Collodi e Andersen (1)

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Marco Ercolani

Collodi e Andersen

Uno scandaloso inizio

-C’era una volta…
-Un Re…
-No.
Dal brusco incipit di Pinocchio mi piace partire per questa breve incursione nella leggenda del celeberrimo burattino. Come se fosse possibile, da questo inizio che Giorgio Manganelli, nel suo Pinocchio: un libro parallelo, definisce «catastrofico, laconico ed aspro», scoprire, «nell’interstizio di queste sette parole», una favola nella favola, ma soprattutto il paradosso, la distruzione della «parola d’ordine nel mondo delle fiabe». L’analisi di Manganelli prende avvio proprio da questo presupposto: che il Re non c’è più. L’assenza di un centro, di una corona, di un ordine ufficiale, ci garantisce che siamo all’interno di una narrazione dove, dopo molteplici e numerose avventure, non saremo guidati verso l’inevitabile finale al banchetto della corte reale e tutti non vivranno felici e contenti. Collodi, e con lui Manganelli, ci assicurano che il racconto di Pinocchio è molto meno tradizionale e più scandaloso. Non voglio entrare nei dettagli della storia e di tutti i suoi innumerevoli significati. Mi fermo qui, proprio a queste parole iniziali. Non c’è nessun Re, nessuna nobile fanciulla da riscattare, nessun drago da sconfiggere, nessun figlio che parta per terre straniere alla ricerca di qualcosa. Al posto del Re, con la maiuscola, un «pezzo di legna da catasta», con la minuscola. Il legno, finito nella bottega di Mastro Ciliegia e da questo poi regalato a Geppetto, non è un «legno di lusso» ma un ciocco qualsiasi. Sembra un paradosso, ma l’autorità regale, che manda figli nel mondo a catturare uccelli di fuoco, a liberare principesse subendo ogni sorta di incantesimi, di peripezie e di orrori, è ridotta qui a un umile pezzo di legna da ardere. Quale sarà la sua sorte? Bruciare nel caminetto o essere lavorato come «gamba di tavolino»? Cominciamo a percepire la possibilità di una non banale metamorfosi. A Collodi non interessa un legno che bruci e basta, ma che possa essere modellato e «lavorato», perché la storia cominci. Però attenzione: sembra che il ciocco di legno non si rassegni a restare passiva gamba di tavolino. Appena Mastro Ciliegia comincia a modellarlo, scaturisce da lui una vocina interna che dice: «Oh, tu mi fai male!» – voce che ci rammenta, in controcanto ironico, Pier delle Vigne, ridotto a ramo di pruno, nella Divina Commedia, che si lamenta: «Perché mi scerpi?». Il dettaglio è sorprendente e ci pone degli interrogativi sulla figura dell’autore. Il povero Mastro Ciliegia, che inizia a lavorare sul pezzo di legno, resta allibito. Lui non è Geppetto, non è il falegname che, nella sua volontà di padre, nella sua intenzione di artefice, vuole costruire un «burattino meraviglioso che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali». A Mastro Ciliegia tocca in sorte di ascoltare per primo la voce dell’oggetto, esattamente come l’artista sente il vago sortilegio di certe parole o lo scultore le potenzialità di un blocco di marmo o di pietra. E la voce dell’oggetto, chi la ascolta realmente oltre all’artista? Non sono forse i saggi, i bambini, i folli, che ci raccontano come un filo d’erba, una nuvola, un albero, acquistino una loro autonoma magia, una loro vita invisibile, che non dobbiamo violare?

Parlando di follia, mi sembra che il discorso possa proseguire ulteriormente. Le allucinazioni si compongono di voci che sembrano provenire dall’esterno. Ma le voci vengono dall’interno dell’io per attaccarsi agli oggetti, che così non sono più oggetti reali ma composti ibridi, mescolati alle fantasie inconsce. E allora, come non pensare che la voce del burattino è anche molto, troppo simile alla voce del folle? La materia, che Mastro Ciliegia tratterà, è il luogo dove quella voce si fa udire. E Collodi ha una particolare attenzione alle voci dell’inorganico, alle parole delle cose, esattamente come i folli quando parlano del mondo degli oggetti come di un mondo reale e favoloso, più reale di quello umano. Non è un caso che l’autore di Pinocchio, nella sua non facile vita, abbia sofferto diversi problemi psichici, fra cui un delirio persecutorio, oltre all’ossessione del gioco e all’alcolismo.

