Pietra che sale crea

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Yves Bergeret

Pietra che sale crea
(alla cattedrale di Embrun)

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Ci fu un enorme frastuono nella notte. Prima del grande rumore si vedevano delle stelle. Nel fragore assordante, non si vide più niente. Nemmeno la forma delle montagne le cui masse, ancora più scure nella notte, si stagliavano sul nero del nero stellato. Scricchiolii intensi, laceranti, prolungati, schianti spaventosi si susseguivano uno dopo l’altro.

Poi nel frastuono si avvertirono delle pause, come se il fracasso degli dèi incolleriti dovesse anch’esso riprendere fiato per urlare la sua potente polifonia. Durante quelle interruzioni si vedevano passare fugacemente delle forme bianche, ma bianche del bianco della notte, qualcosa di simile a forme geometriche tagliate di netto, un triangolo, un quadrato, un rettangolo, e tutto precipitava verso il basso nel nero della notte, tra immensi strepiti. Nessuno di noi, una volta svanita la paura iniziale, riusciva a comprendere ciò che nella loro ira gli dèi urlavano. Ma non eravamo per niente disposti ad assecondarli. Ci trovavamo molto in alto, verso i tremila metri. Tutto era iniziato con degli scricchiolii veramente preoccupanti. Avevamo capito che la montagna si scuoteva; o meglio, che erano gli dèi a scrollarla per scaraventare giù la sua benevolenza, la sua protezione, la sua umanità. E le forme bianche erano blocchi di ghiaccio che rovinavano lungo gli ampi pendii sbriciolandosi nella caduta, facendo precipitare pietre chiare e scure, trascinando il bianco della neve e il chiaro del ghiaccio verso le cose infime che gli dèi disprezzano.

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Da milioni di anni, due o tre volte al mese la montagna stravolge i suoi crepacci ghiacciati. Poi all’alba la luce che si tuffa in questo nuovo caos, il vento che lo spazza e la profondità dell’erosione restituiscono all’acqua la calma necessaria al suo straordinario lavoro. Allora il corso del torrente ricompone la sua lunghissima frase, perché la frase non si distrugge mai, cicatrizza, si appiana e riparte; e avanza anche sotto la fronte animale della notte e del nero dove nulla si distingue.

Dai più alti nevai dell’Oisans, dal ghiaccio che strepita, cade e fonde, dalle sorgenti che raschiano via incessantemente la miseria del mondo, l’acqua, l’acqua, l’acqua segue il suo corso. Qui si chiama Durance. E’ il più bel fiume alpino che io conosca, cantato da Camus e Char che hanno vissuto sulle rive del suo lontano avvallamento, nei pressi del Rodano. Embrun, invece, è vicina ai ghiacciai e alle sorgenti che nascono dal granito. Scorre tenace la Durance, giorno e notte. La minacciosa materia oscura del mondo frana, crolla, ma il fiume scorre e va.

Uno straniero giunse ai piedi della montagna, affamato, assetato. Giunse nel luogo del pericolo e dell’immenso frastuono. Chiese ospitalità agli uomini che da secoli sopravvivevano sui ripiani, a distanza di sicurezza dalle valanghe di ghiaccio. Gli fu indicata una grotta giù in basso, su una spianata protetta.

Egli osservò le falesie e le pietre. Osservò la scena del terrore delle notti di grande frastuono. Ascoltò, osservò con gli occhi sgranati sul velo compatto della notte.

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Ascoltò, osservò. Sentì distintamente le pietre rotonde, sia le nere che le chiare. Sentì la musica delle pietre. Sentì che le pietre rappresentano l’armonia di ciò che chiede la vita, l’evoluzione e il pensiero degli uomini che non possono accontentarsi del terrore notturno. Lo straniero imparò la lingua delle pietre e cominciò a dialogare con loro. Così una notte di grande fragore il rumore si arrestò di colpo e quella notte divenne un canto a due voci modulato su un ritmo elementare. Lo straniero continuò a dormire. Ma le pietre, sia le nere che le chiare, avevano imparato da lui cosa significa “costruire”, “aprire”, “dire”, “progettare”. Allora si sovrapposero da sole le une alle altre alternando il chiaro e lo scuro; crearono il cammino verticale dello spirito, scala dritta e semplice di pietre-parole che sale, senza paura, al cospetto dell’immenso frastuono. Quello straniero ha un nome, è il bano Ogo.

