Un grande splendido deserto

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Marco Ercolani

ANNOTANDO
Poeti Contemporanei Italiani
(2000-2016)

“In Annotando sono entrato in sintonia con centodiciotto libri, scritti tra il 2000 e il 2016, di novantacinque poeti italiani, nati fra il 1920 e il 1985, dove l’incontro fra la visione del mondo e la “ri-costruzione” poetica di quella visione mi è sembrato inventare un’architettura originale, dove legge dell’autenticità e logica interna del testo si accordano felicemente. Ne ho tratto delle mie personali note di lettura (il termine “note” rammenta sia l’idea del segno musicale sia la brevitas dell’annotazione), che ho raccolte in volume e ordinate in tre capitoli: Vite interrotte, Voci e Scatti. Questo è semplicemente un mio atlante individuale, una mia “versione” del viaggio nella poesia contemporanea, una navigazione strettamente personale nell’arcipelago di alcuni libri, legata a gusti, coincidenze, conoscenze, assonanze, occasioni, che possono essere condivisi o rifiutati, e di cui mi assumo la piena responsabilità, in attesa di scoprire e/o riscoprire altre voci che l’editoria di poesia, spesso sotterranea e irraggiungibile, conserva come involontari tesori sommersi, di cui potrei parlare in eventuali future divagazioni.” (M. E.)

 

Un grande splendido deserto

Perché si scrivano cose destinate,
conseguenze inevitabili.
Nanni Cagnone

1
Quattro versi di Robert Walser ci presentano questa nitida immagine:

«Tutto è silenzioso e bianco:
un grande splendido deserto
il cui freddo silenzio rende vano
ogni commento. Dentro di me avvampo»

L’immagine è paradossale e significativa: avvampare davanti a un deserto silenzioso, bianco e freddo. In un certo senso, entusiasmarci del nulla che la poesia sempre evoca, portandoci a navigare tra dissolvimento e conservazione della parola.

Il poeta, da sempre, mette al centro della scena il dissolversi del mondo e il dolore della bellezza che svanisce, del tempo che ci ruba alla vita. Sigmund Freud scrive:

«Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello o nobile gli uomini hanno creati o potranno creare. Tutto […] gli sembrava svilito dalla caducità a cui era destinato».

I poeti non sono solo scrittori che scrivono versi, ma artisti che consentono di sognare oltre la caducità. L’”interlocutore” di ogni poeta è il “lettore futuro”, che ascolta il suo personale messaggio nella bottiglia. Il lettore prescelto legge un testo che è nato per lui, a distanza di secoli. I lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo stare insieme, tra vivi e morti, al di qua dello specchio, compagni di illusioni diverse e diverse forme di verità.

2
La parola poetica è un azzardo dello scrivere, oltre i manierismi della tecnica e le scaltrezze dei significati. Il poiein trasforma il linguaggio comune in accordi di parole che obbligano il lettore a sospendere qualsiasi forma di giudizio. E l’azzardo si consuma fra i nessi imprevedibili della sintassi piuttosto che nell’isolata potenza della parola. Come scrive Thomas Stearns Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono».
Il poeta non desidera riappacificarsi né con il mondo né con le parole. Tratta con le ombre e ne ricava luci. E quelle luci devono essere ri-accese, a costo della vita. Deve essere lui a ri-accenderle. Se non fosse così, non sentirebbe neppure l’impulso di scrivere, la necessità di colmare una mancanza con il sogno delle parole. Baudelairianamente, il suo è un “cuore messo a nudo”. A nervi scoperti, va alla ricerca di qualcosa che  ancora non conosce, intorno a cui non riesce a fare chiarezza, pervaso da una febbre senza oggetto: «Sono la coscienza senza sonno, il sonno vuoto e calmo senza lo scherzo, lo scherno, lo sforzo del risveglio…»(Ilaria Seclì). La poesia si confronta con la necessità di questa febbre, con la sua sospensione visionaria, senza la quale l’impulso a fare arte non avrebbe alcun senso. La poesia è sperimentare emozioni che ingorgano, nodi che soffocano il respiro, e poi farli emergere nel testo, illimpidirli, ridurli in parole. Ogni poesia è dissipazione, dispersione, desiderio di libertà, energia destinata a dissolversi, ma energia sigillata dalla scia rigorosa dei testi: «le sotterranee lingue dell’autunno/ fiamme dal sottosuolo / bruciano foglie e cenere / nutrono le gemme nuove» (Antonio Porta).

