Carena: il poema della parola che accoglie

Peinture de Soumaila Goco Tamboura

Francesco Marotta
Carena: il poema della parola che accoglie

     Opera di forte impatto etico e di grande suggestione poetica, epica e corale come una tragedia greca o un canto rituale modulato sui ritmi ancestrali delle civiltà dell’oralità diffusa, “Carena” rappresenta uno degli esiti più alti e significativi dell’intero itinerario artistico e intellettuale di Yves Bergeret.
     Un percorso caratterizzato, fin dalle sue origini, dal confronto e dal dialogo con i più svariati paesaggi umani e culturali, dalla sapiente e originale ricezione e rielaborazione di temi, stili, generi e ambiti del complesso immaginario creativo delle tante realtà attraversate: una ricerca sorretta da una naturale predisposizione e capacità di ascolto delle voci e dei suoni della terra e degli esseri che la popolano, dall’assidua, attenta e partecipe lettura dei segni del mondo e della lingua dell’altro.

     Anche i suoi “interventi” plastici e grafici, da sempre parte integrante del lavoro di progettazione, organizzazione e “scrittura” di tutte le sue molteplici produzioni poetiche, realizzate prevalentemente all’aperto, a diretto contatto con l’ambiente fisico e i suoi incessanti flussi sonori, concorrono in questo “poema” alla definizione delle coordinate spaziali e simboliche entro le quali l’arca futura prende forma e inizia il suo viaggio, inalberando come vessillo il “respiro” che ogni creatura vivente, ogni elemento naturale, lascia come “segno” indelebile, come “voce” che “dice” la sua presenza e il suo cammino sul sentiero dell’esistenza che gli è data e che gli è propria.
     Inscindibile dalla trama testuale in cui compiutamente si esprime e dal riferimento immediato ai luoghi naturali e antropici dove diventa creazione-in-atto, “risorgenza e erranza pura del colore”, il gesto pittorico risponde alle medesime esigenze di irradiazione seminale e di testimonianza del vivente, si orienta e si predispone all’incontro con l’altra parola, col canto molteplice e incessante, dalle mille lingue, che come un “bordone” attraversa le pianure e i mari, le montagne e i deserti, le epoche della storia e le ere geologiche, convogliando le voci in un “coro” in perenne, inestinguibile movimento: un “grande racconto”, senza inizio e senza fine, in cui tutti gli esseri, tutti gli elementi del reale in ogni sua possibile forma e manifestazione comunicano intensamente, ognuno con la sua irripetibile e irriducibile voce.

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4 pensieri su “Carena: il poema della parola che accoglie”

  1. Commosso e schermendomi ti ringrazio, Francesco. Yves Bergeret è un incontro, umano e artistico, che devo proprio a te e alla Dimora e del quale non saprò mai ringraziarti abbastanza. Se tutto questo viaggiare, leggere, scrivere e scambiarsi idee potesse servire a fare dell’Europa una terra più accogliente, più civile, maggiormente capace di dialogo e curiosa nei confronti di chi viene da un po’ più lontano…

  2. Caro Francesco, ho letto il testo e credo di aver aperto leggendo il grandissimo varco del desiderio (che mi si era già pronunciato leggendo parte del poema di Yves grazie alle tue traduzioni) che Carena possa essere presto il libro importante che è. E’ chiarissimo il tuo essere dentro la ricerca di Bergeret, e questo rende, al punto raggiunto dalla sua “parola” con questo poema, il tutto sì commovente e, come dire, se possibile ancora più necessario al lavoro che in questo preciso momento, come dici, l’arte (la poesia) possono fare e altri verbi intorno al fare, come compiere. Antonio Devicienti è a mio avviso “perfetto” destinatario – perché altro/a “componente” di questa ricerca attenta e vivissima della parola che lavora studia agisce – della dedica. Non possiamo che essere contenti, almeno di questo e per questo, quasi come riuscisse a brillare ancora un piccolo lume di speranza.

    Grazie.
    G.

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