Dopo che la Durance ha trascinato via i detriti delle valanghe e i borborigmi delle sorgenti, dopo che ha scavato il suo letto profondo nella massa dei graniti e delle rocce compatte, la valle si apre e il fiume trova la sua vera dimensione: meandri, anse di ghiaia e di sassi, lastre cristalline nell’acqua chiara. Le montagne si allargano. Le creste qui non sono frastagliate, ma formano un vastissimo circo dai bordi smussati. Al centro si erge una grande roccia rotondeggiante che risucchia la Durance. Sulla sommità, un edificio destinato al potere e al culto, la cattedrale di Embrun, in stile romanico-lombardo, con i suoi principi-arcivescovi di prima della Rivoluzione. E’ la più bella della regione, e risale al XIII secolo. Entro. Rimango subito rapito.

Infatti l’interno dell’edificio è l’orchestrazione del violento tumulto dei crepacci, delle acque, delle notti di terrore e poi di volontà e resistenza. Corta e robusta, la costruzione dà l’impressione palpabile della tensione verso l’alto; è una contro-valanga. Le volte sono striate da possenti alternanze di pietre scure e di pietre chiare. L’alternanza non è raffinata, ma vigorosa, affilata, rustica. I muratori medievali hanno intagliato come hanno potuto, hanno assemblato con coraggio, hanno dato urgenza allo slancio verticale delle pietre. Non certo perché bisogna fare in fretta prima della prossima valanga, ma semplicemente perché quello che è per terra, caduto, ancora impolverato, ancora scosso dai rimbombi e dagli scricchiolii dei crepacci, sta giusto riprendendosi, ricomponendosi e liberando la sua energia e il suo slancio per risalire, levarsi verso l’altezza e la prodezza immateriale del pensiero del bano Ogo che veglia da queste parti, tra noi, gente della terra e dell’umile roccia nella penombra.

Sento la ripresa del respiro delle pietre di questo Claps che si riuniscono e si rimettono in posizione verticale, proprio al loro posto, al centro della scena; il bano Ogo le tiene in grande considerazione, le ama, perché le pietre sono parole.

Pietra che cade uccide. Pietra che sale crea.

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Finora ho parlato soltanto di pietre e del frastuono del ghiaccio tra le pietre. Il contesto ha origini arcaiche, primitive. La pietra dialoga serenamente con la pietra. E dopo che lo sguardo è stato catturato dalla superba pietra, ecco il legno. La sua risonanza sarà altra. Lo dico utilizzando il futuro, perché un poderoso elemento paradossale si impone subito alla vista e al pensiero. Dalla parte opposta al coro, da dove un dio potrebbe deliberare, di lato, proprio all’entrata della navata, c’è un enorme organo sospeso in aria, costruito dal XIV al XVIII secolo, addossato al primo pilastro di sinistra. La sua tribuna semicircolare, già alta, protende ancora più in alto il cassettone e le sue possenti canne. E più in alto c’è già l’ampia oscillazione delle volte a pietre nere e bianche alternate. Dal basso l’enorme mobile di legno è spettacolare, una sorta di mezzo albero soprannaturale che apre i suoi rami come palme esotiche su cui si levano delle canne gigantesche. E’ anche un mezzo vulcano rovesciato, il cui cratere, tappato, è rivolto in basso, a qualche metro dalle nostre teste. Il legno vibrerà, il legno diffonderà la sua risonanza. Ma con quale suono? Ogni volta che entro in questa cattedrale, il suo organo è muto. E’ una promessa di suono, di suono potente che sommergerà la voce umana. Parlerà familiarmente con la grande frana dei crepacci a mezzanotte, ne sarà il fratello. Sarà l’urlo della violenza e del mondo impietoso che si rotola nella morte. E’ inumano, sovrumano. E’ la collera assordante degli dèi ciechi, del fato greco ingiusto nei confronti degli uomini, del caso spietato: è il rumore. Non la parola, non il canto.

