Collodi e Andersen (2)

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Marco Ercolani

Collodi e Andersen

Tra realtà e riflesso

Un filosofo, durante un viaggio in un paese assolato, convince la sua ombra a insinuarsi in una casa bella e misteriosa. L’ombra gli obbedisce, si distacca da lui, ma scompare. Sconcertato, il filosofo si trova senza ombra. Trascorso un po’ di tempo, lentamente, l’ombra gli ricresce – ma è una nuova ombra. Il filosofo lascia il paese meridionale e torna al nord. Lì, qualche tempo dopo, lo viene a visitare un signore vestito di scuro, magrissimo e inquietante, che si presenta come “la sua vecchia ombra”. Gli si siede accanto, ostentando l’aplomb di un gentleman. Dopo essersi staccata da lui  – gli confida – ha fatto fortuna e gli affari vanno magnificamente. Si lamenta solo di non essere abbastanza grasso e di avere poca barba. Il filosofo gli confessa, al contrario, di condurre una vita stentata e miserevole. Allora l’ombra lo invita, con una certa degnazione, ad accompagnarlo per un lungo viaggio. Pagherà tutto lui. Ma il filosofo dovrà fargli da servitore. Partono insieme, l’ombra come padrone e il padrone come servo. Arrivano in un paese favoloso dove l’ombra incontra una bellissima principessa e danza con lei. Le rivela di essere un uomo straordinario perché possiede un’ombra dalle caratteristiche straordinarie: credendosi uomo si comporta in tutto e per tutto da uomo. La principessa si stupisce di questa stranezza, ammira ancora di più il signore elegante e magrissimo che la fa danzare con tanta grazia, si innamora. Lui le confida che l’ombra non solo pretende di essere trattata da uomo ma pensa e ragiona da uomo, anche se ormai è in preda al delirio: sostiene che lui, proprio lui, l’uomo elegante e fascinoso che danza con lei, sarebbe la sua ombra. Un vero pazzo, ride la principessa. Insieme concepiscono una soluzione pietosa: imprigionare quell’ombra folle che si crede un uomo, e giustiziarla. Così accade. ”La sera, tutta la città fu illuminata a giorno, i cannoni spararono: bum bum!, e i soldati presentarono le armi. Che nozze! La principessa e l’ombra uscirono sul balcone per farsi vedere, e per farsi acclamare ancora: – Urrà, Urra! Il filosofo non sentì nulla di tutto questo, perché l’avevano ucciso”. L’ uomo-ombra vive così felice e contento, padrone di se stesso e marito della principessa, mentre il filosofo muore, giustiziato come ombra impazzita per l’ambizione di essere l’uomo che è ma che non riesce a dimostrare di essere.

Nel suo vertiginoso andirivieni tra vero e falso, tra maschera e realtà, la favola di Andersen, L’ombra, ci rivela l’assunto di base del racconto: la totale mancanza di un conflitto drammatico tra realtà e riflesso, tra l’io e il suo doppio. In tutti i racconti sul tema del doppio, da William Wilson di Edgar Allan Poe a La strana storia del dr. Jeckyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, da Il cavaliere doppio di Théophile Gauthier a Il compagno segreto di Joseph Conrad, da Horlà di Guy de Maupassant a Il cantuccio segreto di Henry James, si evidenzia una tensione, un dramma in corso. L’io inventa il suo doppio, il doppio cerca di sopraffarlo, e alla fine esplode la tragedia della scissione o la ricomposizione degli opposti. Non nel racconto di Andersen, che con ironica e agghiacciante evidenza celebra la supremazia dell’ombra e il suo definitivo trionfo, libero da qualsiasi rimorso. La psicoanalisi, con la descrizione dei conflitti psichici, si ritroverà a cercare un ordine interiore in cui il principio di realtà e le pulsioni inconsce profonde troveranno una loro sofferta riconciliazione. Andersen, al contrario, descrive la realtà onirica e psicotica di un desiderio pienamente realizzato – l’ombra diventa l’uomo che voleva essere – molti anni prima che Freud affermi, nell’Interpretazione dei sogni, che ogni sogno rappresenta un desiderio. Non sarebbe arrischiato paragonare la favola anderseniana a certi sogni di pazienti deliranti o ad alcuni deliri megalomanici, in cui assistiamo al capovolgimento speculare della realtà e all’irrazionale trionfo dell’inconscio sulle parti razionali dell’individuo. Andersen innalza a realtà concreta e vincente, nella narrazione, un riflesso – qualcosa di non-libero come l’ombra, condannata a ripetere, nel rituale della dipendenza coatta, i gesti del suo padrone. Lo scrittore trasforma il sogno, annidato nelle parti nascoste e notturne dell’esistenza, delegittimato a fantasia assurda e bizzarra della mente, a fantasmagoria evanescente, in fatto reale e vincente. Vincente a spese di una realtà debole e speculativa (il filosofo), che di fatto si trova cancellato, annichilito, estromesso, letteralmente soppresso. Al suo posto si sostituisce l’ombra, che non dovrebbe essere reale ma che tale è da quando il suo «padrone» l’ha mandata a conoscere il mondo e si trova a vivere la vita in modo autonomo. Ingrassando, vampiristicamente, sulla carne del suo proprietario, ormai soccombente. Prendendo vita proprio dall’assenza di vita del suo padrone, che si era trasferito in un luogo assolato del sud per nutrire spirito e corpo con l’energia che gli era necessaria.

