Una forma che (non) frana

marco-ercolani-il-poema-ininterrotto Marco Ercolani

Una forma che (non) frana

«Smuovere pietre
per decifrare confini
e deserti d’ombre,
fingere fiori nella chioma
orizzontale delle lampade,
immaginare negli steli
spine rovesciate,
una ferita che partorisce
gocce di bellezza: –

è questo il varco,
il guado che sfugge
a reticoli di mente,
scienza che germoglia
in ciechi giunchi
dove si compie l’estasi
che brilla,
impossibile
pupilla del vivente»

Le parole di Francesco Marotta ci arrivano da una “scienza che germoglia / in ciechi giunchi”, in uno slittamento continuo del senso nel suono, all’interno di una metamorfosi del linguaggio, e pur sognando se stesse continuano a cambiare direzione, come le colate laviche di un vulcano silenzioso e mai spento. «Si brancola nel vuoto, nel deserto, nelle sconnessioni di senso. Se il poeta è profeta, lo è nella misura in cui la sua visione trae origine da quanto vi è di umano: finitudine e incompletezza»: Luigi Metropoli descrive così la visione del suo mondo poetico. Un universo frammentato, indefinito, metamorfico, ma pullulante di parole che si intrecciano ad altre parole in un dire ininterrotto che traversa dolorosamente tutti i silenzi. Osserva Lucetta Frisa: «Dalla ferita di Francesco sgorga la melopea liturgica del canto – sangue non rosso ma bianco, come trasmutazione alchemica dell’angoscia». Questa melopea tenta di ricucire il lutto con l’esorcismo ostinato della parola, sublimato in melodia. «La poesia risulta dunque un a-priori: è lingua-madre e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi, ossimori. La parola scatena reazioni di immagini, è essa stessa immagine e dato reale»: Ivan Fedeli intuisce qui una fondamentale verità della poesia marottiana: la parola non ha mai nulla da dire e niente da aggiungere al mondo delle cose evocate. Non ha biografie, racconti, sorprese. Esiste come parola che genera e rigenera parole, dentro una frase ipnotica e infinita, una frase interminabile, fatta di sillabe spezzate che tentano di ricucire il filo perduto. L’io non esiste di fronte al dolore del mondo perché un dio crudele ha già deciso. Ma si può ancora cantare negli interstizi, nelle pieghe della ferita. Necessariamente.

«Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive, subito lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito, il suo pericolo»: René Char prefigura il lavoro poetico di Marotta, che non trattiene mai del tutto la sua materia e la lascia scorrere, cercando solo di fissare fragili ponti linguistici, clusters verbali, macchie informali di parole, dove però l’attenzione al suono è altrettanto vigile quanto l’attenzione al senso, perché non c’è un inizio e non c’è una fine; il soggetto, non l’io, continua a parlare, e come accade in Lorenzo Calogero inventa strutture come cattedrali sommerse e leggere, che continuano a oscillare dentro le parole che le invadono.

«Scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite»

Questa poesia interrogante, innodica, rapinosa, con ampie volute e veloci precipizi, è l’infinito “esorcismo” con cui si esprimono i poeti “feriti”, svenati dal loro dolore. «Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete / per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce». La poesia di Marotta è l’eternità di una poesia inattuale e sviante, che si sottrae a qualsiasi griglia interpretativa, e che si fa intima e sovversiva nella sua stessa meta poetica – carnale, surreale, politica.

«E ancora mi azzardo ad amare / il suono della luce in un’ora morta / il colore del tempo in un  muro abbandonato.// Nel mio sguardo ho perduto tutto. / Chiedere è così lontano. Così vicino sapere che non c’è». Così scrive con disperata coscienza Alejandra Pizarnik. E Leopoldo Maria Panero sembra risponderle: «Io non so cos’è la luce / misteriosa e crudele che appare a quest’ora / eternamente immobile di un assurdo mattino / non lo so, ma so che c’è accanto a me una sorella / unico essere che esiste anche dopo il niente».

L’azzardo della disperazione e la condivisione della speranza. Marotta racconta nei suoi versi della luce di quell’assurdo mattino, di una forma che frana e rinasce e poi frana ancora, all’interno di un tempo che contiene simultaneamente ogni tempo possibile. La sua parola è una marea bianca, una salmodia muta che non smette di portare detriti alla spiaggia – segni di naufragio e insieme simboli di speranza.