E’ l’uragano di violenza che filtra dalle rocce.

E’ il vociferare saltellante che imprime un fremito di diniego nelle pietre alternate delle volte.

E’ il primo urlo degli dèi e degli uomini, quando sui loro piedi si schiantano le valanghe di ghiaccio della notte nera.

La cattedrale è un ritmo a due tempi, pietra nera – pietra bianca. Poi un ritmo a tre tempi, pietra nera – legno dell’organo – pietra chiara. La cattedrale è la grande fossa dell’orchestra dove in tre tempi l’universo di rocce cristalline degli uomini delle Alpi avverte il grande movimento della loro vita, la grande fatica del loro destino, il grande respiro della loro lingua-spazio.

***

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Di questo grande teatro antico e archetipico, simile a quello fondato da Eschilo, nel quale il coro degli umani è costituito qui da pietre, pietre, pietre e legno, la cattedrale dispone di altri segni discreti, protagonisti umili. Ne presento uno.

Verso il fondo, in basso a destra, c’è un altare dipinto in oro e bianco. Pilastri in stile classico si ergono da una parte e dall’altra dell’abside. Sulla sommità, due personaggi con la mitra, qualche santo vescovo. Un insieme del XVIII secolo. I personaggi ci sovrastano, tendendo con eloquenza le loro braccia verso non si sa cosa. Ma essi sono grezzi, statuette modeste, effigi gonfie e sommarie. Insomma, grandi burattini carnevaleschi in gesso dipinto, soprattutto il vescovo sulla sinistra. Di certo, nel tempio dove gli intagliatori di pietre e i fabbricanti di organi hanno riunito gli elementi di una tragedia archetipica, è necessario che si agiti, in alto sul suo pilastro, e poi, stanco e disarticolato si riposi, l’essere in maschera la cui trance durante la valanga di ghiaccio e il tumulto dell’organo ridanno presenza e coraggio agli uomini della ruvidissima montagna, ridanno speranza a noi, esseri attenti e piccoli. E allora questo minuscolo vescovo con la mitra diviene la maschera rostrale della resistenza al grande naufragio o anche dell’estrema sopravvivenza di tutti coloro che vanno, migrano, costruiscono.

***

Ed ecco un altro protagonista. Accostato al pilastro di fronte a quello su cui si appoggia la mole dell’organo e del suo tumulto da tempesta, non si sa chi, tre o quattro secoli fa, ha sistemato delle pietre crollate. Ne ha fatto, come un bambino, un gioco di costruzione: grosse pietre che egli ha posato le une sulle altre.

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Lo zoccolo è costituito da un grosso pezzo sagomato di granito rosso decorato, forse antico. Sopra, un capitello corinzio in calcare grigio. Sopra, due putti alati in marmo bianco. Sopra, una Vergine barocca scolpita nello stesso marmo. Sopra, un piccolo frontone classico a doppia pendenza in granito rosso, sorretto da due colonne ocra montate un po’ di traverso e con dei capitelli corinzi dipinti. Che assortimento! Un piccolo altare rustico alla Vergine, ma soprattutto un gioco da costruttore testardo che ha voluto probabilmente divertirsi con le pietre, esse stesse già lavorate dalla mano dell’uomo. Infine, il tutto è sormontato da una testa barbuta in calcare. Una sorta di Fauno antico; o una testa recuperata da qualche tomba aristocratica del Rinascimento. Dalla testa scaturisce la linearità assoluta del pilastro scuro. Ma cosa guarda questa testa dagli occhi aperti e la bocca chiusa? L’organo, la brutale, tonante bizzarria assordante che urla come un fratello cieco della valanga precipitata dai crepacci. L’uomo calvo dalla lunga barba curata guarda l’organo, lo squadra; l’uomo è piccolo, la sua barba fiorita ondeggia come i flutti della Durance che scorre qui tranquilla sotto la roccia di Embrun; ondeggia così come vibrano le pietre nere e le pietre bianche nell’alto delle volte. L’uomo soppesa il frastuono, sfida la violenza, osserva la morte nelle sue devastazioni e nei suoi fragori. Con la piccola faccia rivolta all’organo, egli è il bano Ogo, tranquillo, la fronte serena. Oppure è Diogene. O Socrate. Fiducioso nella parola che fermenta tra le pietre e poi le solleva. Egli sa parlare. Sa costruire l’instabile.