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Dal racconto di Andersen trapela un’eccezionale parabola sul paradosso del potere. Realtà e riflesso non sono visti in modo adulto, come due universi integrati e connessi, ma come due avversari, uno vittorioso, l’altro perdente. In modo non dissimile, in un’altra fiaba anderseniana, Il piccolo Claus e il grande Claus combattono uno contro l’altro. Il piccolo e scaltro Claus utilizza la realtà più inverosimile raccontandola furbescamente in modo letterale, e il grande Claus, che recepisce le sue storie solo alla lettera, alla fine morrà proprio per l’incapacità di metaforizzarle. In modo inimitabile Andersen ci descrive il grande Claus persuaso dal piccolo Claus a ritrovare, nelle profondità dell’oceano, niente di meno che un grande armento sottomarino.

Un altro particolare de L’ombra di Andersen appare perturbante. Quando il filosofo incontra la sua ombra ormai diventata uomo e conversa con lei, la nuova ombra del filosofo, accucciata ai suoi piedi, ascolta avidamente le parole dell’ombra ormai libera, come se volesse anche lei, un giorno o l’altro, approfittare della prossima occasione per trasformarsi in uomo. Andersen antropoformizza le ombre in schiavi che aspettano l’occasione per separarsi dal loro padrone e diventare, da fantasmi che copiano servilmente i gesti dell’altro, esseri autonomi, capaci di difendere la loro indipendenza.

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In modo innovativo rispetto alle tendenze gotiche della letteratura romantica, lo scrittore danese non presenta il suo uomo-ombra come essere demoniaco, che incarna la presenza del male, della notte, dell’abisso, ma come spettro che reclama e conquista la sua realtà fisica e non può diventare definitivamente uomo se non all’ultimo prezzo: quello di cancellare dalla vita e dalla narrazione colui che sa, il suo padrone, già ridotto a servitore, a mezzo-uomo, a quasi-ombra. Ma, finché esiste, lui non sarà mai completamente libero. È necessario sopprimerlo.

In una logica psicopatologica questa operazione significa il cancellamento della realtà vissuta dal filosofo sognatore all’interno di una vita debole e perdente, a favore della tronfia realtà del signore borghese, il ricco e vincente uomo-ombra. Come non pensare, in questo senso, anche alla follia personale dell’uomo Andersen, che sconfiggeva la tragedia della sua malinconia inventando straordinari universi in cui il solino, il soldatino di legno, l’inchiostro e il calamaio reclamano vita autonoma, esigendo di essere vivi? Come non pensare alla grande e onnipotente magia dello scrittore di animizzare l’inanimato, di rappresentare lo spirito profondo delle cose? La vittoria del riflesso, il trionfo totale dell’ombra, è la vittoria della “parola delle cose” contro il logos degli uomini. Una vittoria incondizionata dell’oggetto, con tanto di esecuzione e messa a morte del soggetto. È evidente, in Andersen, il fascino di un pensiero prelogico, preverbale, dove il cattivo mondo della coscienza è messo al bando e l’immaginazione, a tutti gli effetti, è al potere. Anche se poi questa immaginazione, nel caso del trionfo dell’uomo-ombra, è la semplice  e arrogante supremazia del borghese ricco e vincente contro il povero e sciagurato filosofo in cui l’autore si identifica.