3
Quando la poesia si addentra verso l’universo delle cose tentandone una trascrizione, un’evocazione, l’oggetto corteggiato dalla parola, invece di mostrarsi di più, si mostra di meno, e ogni ulteriore descrizione, anche la più dettagliata, lo avvolge in una nebbia che sembra dissolverla: «Mi troverai in una lingua / a strappi fatta di nomi che non so» (Gabriela Fantato). Le parole che avrebbero dovuto arricchire la percezione la disorientano, la confondono, come fiamme che aggiungono imprevedibili chiaroscuri alla cosa evocata; ne accrescono paradossalmente l’ombra, dissolvendone i contorni: lo rendono inatteso. «Suono era e fluiva/ e il brivido dentro il ciottolo/ era vuoto a strapiombo» (Lorenzo Calogero).
La poesia è quel “vuoto a strapiombo”  – non la pienezza del canto ma l’impossibilità della parola. Il poeta, ai margini dell’afasia, abita qualcosa di impreciso che ammutolisce il linguaggio comune e consente alla parola poetica la sua eccezione: vivere l’illimitato fondando limiti che descrivono il loro crearsi e dissolversi. Non essere vaso, che soltanto contiene, ma brocca, che raccoglie l’acqua e può versarla, spargerla, donarla.
Quando René Char esalta l’impresa poetica come esperienza dell’impossibile e scrive: «Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti» non dimentica ciò che lui stesso afferma con illuministica sapienza: «Il giorno nutre, la notte affina la parte nutrita».  Le parole, arrivano alla voce del poeta già piene di silenzi e di suoni. Il suo compito è rimodellarle, per il tempo che durerà la sua opera, ma con la certezza che «il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura» come sostiene Stéphane Mallarmé. Ogni poesia progetta la propria luminosa oscurità e diventa forma cosciente di quel grido, del suo grido che interrompe il silenzio. Se la poesia è un «progetto di veglia/ con sogno e manovra» (Lorenzo Pittaluga), la veglia è il progetto reale che comprende le matrici del sogno e le manovre della forma.

4
La scrittura poetica non è una visione da opporre al reale, ma la sostanza del reale stesso. Non è fantascienza ma scienza del reale. Il poeta dovrà assumere, come regola fondamentale, la ricerca dei modi e delle forme in cui tradurre il suo sogno, senza tradirlo: dando la propria forma all’ossessione che lo pervade, alla caducità a cui tenta di far fronte.
A traccia di questa mancanza, di questo profondo sentimento dell’effimero, il poeta lascia delle parole. Le parole restano all’interno di poesie che, lette e rilette, diventano humus per altre poesie che saranno scritte. Si delinea una traccia, una scia non destinata a sparire.
Ogni poeta, leggendo altri poeti, ha la curiosa sensazione di abitare in una comunità dove ogni abitante rappresenta il dolore della caducità terrena nella sua versione, cercando parole che vivranno oltre la sua morte, trascrivendole su fogli di carta, su terreni sabbiosi, dentro schermi di computer. Siamo di fronte a un “atto di resistenza”, come suggerisce Gilles Deleuze.
La resistenza è l’atto in cui la vita si oppone al “destino della vita”, che è quello di perire, e racconta l’insopportabile mancanza della morte con parole che non vogliono mancare ma restare eterne. Si tratta di un’eternità che non assume mai il valore del monumento egoico o della fede ultraterrena ma celebra, laicamente, lo sparire dell’uomo da questa terra. Una sparizione fatta di segnali che ne parlano. Un morire composto di segni che restano – uniche, sole, determinanti consolazioni. Il dolore della fine viene evocato da parole che, descrivendolo, lottano contro qualsiasi idea di fine, creando e ricreando l’illusione della presenza.

«La forma della verità non è l’uovo, e neppure un triangolo, neppure una foglia, Ma l’uovo, il triangolo, la foglia, sono forme della verità. La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere in ogni cosa. Noi esistiamo in tutte le cose (Sinisgalli)».