 

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Pierre qui monte crée
(à la cathédrale d’Embrun)

Il y eut un énorme vacarme dans la nuit. Avant le grand bruit on voyait des étoiles. Dans le vacarme assourdissant, on ne vit plus rien. Même plus la forme des montagnes dont les masses encore plus sombres la nuit se découpaient sur le noir du noir étoilé. Des craquements profonds, déchirants, longs, des bruits de chutes effrayantes, rebondissant les unes sur les autres.

Alors dans le vacarme on perçut des répits, comme si le fracas des dieux en colère devait lui aussi reprendre souffle afin de clamer sa polyphonie massive. Dans les répits on voyait passer, vaguement, des formes blanches, mais blanc de ce blanc de la nuit, des sortes de formes géométriques tranchées net, un triangle, un carré, un rectangle et tout allait vers le bas dans le noir de la nuit; avec des bruits immenses. Et aucun de nous, une fois passée la terreur du début, n’arrivait à comprendre ce que dans leur colère les dieux hurlaient. Or nous n’étions plus du tout disposés à les satisfaire. Nous étions très haut. Vers trois mille mètres. Cela avait commencé par des craquements extrêmement graves. On avait compris que la montagne s’ébrouait. Ou plutôt que les dieux la secouaient pour jeter bas sa complaisance, sa protection, son humanité. Et les formes blanches étaient les séracs qui tombaient des grandes pentes, se brisant eux-mêmes dans leurs chutes, précipitant des pierres claires et sombres, traînant le blanc de la neige et le clair de la glace vers des choses basses que les dieux méprisent.

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Depuis des millions d’années deux ou trois fois par mois la montagne déjecte ses séracs. Puis dès l’aube la lumière plonge dans ce nouveau chaos; puis le vent racle ce chaos; puis la pesanteur et l’érosion rendent à l’eau la paix pour son grand travail. Puis le cours du torrent recompose sa très longue phrase, car la phrase ne se détruit jamais, cicatrise, roule et repart; et va même sous le front animal de la nuit et du noir où rien ne se voit.

Des plus hauts glaciers de l’Oisans, de la glace qui rugit, tombe et fond, des sources qui grattent la misère du monde sans désemparer, l’eau, l’eau, l’eau va. Ici elle s’appelle Durance. La plus belle rivière alpine que je connaisse. Celle que Camus et Char ont chantée, ayant vécu au bord de son lointain aval, près du Rhône. Mais Embrun est près des glaciers et des sources dans le granite. Coule têtue la Durance le jour et la nuit. S’éboule, s’écroule le matériel dur sombre du monde. Coule et va la rivière.

Un étranger arriva au pied de la montagne, famélique, assoiffé. Au pied de la menace et du très grand vacarme il arriva. Demanda hospitalité à ceux qui survivaient depuis des siècles sur des vires à l’écart des chutes de séracs. On lui indiqua une grotte par là-bas, sur une vire à l’écart.

Il observa les falaises et les pierres. Il observa le théâtre de la terreur des nuits de grand vacarme. Il écouta, il observa les yeux écarquillés vers le dur voile de la nuit.

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Il écouta, il observa. Il entendit les pierres rondes, aussi bien les noires que les claires. Il entendit la musique des pierres. Il entendit que les pierres sont l’harmonie de ce que veut la vie, la croissance et la pensée des hommes qui ne peuvent se satisfaire de la terreur nocturne. L’étranger apprit la langue des pierres; ils dialoguèrent. Or une nuit de grand vacarme celui-ci s’arrêta net et cette nuit là il devint un chant à deux voix sur un rythme simple. L’étranger continua de dormir. Mais les pierres, et les noires et les claires, avaient appris de l’étranger ce qu’est «bâtir», «ouvrir», «dire», «prévoir». Alors elles se superposèrent d’elles-mêmes les unes aux autres en alternant le clair et le sombre; elles dressèrent le chemin vertical de la pensée, escalier raide et simple de pierres-paroles qui monte, sans timidité face à l’immense vacarme. Cet étranger a un nom: Ogo ban.

