réveille en sursaut Alaye.

Il a vu que l’eau s’est retirée de la mer.
Il a vu que les vallées immenses du fond de la mer
sont dans l’ignorance complète des vents et des couleurs de la végétation.
Il a vu que les vallées sont muettes et vides de vie.

Il a vu aussi dans les pentes du fond de la mer
les cadavres gonflés et gris de ceux qui tombèrent des barques,
de ceux dont le rafiot minable coula.

Il a vu que la forme du fond de la mer
est celle d’une immense coque
ou est l’empreinte d’une immense carène vide sans proue ni poupe
ou l’intérieur d’un crâne géant.
Il a vu que ce crâne est le sien
et tous ces cadavres muets sont ses propres yeux,
ses narines, sa bouche.
Le silence le torture et le réveille.

Les rives et le fond asséché de la mer
n’émettent ni bruit ni son ni aucun mot.
Lui dont l’énergie juvénile est pure prophétie
ne peut rester dans ce silence.
Il se lève, va secouer Ankindé qui dort à poings fermés
et lui demande de l’emmener tout de suite
tout en haut de la colline en haut du bourg.

*

En haut de la colline tout en haut
se voit que la nuit noire cesse d’être noire,
cesse d’être creuse.
Dans la langue la plus secrète de la brousse
qu’ils n’ont jamais laissées, ni la langue ni la brousse,
car ils sont le dernier adjectif,
car ils sont la plus verte racine,
car ils sont la plus vigoureuse épine,
dans la langue la plus secrète
ensemble ou en alternant ils parlent.

“ Regarde, une volée d’âmes jaillit du rocher des suicidés.
-Une bande de martinets attrape la lune comme un insecte.
-Ma main est une guêpe.
-Ta main est une abeille.
-Ma main est un marteau.
-Ta main est un pinceau.
-Les oiseaux vont nous chercher des clous dans la lune.
-Je n’ai pas de porte.
-Elle claque sans cesse.
-Je creuse une porte dans le ciel.
-La forme du mot qui n’existe pas
est la poignée de la porte.
-La forme du nom que je cherche
est le vide de la porte ouverte,
dégondée il y a mille ans.

-Mon front est une guêpe.
-Ton front est une abeille.
-Mon front quand je prie
racle le fond de la souffrance.
-Ton front n’a plus de pansement.
-Les oiseaux dévorent les insectes.
-Tu es brindille pour quel nid, Akindé ?
-Tu es brindille contre quelle mort, Alaye ?

*

-A aucun feu je ne brûle.
-A chaque incendie je pleure.
-Regarde le volcan, regarde sa pointe rouge feu.
-C’est lui qui a asséché la mer.
-La mer est vide,
le torse du volcan est plein.
-Salut, gorge rauque qui en soufflant engendres l’horizon !
-Tu es l’étincelle et l’abeille, Alaye.
-Tu es la braise et la guêpe, Ankindé.

*

Ma mère est morte depuis dix ans,
je n’ai pas d’épouse, dit Ankindé.
-Ma mère et ma femme me regardent
par dessus le creux de la mer, dit Alaye.
-Je suis l’enfant perdu dans le sable
et aussi l’abeille sans ruche qui le guide.
-Et moi je suis l’enfant muet,
les mots butinent mes joues lisses.
-Je suis la petite écaille nommable du vent futur.
-Je suis la troisième brindille
et la cheville de bois qui tient toute la voute de notre carène.

*

-Tu es le vide dans le vide
et le trou au fond de la mer
par où se vida toute son eau claire et sombre.

-Je suis l’ombre du sel
qui faisait sombre l’eau de la mer.

-Tu es la chair multiple des noyés.
-Je suis l’espoir épineux qui les avait fait courir sur la berge
jusqu’aux barques pourries.
-Je suis le regret et le piétinement.
-Je suis le désespoir et l’espoir.
-Je martèle et piétine.
-J’assemble trente mille brindilles.
-J’assemble cent mille planches cent mille corps.

-Cent mille corps nous pensent.
-Le volcan luit dans la nuit sombre et claire. ”

*

Ni enfuie ni pleine n’est la mer ;
elle va et vient dans le bas des phrases
alternées ou ensemble que tressent Ankindé et Alaye
en haut de la colline.

*

Resté seul dans leur chambre Husséini dort
au rythme ample et lent de ce qui bat
dans ses tempes : c’est le flux et le reflux
des hommes, c’est le mouvement de la mer
réelle et enfuie, c’est le haut et le bas des phrases
d’Ankindé et d’Alaye.

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16 pensieri su “Il sogno di Alaye e le voci notturne”

  1. Unisco il mio ringraziamento a quelli dei commenti precedenti e aggiungo che proprio Yves Bergeret da anni e anni gira il mondo per incontrare le voci migranti e dei migranti: l’esatto contrario dei poeti sedentari e saputelli di casa nostra (vedasi anche l’assordante silenzio di poeti e poetini, scrittori e scrittorucoli circa l’assassinio di Emmanuel Chidi Namdi che anche giornali sedicenti progressisti continuano a chiamare “il Nigeriano”, alimentando con un uso irresponsabile delle parole il clima di odio e di razzismo che sono molto forti in questo Paese).

  2. Credo anch’io che si tratti di un’opera “importante” e di “tremenda bellezza”. Ho avuto modo di leggere tutti i frammenti tradotti del terzo atto, sui cinque complessivi, che Francesco mi ha passato. Mi ha detto che secondo lui quest’opera è un capolavoro, attraversata dal respiro e dalle cadenze della grande tragedia greca. Sinceramente non so cosa sia un “capolavoro”, ma se le altre parti sono di questo livello, qualunque cosa il termine significhi ci siamo molto molto vicini.

    M.S.

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