5
Samuel Beckett e Luis-René des Forêts nei loro testi ripetono la necessità di “fare silenzio”, quasi ci intimano, attraverso parole che continuamente riproducono e rappresentano l’impotenza a parlare, il silenzio.
Ogni poeta condivide lo stesso destino: circoscrivere  la sua illusione di esistenza dentro uno schema di parole, opponendo alla disillusione del dissolvimento le tracce inequivocabili di quella presenza. Il poeta lavora con ostinazione ossessiva a questo tema.
Come osserva Danilo Kis: «E tutto ciò che sopravvive al nulla è una piccola, vana vittoria sull’eternità del nulla». Il poeta, augurandosi una precaria immortalità, è sempre insoddisfatto di quello che fa, travolto dal costante lavoro sotterraneo dell’”essere” delle parole contro il “divenire” della vita che muore. Se ogni poeta cerca la sua voce, per individuarsi dal nulla, è anche vero che la sua voce, necessariamente, deve sottrarsi alla cifra dell’individuazione perché è “tormentata dall’infinito”, come Il Bardamu celiniano del Viaggio al termine della notte.
Il progetto reale della poesia è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alle sue forme. La scrittura poetica è lontana da qualsiasi visibilità: nel momento in cui cerca di tradurre l’invisibilità in forme, non fa che aggiungere nebbia a nebbia, pur rispettando i contorni del paesaggio. È il contrario di uno schermo in cui giocare le possibilità combinatorie dell’immaginazione all’interno di un delirio elastico, estensibile, virtuale. È una superficie opaca, increspata. Isola emersa e sommersa. Cratere e lava.
La scrittura poetica niente aggiunge al mondo: vuole dislocarlo, deformarlo, deviarlo. Il poeta, scrivendo, stana prede nascoste. Si pone in agguato. Sorveglia, capta vibrazioni sonore, risonanze particolari. Aspetta che la preda lo raggiunga per afferrarla; e appena l’ha tra le mani, prende tempo, la osserva prima di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il proprio occhio attento: quindi la lascia libera. È solo in quel momento che può scrivere del suo incontro con lei. La verità è nell’attimo magico della risonanza che genera l’effetto, nell’incontro fra un oggetto che sfugge e una mano che cerca di tracciarne il contorno, un orecchio che vuole riascoltarne l’eco.
Nessun poeta possiede le parole. Sono loro a possederlo. E lui è voce tra le voci, disseminata in intrecci, polifonie, mescolanze, tracce. Il poeta non può trovare la sua originalità che nelle variazioni di queste tracce, ripetendo la stessa frase come un attore che, ogni sera, intona il suo monologo con vibrazioni sempre diverse, perché l’arte è la litania della stessa intonazione.
In una parabola narrata da Borges un uomo parte per trovare un tesoro e compie un viaggio lunghissimo. Durante il viaggio incontra una persona che gli racconta un sogno dove descrive proprio il luogo da dove l’uomo è partito, il cortile della sua casa, il pozzo al centro del cortile, e gli dice che in fondo a quel pozzo c’è un grande tesoro. L’uomo interrompe il viaggio, torna a casa, scava sotto il pozzo, trova il tesoro a lungo cercato. Che è sempre stato lì, a due metri da lui. Ma è dovuto partire e affrontare un lungo viaggio per incontrare chi gli avrebbe raccontato un sogno dove era racchiusa la realtà che cercava, il tesoro da trovare – contiguo a lui, non irraggiungibile, non inenarrabile. Il poeta usa «le parole da sempre, ma come se venissero da un altro mondo» (Chees Nooteboom).

6
Alcune esperienze della poesia contemporanea rappresentano la volontà di inventare, con le parole dell’alfabeto, costruzioni fantasmatiche di perentoria nitidezza, dove l’oggetto poetico è la percezione verbale che l’ha pensato e determinato. Le forme grammaticali non sono più il neutro territorio di una sperimentazione linguistica ma le spie – i sintomi – di una prospettiva del mondo che, attraverso la combinazione delle parole in quelle forme, accede a un’originalità rifondante. Il testo poetico esiste e resiste, non tanto perché ricama l’ennesima variazione sul nulla, ma in quanto individua, ai margini dell’afasia collettiva, un necessario accordo di parole.
Scrive Vicente Aleixandre: «Fare è vivere ancora, / o essere vissuti, / o prossimi. Chi muore vive e dura». Il poeta intraprende un lungo viaggio per poi tornare a se stesso, al suo centro: che è abitare le parole vive contro il morire della vita. Le parole sono le sole tracce del suo passaggio terreno. Solo attraverso di esse, in modi lievi e diversi, può fingersi immortale. La magica sincronicità è questo contrasto insanabile, tra vita e morte, che solo le parole hanno il potere di guarire. Scrivere è sentire qualcosa di più “grande” di noi, che ci ammutolisce ma di cui dobbiamo fare parola, perché il non fare parola è la morte reale, perché è il fare parola la finzione della nostra immortalità, l’azzardo contro la caducità, l’apertura al sogno: «le lingue non capisco le grida annichilisco» (Antonio Porta).
La poesia è rivelazione di parole che nasce dalle parole. Dentro quel tessuto verbale saldo e preciso vibra un alone psichico dove si addensano percezioni, epifanie, catastrofi; dove si dissolve e si riforma ogni volta il mondo e non si può mai pronunciare la parola giusta che lo definisca, quella parola che esita e si contraddice, o troppo tanto o troppo poco, viva nell’eccesso o nell’afasia. Indica Roland Barthes, nelle sue Leçons: «La letteratura […] sta dalla parte del mal dire, del troppo e del troppo poco, della lacuna o della ridondanza, del troppo presto o del troppo tardi, del doppio senso e del controtempo». La poesia, non diversamente, si espone nel suo difetto e nella sua inadeguatezza, che per ogni poeta è cifra intraducibile della propria navigazione del mondo e nel mondo, l’accordo enarmonico tra quella forma poetica e la tensione di un destino.
“In Annotando sono entrato in sintonia con centodiciotto libri, scritti tra il 2000 e il 2016, di novantacinque poeti italiani nati fra il 1920 e il 1985, dove l’incontro fra la visione del mondo e la “ri-costruzione” poetica di quella visione mi è sembrato inventare un’architettura originale, dove legge dell’autenticità e logica interna del testo si accordano felicemente. Ne ho tratto delle mie personali note di lettura (il termine “note” rammenta sia l’idea del segno musicale sia la brevitas dell’annotazione), che ho raccolte in volume e ordinate in tre capitoli: Vite interrotte, Voci e Scatti. Questo è semplicemente un mio atlante individuale, una mia “versione” del viaggio nella poesia contemporanea, una navigazione strettamente personale nell’arcipelago di alcuni libri, legata a gusti, coincidenze, conoscenze, assonanze, occasioni, che possono essere condivisi come rifiutati, e di cui mi assumo la piena responsabilità, in attesa di scoprire e/o riscoprire altre voci che l’editoria di poesia, spesso sotterranea e irraggiungibile, conserva come involontari tesori sommersi, di cui potrei parlare in eventuali future divagazioni.”