Après que la Durance a emporté les débris des avalanches et les borborygmes des sources, après que la Durance a creusé son lit profond dans la masse des granites et des roches fortes, la vallée s’ouvre et la rivière trouve son temps. Méandres. Bras de graviers et de galets. Dalles cristallines dans l’eau claire. Les montagnes s’écartent. Les crêtes ici ne sont pas déchiquetées. Elles forment un très vaste cirque aux bords émoussés. Au centre un gros rognon rocheux que suce la Durance. Sur le rognon, un édifice de pouvoir et de culte: la cathédrale d’Embrun, avec ses princes-archevêques d’avant la Révolution. D’un style roman de Lombardie. La plus belle de la région. Treizième siècle. J’entre. Suis aussitôt saisi.

Car l’intérieur de l’édifice est l’orchestration du violent tumulte des séracs, des eaux, des nuits de terreur puis de volonté et résistance. Court et râblé le bâtiment donne l’impression vive de l’élan vers le haut; il est une contre-avalanche. Les voûtes sont zébrées d’alternances puissantes de pierres sombres et de pierres claires. L’alternance n’est pas délicate; elle est forte, tranchante, rustique. Les maçons médiévaux ont taillé comme ils ont pu, ont assemblé avec bravoure, ont donné de l’urgence à l’élan vertical des pierres. Ce n’est pas qu’il faille faire vite avant la prochaine avalanche. C’est simplement que ce qui est au sol, tombé, empoussiéré encore, vibrant encore des grondements et des craquements des séracs, est juste en train de se ressaisir, de se recomposer et de libérer son énergie et son élan pour remonter, rejaillir vers l’altitude et la prouesse immatérielle de la pensée d’Ogo ban qui veille par ici, parmi nous, gens du sol et de la roche humble dans la pénombre.

J’entends la reprise de souffle des pierres de ce Claps qui se réunissent et se remettent en place, verticales, oui en place, en scène; Ogo ban les prend au sérieux, les aime, car les pierres sont paroles.

Pierre qui tombe tue. Pierre qui monte crée.

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Jusqu’ici je ne parle que de pierres et de vacarme de la glace d’entre les pierres. La situation est archaïque. Simple. La pierre tutoie la pierre. Or après que l’œil a été saisi par la pierre altière, voici le bois. Sa résonance sera autre. Je le dis bien au futur. Car un élément paradoxal massif s’impose alors au regard et à la pensée. A l’opposé du chœur d’où un dieu pourrait édicter, à l’entrée de la nef et sur le côté, un énorme orgue est suspendu en l’air. Construit du quatorzième au dix-huitième siècles. Adossé au premier pilier de gauche. Sa tribune demi-circulaire, déjà haute, porte encore plus haut le buffet et ses puissants tuyaux. Et plus haut voici déjà l’ample balancement des voûtes aux pierres noires et blanches alternées. D’en bas l’énorme meuble de bois est spectaculaire, sorte de demi-arbre surnaturel qui ouvre ses branches comme palmes exotiques, puis c’est l’érection des tuyaux géants. C’est aussi un demi-volcan renversé, dont le cratère, bouché, est en bas, à quelques mètres de nos têtes. Le bois vibrera, le bois déploiera la résonance. Mais de quel son? Chaque fois que j’entre dans cette cathédrale son orgue est muet. Il promet le son. Il promet le son puissant. Il submergera la voix humaine. Il tutoiera la grande avalanche des séracs à minuit, il sera son frère. Il sera le hurlement de la violence et du monde dur qui se roule dans la mort. Il est inhumain, surhumain. Il est la colère assourdissante des dieux aveugles, du destin grec injuste aux hommes, du hasard sauvage: il est le bruit. Pas la parole, pas le chant.