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E allora, dove vogliamo giungere con questo inizio? Mastro Ciliegia intende usare Pinocchio come un oggetto utile, farne una «gamba da tavolino». Ma il pezzo di legno si ribella, animato di vita propria. Scalpita, vuole vivere, non si rassegna a essere usato, a essere solo funzionale. L’oggetto reclama una vita propria, come nelle civiltà animistiche. Vuole sfuggire alle regole che gli vengono imposte. Scappa da un autore a un altro. Da Mastro Ciliegia a Geppetto. E Geppetto è l’autore che più si confà al pezzo di legno: lui vuole dargli vita, trarne fuori un burattino, un quasi-uomo. Il legno è d’accordo: il burattino era proprio nascosto dentro la legnosa materia. E così la storia ha inizio. Una storia che Collodi scrisse distrattamente, con la mano sinistra, a lunghi intervalli, sulle pagine di un giornale, solo per ricavarne un po’ di soldi che compensassero le perdite al gioco. Una storia che sfugge al suo stesso autore e intorno alla quale un autore paradossale e irriverente come Manganelli può «annotare» come un libro parallelo. Scrive Manganelli. «Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le prole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo “libro parallelo” non sta né in margine né in calce; sta “dentro” come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia parallelo».

Torniamo alla vita prorompente del pezzo di legno. Alla vita che l’autore può trar fuori da quel ciocco da ardere, come l’artista modella le statue a partire dall’informe materia che già le contiene. Geppetto è di fronte all’antico problema dell’artefice: sarà in grado di controllare la creatura che ha modellato o non sarà invece la creatura, nell’impazienza di conoscere il mondo, a voler uscire da sola, monella, dispettosa, impertinente, scapestrata, dimenticandosi del suo autore, disubbidendo al suo stesso padre? Pinocchio, proprio come un ragazzo affetto da un «disturbo di personalità», non accetta di crescere, di progredire. È ingordo, bugiardo, curioso, attaccabrighe, permaloso, dispettoso, irriverente. Non fa tesoro delle esperienze precedenti. Non cresce. Non è un esempio per nessuno. Rappresenta, in ogni istante della sua vita di burattino, l’irriverente contestazione dei codici del suo tempo, una fame di libertà che non sa mai trovare le giuste forme per esprimersi, una spericolata golosità di mondo.

Se vogliamo ricordare qualcosa di essenziale del Pinocchio decorativo e innocuo diretto da Roberto Benigni (Italia, 2002), ricordiamo proprio l’inizio: un pezzo di legno si anima e corre e rotola giù, facendo sobbalzare e cadere le persone, rovesciando tavoli e cose, e infine viene a bussare alla porta del suo autore, reclamando prepotentemente vita.

Scrive Manganelli delle parole: «Non sono di nessuno». Ed è vero. Quando una storia nasce, si affaccia lei al suo autore, che è predestinato ad ascoltarla e a liberarsene scrivendola. Così Collodi si libera dalla violenza del suo messaggio contro il mondo come uno stralunato Mastro Ciliegia si libera del riottoso pezzo di legno. L’autore lo manda a pezzi, il mondo, creando la figura del burattino con le parole. Quasi involontariamente, realizza un lavoro autoterapeutico. E lo fa proprio con questo inizio: escludendo l’autorità del re, l’onnipotenza della narrazione, e ponendosi in ascolto, quasi fosse un ironico trattato sulla creazione del mondo, della «vocetta» che viene fuori da un povero pezzo di legno. Scrive Manganelli: «Pinocchio non mente, non giustifica, ricorda la propria vita come una serie catastrofica di eventi, apparizioni, allucinazioni, menzogne, continue insidie di morte, burle e orrori, furti e agguati, frodi e miracoli, incontri meravigliosi; insomma, una vita assolutamente normale… sottile contenitore di fantasmi, la vita di Pinocchio è tutta compresente e priva di senso ed è essa stessa il senso, la totalità del significato».