«Quando verrà il giorno/ in cui sarà tanta la nostra beatitudine umana/ da ridere nel fiotto vivo dell’arcipelago/ come scaglie abbaglianti/ trascinate dalla risacca fino alla sete delle rive?/[…] Dimenticheremo allora/ la vuota eternità dove vivemmo – noi effimeri –/ senza conoscerci e ci ridesteremo/ presso una casa di vecchie pietre/ con il clamore delle foglie/ insonne dei nostri rami/per toccare di là dalla scorza/ per entro la fibra dura/ le nostre carni dolci». Questi versi di Ferruccio Masini, un altro “eretico” della nostra letteratura, ci portano alla “casa di vecchie pietre” dove Marotta, monacale scriba del suo poema ininterrotto, può sognarsi asceta pervaso da “fitte d’estasi”. Il suo io-arcipelago trascina gridi e domande che non appartengono a un solo io biografico ma a un io plurale e anonimo che, nel pulsare della parola, fonde la rarefatta astrazione di Mallarmé con il monologo franto dell’ultimo Artaud, coniugando il basso e l’alto attraverso una sintassi ellittica ed elastica, un brusìo ininterrotto di analogie che ricordano i poemi di Lucio Piccolo, Lorenzo Calogero, Saint-John Perse. Nel mottetto Spem in alium, dell’elisabettiano Thomas Tallis, quaranta voci ripetono in ossessivo crescendo lo stesso tema; e Frescobaldi, Skrjabin, Messiaen, con le loro ipnotiche sequenze musicali, e lo strazio interminabile del sax dell’ultimo Coltrane in A Love supreme. Il regista sperimentale Stan Brakhage, che dipingeva e graffiava direttamente la pellicola creando mondi fantastici, ha scritto un libro teorico intitolato Metafore di una visione. Marotta sembra voler ripetere, nel suo ininterrotto poema, le metafore rituali di quella visione poetica. La sua “interezza di vita” è la sostanza stessa della sua materia verbale, lavorata e modellata con brevi “tocchi” della lingua, dove possibile e impossibile si intrecciano in un coagulo che non consente alla poesia di diventare monumento, epitaffio, stele isolata, ma al contrario “fuga nelle tenebre” di una melopea antica, aggrovigliato cercare la propria ombra/luce in mille risonanze, come i “ciechi giunchi” da cui nasce “l’estasi”.

«assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente nel balzo»

In Esilio di voce Marotta concentra la sua poesia con ancora maggiore intensità, nel vortice immobile del linguaggio: i suoi versi sono specchi ustori che traducono la tensione incandescente della parola, all’occhio e all’orecchio del lettore, in una sola poesia rifratta in tanti riflessi, che sono i versi e le pagine del libro. Il poeta continua a scrivere e a parlare: ma la sensazione, ancora una volta, è quella di un ardente e rigoroso autodafé, come un rito sacrificale in cui suono e senso ardono mescolati insieme, «mutilata la mano da una lama / d’inchiostro / che trema sul foglio». Domina il sentimento potente e incontrastato di un gorgo dal quale non potere e non volere sfuggire: «ci accomuna la conta differita dei morti / la mano adusa a separare codici e correnti / del gorgo dove si adunano le ore / indicibile chiusa / di apocrifi in sembianti di volti».

La “luce di specchio”, il “graffio che resta”, “il sogno di un confine” – le immagini e le parole che Marotta ama ripetere nei suoi versi – sono sottratte alla loro liricità surrealista, al loro essere “arredo” barocco di una alta lingua poetica, ma vengono, non dico “sporcate” ma sprofondate  in un cortocircuito tragico tra dire e non-dire, e ne assumono nuova potenza. Mai, leggendo questi versi, assistiamo a quei riti consolatori che, proprio grazie a un lessico simile, i poeti formulano con tecnica raffinata per costruirsi i loro finti paradisi.

Marotta parla di un’assenza che non ricorda l’amnios materno o i deboli deliqui di un lirismo intimista, ma al contrario si fa “illuminata erosione”, e «l’attrito / di maschera e volto / impaziente nel balzo» è proprio il tema centrale, una “finzione” tutta viva dentro il suo chiaroscuro, fra vero e falso, che insegue fantasmi violentemente reali. La potenza di creazione/distruzione della poesia marottiana è racchiusa in questi versi: «…un abisso / d’aria e correnti / che l’arte della pietra modella / per l’oblìo materno dell’alba». La vita è esattamente questa illusione disillusa, questa incisione graffiata nel vuoto.

