Diario di un ritorno al paese natale

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Aimé Césaire

Au bout du petit matin…
Va-t-en, lui disais-je, gueule de flic, gueule de vache, va-t-en je déteste les larbins de l’ordre et les hannetons de l’espérance. Va-t-en mauvais gris-gris, punaise de moinillon. Puis je me tournai vers de paradis pour lui et les siens perdus, plus calme que la face d’une femme qui ment, et là, bercé par les effluves d’une pensée jamais lasse je nourrissais le vent, je délaçais les monstres et j’entendais monter de l’autre côté du désastre, un fleuve de tourterelles et de trèfles de la savane que je porte toujours dans mes profondeurs à hauteur inverse du vingtième étage des maisons les plus insolentes et par precaution contre la force putréfiante des ambiances crépusculaires, arpentée nuit et jour d’un sacré soleil vénérien.

Alla fine dell’alba…
Gli avevo detto vattene, faccia da sbirro, carogna, vattene, detesto i servi dell’ordine e gli imbecilli della speranza. Vattene, talismano malvagio, cimice di sacrestia. Poi mi sono girato verso paradisi per lui e per i suoi perduti, più calmo del viso di una donna che mente, e là, cullato dagli effluvi di un pensiero mai stanco, ho alimentato il vento, ho liberato i mostri e ho sentito salire, dall’altra parte del disastro, un fiume di tortore e di trifogli della foresta che porto sempre nelle mie profondità a un’altezza inversa del ventesimo piano di quelle case così arroganti, per precauzione contro la forza putrescente dell’atmosfera crepuscolare misurata giorno e notte da un insolente sole venereo.

 

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Diario di un ritorno al paese natale

 

[I testi sono tratti da un saggio di Giulio Stocchi, La poesia come viaggio. Léopold Senghor e Aimé Césaire, pubblicato da DADA Rivista di Antropologia post-globale.
Le traduzioni di Graziano Benelli sono tratte da Diario di un ritorno al paese natale, Milano, Jaca Book, 1978.
Il testo originale dell’opera di Aimé Césaire si può leggere qui.]

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1 commento su “Diario di un ritorno al paese natale”

  1. Apprezzo oltre ogni dire questo preciso interesse da parte della Dimora per una letteratura così viva e complessa (una letteratura dai fortissimi legami con la storia, con le aspirazioni, con l’identità del proprio popolo – o forse sarebbe meglio dire dei molti popoli che costituiscono l’universo “creolo”), ovviamente quasi del tutto ignorata nell’ombelicale “mondo” letterario italiano.

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