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Un significato che continua a sfuggirci e non può certo riassumersi in un codice morale. «Pinocchio non ha madre e non è orfano. La sua origine è misteriosa e intatta». Quando Manganelli ipotizza un refuso all’inizio del VI capitolo «Era per l’appunto una nottataccia d’inverno» e scrive «era una nottataccia d’inferno», sottolinea come il freddo e crudele inverno in cui è nato Pinocchio è anche il tragico e rovente inferno in cui il burattino compirà il suo apprendistato terreno e «brucerà» la sua vita. La «vocetta» di Pinocchio è una voce infera, non rassicurante come le «voci» dei pazzi, e l’inferno è simboleggiato dal fuoco, distruttivo più di ogni altro evento catastrofico per il povero essere di legno. Nessuna narrazione è meno solare della storia di Pinocchio, sempre legata a situazioni infide e sciagurate, a prove esagerate e violente. E le prove sono sempre esperienze fallite – esperienze che il burattino fallisce deliberatamente per non diventare il ragazzo che lo aspetta, rassicurante e mortale, alla fine del libro. Il burattino, trasformato in ciuco, gettato nell’acqua, spolpato dai pesci, non muore ma rinasce burattino. Il suo fondo, la sostanza più intima del suo essere, la sua materia vitale, è proprio il legno che le convenzioni della narrazione trasformeranno nel corpo umano di un ragazzo. Ma, appunto, sono solo convenzioni. Pinocchio è e resterà burattino, nel corso dei secoli. Solo lui decide la sua «morte» in sogno. Ma, come suggerisce Manganelli, la salma di legno, appoggiata a una seggiola, quel corpo ciondoloni e buffo, è una «reliquia morta e prodigiosa», un metro di confronto che non smetterà mai di sfidare il ragazzo di carne. Quel «metro» è la voce del fantasma racchiusa nel fondo della cosa – e quel fantasma è la materia primigenia, l’irrazionale, amorale, vorace, antirelazionale bios. È come se Pinocchio, con tutti i suoi buoni propositi e le sue sventurate avventure, i suoi lamentosi pentimenti e le sue capricciose ribellioni, volesse a tutti i costi ritardare il finale educativo e posticcio del libro, che né Collodi né il burattino sembrano proprio gradire. (Ma su questo finale molte sono state le interpretazioni, sulle quali sorvolo.)

Ciò che conta, a lettura ultimata, non è tanto la fine della storia, la conquista di un corpo normale e umano, ma l’universo punitivo e violento che abbiamo attraversato, in compagnia di un burattino dispettoso e disubbidiente che da quell’universo vuole sempre difendersi, negandolo con le sue ripetute bugie. Scrive lo psicoanalista Salomon Resnik: «Avere un corpo significa anche com-prenderne i limiti, accettarne la finitudine spaziale e temporale. La nozione di corpo implica l’assunzione di una “frontiera concreta” che le relazioni ordinarie non trasgrediscano. D’altra parte, assumere il corpo proprio e le sue possibilità di porsi in relazione col mondo richiede anche un certo grado di “permeabilità”, di disponibilità allo scambio, al “negozio”. Vivere il proprio corpo, vivere il corpo, oltre che nel corpo, significa accettare i propri confini e riconoscere lo spazio dell’altro». Pinocchio non accetta i limiti di un corpo. La sua materia è il non permeabile, non disponibile, aguzzo, ostile legno. Lo spazio dell’altro non c’è. Nessuna frontiera concreta lo persuade. Non ha nessuna voglia di accontentarsi di uno spazio-tempo comune. Ma, al contrario, suggerisce ai suoi lettori l’idea di un al di là del corpo, che contesta le norme della vita collettiva. Come scrive Antonin Artaud, uno scrittore che ha conosciuto l’esperienza della follia: «On ne peut pas guérir la vie».

Bibliografia essenziale

  • Collodi, Pinocchio, Torino, Einaudi, 1968.
  • G. Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Torino, Einaudi, 1977.
  • S. Resnik, L’esperienza psicotica, Torino, Bollati Boringhieri, 1986.
  • 2 pensieri su “Collodi e Andersen (1)”

    1. Davvero una bella e intelligente lettura dell’inizio di Pinocchio. Mi è piaciuto molto leggerla. Suggestivo anche il collegamento alla Divina Commedia attraverso Pier delle Vigne. D’altronde mi capita spesso di pensare a Lucignolo, uno dei pochi personaggi delle storie della letteratura a non poter riprendere il proprio corpo umano (chissà indove finito?) e finire i suoi giorni incarnato come un asino. Ricorda molto i condannati all’Inferno dantesco. Ma Lucignolo è ancora più sciagurato di molti di loro, giacché sconta l’unica colpa d’essere un poveraccio, figlio di poveracci, che sogna come tutti i bambini un po’ di tempo giocoso e qualche balocco… E non dico questo semplicisticamente in chiave sociologica, mi interessa anzi come Collodi abbia trasformato tutto questo in termini letterari attraverso la più fredda crudeltà.
      Un saluto ai dimoranti e all’autore del pezzo

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