Se Andersen avesse conosciuto le dinamiche della psiche, oggi sarebbe d’accordo con Ignacio Matte-Blanco, quando distingue la logica simmetrica dell’inconscio dalla logica asimmetrica della coscienza. Andersen avrebbe certamente voluto che non vincesse l’ordine della ragione ma solo l’eccezionalità del sogno, anche se il prezzo di quella vittoria sarebbe stato il suo silenzio, come uomo e come scrittore. Infatti, l’inconscio non rimosso, il vero inconscio, non è mai dicibile, e Andersen, da vero artista, lo intuisce. Chi ha scritto I vestiti nuovi dell’imperatore è anche perfettamente consapevole che la verità è quel raggio abbacinante che, per dirla con Arthur Rimbaud, “anéantit cette comédie”, distruggendo gli inganni della vita. Ma, senza quella commedia e quegli inganni, non ci sarebbe arte che possa rappresentare l’autentica complessità e bellezza del mondo.

L’ombra che, nel racconto di Andersen, diventa uomo, e uomo di successo, non può diventare uomo che in questo unico senso. Quando si è schiacciati, fin dall’inizio della vita, al ruolo di ombra, ci si libera solo alla condizione di riscattare quella schiavitù con la sua condizione speculare: l’eccesso di potere. In tal modo si profila il rapporto fra il personaggio e la sua ombra: uno squilibrio assoluto, uno scontro, tragico e prossimo al delirio, tra principio di autorità e ipotesi di libertà. Ma la libertà è, qui, la potenza del riflesso che sgomina l’insufficiente realtà.

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Bibliografia essenziale

  • AA. VV. Io e l’altro. Racconti fantastici sul doppio, a cura di G.D. Bonino, Einaudi, Torino 2004.
  • AA. VV. Lo specchio e il doppio, Fabbri, Milano, 1987.
  • H. C. Andersen, Favole, Einaudi, Torino, 1970.
  • A. Beguin, L’anima romantica e il sogno, Il Saggiatore, Milano, 2003.
  • R. Bodei, Le logiche del delirio: ragione, affetti, follia, Laterza, Roma, 2000.
  • A. V. Chamisso, La meravigliosa storia di Peter Schlemihl, L’argonauta, Latina, 1983.
  • G. Durand, L’imagination symbolique, P.U.F., Paris, 1964.
  • S. Freud, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
  • Matte Blanco, Pensare, sentire, essere, Einaudi, Torino, 1995.
  • M. Perniola, Del sentire, Einaudi, Torino, 1991.
  • 2 pensieri su “Collodi e Andersen (2)”

    1. Quanti spunti interessanti di riflessione in questo scritto, soprattutto il collegamento delle fiabe di Andersen con la bi-logica di Matte Blanco.
      L’ombra dell’uomo che si materializza come uomo; ai suoi piedi un’ombra che aspetta a sua volta di diventare l’uomo che voleva essere e così via, la lotta di potere tra le ombre che realizzano i propri desideri ecc.
      Sembra proprio sentir parlare degli insiemi infiniti di infiniti di Matte Blanco e di tutta la sintassi e le regole dell’inconscio strutturale.
      Sembra anche sentir parlare Lacan e il suo concetto di un soggetto nel soggetto, trascendente il soggetto.
      Ma forse è proprio la concezione di Matte Blanco di un inconscio non più visto come un contenuto rimosso ma proprietà cosciente della psiche (proprietà dell’essere simmetrico) quella che più si adatta alla narrazione dello scrittore. È come se Andersen navigasse nel vasto campo della coscienza (logica simmetrica) della psiche dove è possibile giocare e lottare con le proprie ombre (gli insiemi infiniti dell’inconscio più profondo), sostenuto dai principi propri della bi-logica, senza soccombere alla follia.
      È un campo vasto e complicato quello che Ercolani ricostruisce con vera maestria e levità. Complimenti.

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