Il est l’orage de violence qui filtre d’entre les rocs.

Il est la vocifération bondissante qui donne frémissement de déni aux pierres alternées des voûtes.

Il est le hurlement premier des dieux et des hommes car sur leurs pieds s’écrasent les séracs blancs de la nuit noire.

La cathédrale est un rythme à deux temps, pierre noire- pierre blanche. Puis un rythme à trois temps, pierre noire – bois de l’orgue – pierre claire. La cathédrale est la grande fosse d’orchestre où à trois temps l’univers cristallin rocheux des hommes des Alpes entend le grand remuement de leur vie, le grand labeur de leur destin, le grand halètement de leur langue-espace.

***

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De ce grand théâtre antique et archétypal, tel celui qu’Eschyle fonda, où le chœur des humains est ici pierres, pierres, pierres et bois, la cathédrale dispose de discrets signes autres, protagonistes humbles. J’en retiens à présent ici un.

Au fond du bas-côté droit, un autel peint en or et blanc. Des piliers classiques sont érigés de part et d’autre de cette abside. Tout à leur haut, deux personnages mitrés, quelques saints évêques. Un ensemble du dix-huitième siècle. Les personnages nous surplombent, tendant avec éloquence leurs bras vers on ne sait quoi. Mais ils sont grossiers, plâtres rustiques, effigies bouffies et sommaires. En somme grands pantins plâtreux et peints de carnaval. Surtout l’évêque de gauche. C’est sûr, dans le temple où les tailleurs de pierres et les facteurs d’orgue ont réuni les éléments d’une tragédie archétypale, il faut que s’agite en haut de son pilier, puis, las et désarticulé, se repose, l’être à masque dont la transe pendant l’avalanche des séracs et le tumulte de l’orgue redonne présence et courage aux hommes de la très rude montagne, redonne espoir à nous, lucides et petits. Et alors ce petit évêque mitré devient le masque rostral de la résistance au grand naufrage ou même de la grande survie de tous ceux qui vont, migrent, bâtissent.

***

Et voici un autre protagoniste. Appuyé au pilier en face de celui où s’appuie le jaillissement de l’orgue et de son tumulte d’orage on ne sait pas qui, il y a trois ou quatre siècles, a repris des pierres tombées. En a fait, comme un enfant, un jeu de construction: grosses pierres qu’il a posées les unes sur les autres.

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Le socle: un gros morceau galbé de granit rouge décoré, peut-être antique. Dessus, un chapiteau corinthien en calcaire gris. Dessus, deux putti ailés en marbre blanc. Dessus, une Vierge baroque en même marbre. Dessus, un petit fronton classique à double pente en granit rouge, porté par deux colonnes ocres, montées un peu de travers et avec des chapiteaux corinthiens peints. Quel bric-à-brac! Un petit autel naïf à la Vierge, mais surtout un jeu de bâtisseur têtu qui a aimé quasi jongler avec des pierres, elles-mêmes déjà travaillées de main d’homme. Or le tout est surmonté d’une tête barbue en calcaire. Une sorte de Faune antique; ou une tête récupérée à quelque tombeau aristocratique Renaissant. De la tête jaillit la rectitude absolue du pilier sombre. Mais que regarde cette tête, yeux ouverts, bouche close? L’orgue, le brutal, tonitruant, fantasque braillard qui hurle en frère aveugle de l’avalanche des séracs. L’homme chauve à longue barbe soignée regarde l’orgue, il le mesure; l’homme est petit, sa barbe fleurie ondule comme les flots de la Durance ici apaisée sous le roc d’Embrun; elle ondule comme vibrent les pierres noires et les pierres blanches du haut des voûtes. L’homme toise le vacarme, défie la violence, observe la mort en ses ravages et ses tonitruances. Petit face à l’orgue, il est Ogo ban, calme, front lisse. Ou il est Diogène. Ou Socrate. Confiant dans la parole qui fermente entre les pierres et même les soulève. Il sait parler. Il sait bâtir l’instable.

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