Leggendo questa poesia, non si ha mai la sensazione che l’autore sia il regista assoluto del testo che scrive; non impone al lettore cosa  leggere e come leggere, ma piuttosto è un umile e appassionato coordinatore di materiali – acqua, aria, terra e fuoco – che gli sfuggono sempre dalle dita in forma di versi. Il poeta può solo tracciare «il resoconto di un ramo l’ipotesi / di immagini» e vivere «sul confine tra cielo e memoria / ad altezza remota di lingua». Marotta parla di «quel tempo di amare che ha l’ombra / quando ne invochi il morso vivo / dove trovare riparo». Parla di “vene a passo d’erosione”, di “verbi di declino”, di “un percorso che si rivela in squarci”: una visione tragica e definitiva del mondo. Percepisco una certa analogia con le immagini del rumeno Evgen Bavcar, il fotografo cieco che dal mondo che non vede ricava frammenti in stato di trance, luminescenze di rovine e di giostre, un volto in penombra accanto a una mano che schiaccia un pezzo di stoffa nel suo occhio sinistro. Le immagini di Bavcar – chiese, palazzi, rovine, volti, giocattoli – sono  trasfigurate dall’occhio cieco e veggente del fotografo che le guarda all’interno di sé. Non diversamente si muovono le parole nella poesia introflessa e visionaria di Marotta: «le sillabe raccogli che la mano nasconde / prima di cedere sotto la sferza / di un lampo / alla cecità di dare ancora un nome». Come scrive l’amata Amelia Rosselli: «Sono persa, come in un bosco».

Il poeta lancia una sfida inattuale, da anacoreta: usare una poesia ermetica «a palpebre sbarrate / nell’esilio di voce», rigorosa e tradizionale, per svellere i codici stessi della tradizione. Se il poeta si allontana troppo dalla natura della lingua per inseguire giochi verbali e acrobazie stilistiche, rischia di diventare un pittore “astratto” che non graffia più la sostanza delle cose. Marotta, pur non essendo “figurativo” e tradizionale, usa le parole dentro il loro senso/suono abituali per farle vibrare di e per significati ulteriori, decostruendo la sintassi, inventando un’architettura neutra composta spesso di anacoluti e sospensioni tonali, trasformando la pagina più in una superficie pittorica e musicale che in un luogo soltanto verbale. E come potrebbe, un poeta surreale e violento come lui, restare all’interno delle logiche linguistiche se non sommuovendole come all’interno di un maremoto? («da una crepa del vivere / apre le porte alla lingua»). Come scrive l’amato Lorenzo Calogero: «Sono pochi i versi in cui la vita viene a essere costretta dentro un  nesso di parole che non permette facilmente variazioni».

Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità:

«intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque mutate».

La parola di Marotta non smette di enumerare se stessa «in sghembi / movimenti di pagine arabeschi / d’inchiostro». Resta “il sigillo infranto di un nido”, ma l’occhio distingue il nido, il sigillo, la ferita. È sempre testimone di ciò che accade e accadrà, nonostante il buio:

«le impronte degli occhi solo il ritmo
fraterno delle cose pensate
in piena luce materia vivente
visibile appena il tempo di passare»

Questa poesia vertiginosa frana (e non) frana, canta e ricanta l’imminenza del suo sgretolarsi: «macerie in bilico e nello scollo della frana / tutto il candore / dei germogli agghiacciati / in passaggi di stagioni». Afferma il suo “dovere d’esilio”. La ferita dell’io nel mondo ripete se stessa cercando impossibili guarigioni, restando sempre aperta e feconda: «più spesso il corpo di una parola / porosa che esplode / sanguinante nella mano». I resti dell’esplosione nella mano viva sono, disseccati in pagine, i versi ipnotici e innodici di questa poesia potente, intima e inattuale, che rifiuta ogni etichetta di neo e post-avanguardia, e dove il surrealismo dell’immagine è la precisa, abbagliante rappresentazione di un privato realismo interiore: quel realismo che rende “politica” una poesia non per l’attualità dei temi ma, al contrario, per la sua inattuale forza magmatica.

In questo volume antologico, edito da “Carteggi letterari” per l’appassionata volontà di Natalia Castaldi, ho riunito alcune poesie, tratte dalle raccolte edite e inedite di Marotta; tre prove di traduzione, da René Char, Paul Celan, Yves Bergeret; due interviste, realizzate per Evangelya Polimiu e Sebastiano Aglieco; tre post scelti dal blog “La dimora del tempo sospeso; una breve bibliografia di giudizi critici. Soltanto nella visione d’insieme del poeta, traduttore e intellettuale Marotta, possiamo comprendere il suo “fallimento” potente, l’incurabile destino di uno degli scrittori più segreti del nostro tempo, che conosce, ed evoca, nel corso del tempo, il senso-suono sovversivo della parola poetica, perché questa è l’ars moriendi et construendi del poeta: «esplorare lo spazio interminato che si distende tra pensiero e canto, osservare il soggetto svanire tra i segni del mondo e, contemporaneamente, costringere la parola a dirsi […], costringendola a mostrarsi nella sua nudità fatta di immagini e suoni, a rivelare i suoi alfabeti refrattari alle logiche e alle coordinate contemporanee della pura rappresentazione, che sono da sempre quelle che il potere utilizza per espletare le sue pratiche di dominio e di controllo».

(Introduzione a Marco Ercolani,
Il poema ininterrotto di Francesco Marotta
Disegni di Francesco Balsamo
Messina, Carteggi Letterari – Le Edizioni, 2016)

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