Estinzione di chiarìa

Gabriel Pacheco, 2011

Marina Pizzi

 

Estinzione di chiarìa
(2016, inedito, testi 1-13)

 

1.
Giro giostra l’album delle foto
Mi sconquassa il perimetro dell’oggi
Sotto elemosine perdute.
Durezze dentro bestemmie
Calamite infantili le stoppie di falò
Col rantolo della specie incenerita.
Mitraglia nel petto vivere ancora
Al cospetto dei dadi da lanciare
Enigmi misterici. Gerundio sotto il caso
Dell’occaso essere viva candela caduca
Patrigno resto da spendere.
Invano la farsa del passo
Incede vanità del cerchio e chiodo
Dove domestico è il dono. Arte del pomo
Di Adamo la modalità del trucco fato di sé.
Il pensiero ossessivo mi riguarda
Fachiro di me che sto morendo
Nel dondolio del bacio che mi dài.

 

2.
In treno vorrò andare appena morta
Per visitare le borse e le valigie
Ingenue con bare che già le attendono.
In fase di carcassa respirerò ancora
La nenia azzurra delle volpi il genio
Risoluto contro il demone pessimo
del fido. Cariatidi del male sempre allerta
i vampiri prossimi. In cielo è già frode
di soqquadro le rendite inutili di calarsi
storie del vano epoche discordi.
Nuvole pagane le donne senza velo
Accarezzano il cadavere caldo prima
Che lo prenda la corazza del gelo despota .
Ignudo il dolore di cavarsela
Senza vanteria di nessun partigiano.

 

3.
Rancori di aquiloni essere appesi
Stipati contro nuvole che amano
Le parti illese libere pasquali.
Qualità di enigma comunque le arti
Che incontrano gli angeli comuni
Le multe oscene scimunite in terra.
Ammuffa la mia vita sperperami la nuca
Con i fardelli atavici del pianto
Far sì che il tempo sia provato.
Alunna affacciata all’ogiva
Freccia a lanciarmi con l’arco
Alla faccia di caverna pro vernacolo.

 

4.
Ambulante di amore il mio teschio
Bastardo uovo che non si ruppe
Al battesimo del dolo.
Tu dove appendi le tue salive?
In braccio al cane ho dovuto
Morire d’asma stramba quanto
Un’elemosina ricchissima.
Andate via, non vi voglio più
Con le speranze azzardate
Le vostre zattere teatrali.
Nessun amico ho trovato costale
Né stamberga un bacio qualunque.

 

5.
Rondine fasulla perdere
Le dita a contare la morte
L’ossario delle fosse
Dove arranca il cipresso.
Presso la penombra del coma
L’ombra del pianto perpetuo
Dentro la ronda di non capire
Il principe cantante.
A muso lungo l’eterno
Nome di famiglia eccidio.
Perfetti casi di veglia
Le rondini principesche
Come le esche che muoiono
Infilzate. I randagi senza ciotole
Sono la moltitudine del fatuo
Il tuo moribondo dado di dato.
Morii perfetta scatola di scacchi
Senza mai aver giocato
Né riordinato cassetti.
Gli atti rantoli sono bracciali
Per le danze tumefatte.
Marcì l’aroma del Caro Estinto.

 

6.
Svetta il sudario
Despota il veleno.
L’analisi del sangue
Fa guerra al mito
Darsena e cipresso.
Sul mite amico scorticato
Si fortifica la legge
Di dover morire
Unguento di sciatteria
L’ultimo sguardo.
Immane aureola credere
Se la maligna fanga
Impera gaia: uccide.
Oggi ricorri morto
E la blasfemia del tolto
Dama avanza panica scortese.

 

7.
Dio del piano terra questa
Bestemmia.
In mano alla trottola del filo
Torto sto rigagnolo di me.
Le bestiole sono grandi perché
Conoscono il silenzio, noi siamo
Pieni di parole. Le lucciole di
Pasolini ci sono ancora, l’estate
Non le ha fottute. Tremola la
Mole un’erba senza pace ché
Sotto ci sono i cadaveri vegliardi
Di baci negati. Il frullio del tronco
Occupa un cane randagio a dormire
Cullato. Con le pasticche incatenanti
Sto sotto chissà. La resina è l’intelligenza
Contro le mosche, serve a chi è assediato.
Odiato stato lo strozzo di nascere.