7
Fedor Dostoevskij fa dire ad Aleksandra Ivanovna, ne L’idiota: «Una volta sola le riuscì di sognare qualcosa di originale: un monaco solo, in una stanza buia, dove lei aveva paura di entrare» Quel “monaco solo, in una stanza buia” – forse la matrice da cui partirà Anton Cechov per scrivere il suo splendido racconto Il monaco nero, lirico resoconto di un delirio -, quel “monaco solo” non è nient’altro che la notte buia da cui scaturisce, per potente utopia e petrosa resistenza, l’acuta bellezza della scrittura: il suo “grande, splendido deserto”. Quel “monaco solo, in una stanza buia” è la condizione necessaria perché la parola poetica continui a resistere, trafitta e nutrita dalla sua solitudine. Come scrive Friedrich Hölderlin: «…talvolta avrei preferito vivere in qualsiasi altro posto piuttosto che in compagnia degli esseri umani». Soltanto il poeta può vivere in quel luogo della mente (“qualsiasi altro”) che resta sempre eccezionale rispetto alle leggi condivise e supinamente accettate della comunità di appartenenza.

 

8

«Un giovane poeta dovrebbe avere più cura del suo carattere che della sua scrittura; non dovrebbe farsi incantare dall’avvenenza del linguaggio ma confidare nella sua qualità asintotica. Un giovane poeta dovrebbe cercare nelle cose parole non sue; dovrebbe pensare nel percepire; non dovrebbe adulare il linguaggio o soccorrere il senso; dovrebbe essere incostante».
[…]

«Il poeta confida di trovare un accordo con ciò che la mente ha svelato per lui: un accordo senza guarigione, “difettoso”, ma che gli lasci tenere il sentimento della cosa con sé, come nell’oscurità un barlume».

Nanni Cagnone suggerisce che il sentimento della cosa è da trattenere con sé come un barlume: non ancora parola ma  presagio del suo disegno, è la traccia della propria vita a cui dare forma di parole:

«Solo nella personalità è la vita e ogni personalità riposa su fondamenta oscure che devono essere anche il fondamento della conoscenza».
(Friedrich Schelling).

E di quelle fondamenta oscure il poeta è il primo, inappagato esploratore, sempre sconfitto e sempre pronto a ritentare l’avventura, proprio perché la poesia ha un rapporto complesso e tragico con la letteratura ed esiste nel momento in cui la allontana da sé per inventarsi come cosmo modellato dalle vibrazioni altre della parola. Ha ragione Maurice Blanchot quando commenta: «Scrivere è la forza più grande perché infrange inevitabilmente la Legge, tutte le leggi, compresa la propria. Scrivere è fondamentalmente pericoloso».

Genova, 2008-2016.

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12 pensieri su “Un grande splendido deserto”

  1. Questo articolo contiene la prefazione dell’opera “Annotando” di Marco Ercolani che sarà pubblicata più avanti nella “Biblioteca di Rebstein”: una “grande splendida strenna natalizia”.

    M.S.

  2. Codesto scritto (segnico) di Marco Ercolani mi sta “stuzzicando” l’immaginario: se l’Autore vuole e mi autorizza vorrei trarne imago non illustrativa ma interpretativa, cosa ben diversa, in ogni caso i miei complimenti a Marco che saluto calorosamente in attesa di suo assenso ,
    r.m.

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