 

8.
Fuliggine di scarto il ricordo
Non più domestico ma fuggitivo
Nel vano ascolto con le belle arti
Tradite dal municipio. Pia faccenda
Simulare dio da sotto il salice piangente
Lacrime di gerundio. Il volo del suicida
È la mia nuca giammai materna
Ma tetra origine di salsedine e discole
Marionette false al moto di cammino.
A vent’anni vidi la Russia
Il gran Paese d’anima.
Il sortilegio del baco da seta
Non mette al mondo stoffe.
Ferita rantolo gerla d’insetti
Malefici figliocci d’inferno.
Adottami madre ancora una volta
Per farmi migliorare il dettato
Verso la fonte che trascina meretricio.

 

9.
A me parrà lo sguardo enigma
Elefante tragico del fisso
Con la tartaruga per sposa.
Nel silenzio cadono i frutti
Lasciati marcire. Sul fronte
Della fronte l’eutanasia sia.
Il bel ribelle l’eletto principe
Del pane salso qui sia latore di altezze
Memorie paniche che sgretolano
La sacra torre. L’eredità del fango
Contagia addirittura le nascite
Le donne scisse che non amano più.
Morirò a Roma città patema e d’ansia
Sinistro occaso tremula maniglia
Che non soccorre. Viscida la luce
Del mio attendere mortale il mortale
Con la rondine bambina ballerina
Lirica di sé e balbuzie.
L’età sghemba oramai falcia
Chiunque varchi una cicala partigiana
Calata dalla calca dei cadaveri.

 

10.
In collegio andavo in parlatorio
Con il cuore in gola.
Con la blasfemia del dopo
Ho imparato l’identità
Della lapide.
Lapidata da un farmaco comatoso
Persi la dritta dello sguardo
Per un dolo a tema fratellastro.
Al museo dei gessi ho perso
Il volto, l’alunno ossuto di non
Capire niente. A frotte le liti
Mi consumano l’asinello bonario
Sul pendio solo. In pasto alle reti
Tutta la vita. Niente mi arride
Mai più domani. Sono orfana
Con le falle nel petto il tremolio
Delle vene. Gerundiale addome
Le leccornìe appese alle rupi in lontananza.

 

11.
Verbali di acciaio vederti
Tinto dal bitume della solitudine
Dove la tara è più forte del rantolo
Autentico torto il tempo.
In treno vorrò andare appena morta
Per visitare le borse e le valigie
Ingenue le bare che già le attendono.
In fase di carcassa respirerò ancora
La nenia azzurra delle volpi il genio
Risoluto contro il demone pessimo
del nido.
Il mio cadavere s’impiglia
Giovane avanguardia d’impiccagione.
Ho salute dal panico di andarmene
Messa a soqquadro dal fanalino di coda
Qualunque sia l’Apollo della ruggine.
In meno di una ventola mi spense
Ardore, la bella frottola del canile liberato
Dal dovere di vivere non a caso.
Recidiva la ciotola del sangue
Fa guardinghe le vedove alle trappole.

 

12.
Vetusto alberello della mia cuccia
Quando persi le torte di compleanno
Per un annoso proverbio mortuario.
Giammai guarigione fu per me la vita
La vita stretta da una cinghia apolide
Prontuario domestico l’agonia.
L’estuario del torto fu sempre aperto
Il flusso di pensieri fu catena
Nana la boria di non morire subito.
In mano alla palestra della strada
Incontrai randagi senza elemosine
Tratti duri oltre l’acciaio.
Venerande comete le frottole
Le tane ossute di perdere sempre
Brevetti occasionali molto dolorati
Dove si stemma sotto la pioggia il fato.
Sulle altalene crepano i poeti
I pani raffermi con le fitte al cuore.

 

13.
Nomiciattoli elementari ormai attendere
Che si faccia verdetto la trottola
Che all’improvviso si ferma.
Qui accanto le vedove del pane
Mangiano sterpi per illudersi
Sotto le canaglie di fati a squasso.
In mezzo alla piazza San Francesco torna
Per festeggiare le bestiole abbandonate
Con cumoli di cibo e botanici gli occhi.
Mio guardingo Giotto la mia casa
Piena di angioli senza meraviglie
Appena nati i cipressi senza tombe.
Brevetto di cicale l’estate statica
Carogna di sé nei falò dei campi.
Di ruggini partigiane le giostre
Accudiscono fanciulli per non farli
Cadere. Corre la donna un’isteria nuova
Una viandanza fàtica senza calessi
Né sterpi prossimi al camino. Mina
I calcagni la calura così ne muore
Loquace passero ladrone e dotto.

 

Gabriel Pacheco, 1

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