Come non piangenti

Marco Ercolani

Come non piangenti
(Marcos y Marcos 2011)

          «Presto, dai vetri aperti stamattina
          un baccano di uccelli s’è levato. Folli,
          che fate, ho domandato alle chiome
          ossidate nel giardino, è novembre.
          Sbrigatevi, andate. Lasciate ch’io qui
          resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,
          il grido la piazza. l’arrotino, a ripetere
          il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.
          Il mendicante anche se giura
          non verrà creduto. Lasciateci.
          Che qui resti ancora a guardare, e altri
          attraverso il deserto dei rami
          tralucano, alberi».

     Inizia con questa poesia il volume di versi Come non piangenti, di Cristina Alziati. Il titolo deriva da una frase di Paolo di Tarso: «Gli aventi donna come non aventi, i piangenti come non piangenti». È necessario esistere in quel “non” che comprende sia la negazione che l’assenso alla vita. Il poeta vive il tempo che ci resta come un tempo in cui animali, uomini e piante partecipano dell’infondatezza radicale e ontologica del vivente, esprimendo se stesse dentro questo impossibile. «Come non piangenti, ma piangenti, come non parlanti, ma poeti» (Stefano Guglielmin).
     Il tono “alto” di questa poesia, “ma di una solennità appena accennata” (Pusterla) turba il lettore perché lo guida verso una realtà concreta e visionaria insieme, intima, civile e politica, dove la chemioterapia personale e le Isole Eolie o le Dolomiti, i corpi infantili malati di cancro e le escursioni verso le luci aurorali, la morte del padre e la descrizione della propria stanza, hanno la stessa penetrante intensità tonale.

«A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura – i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo –
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell’atto tuo, l’altro versante – il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato».

     La poesia di Cristina Alziati, nel suo tono epico e lento, da meditazione («Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta, mi hai detto. / Aveva il suono di una preghiera»; «Invece arriva, se ne va, ritorna. / Anche stanotte mi è seduto accanto. / E se non viene, resta ormai una cecità / con me per sempre, alla mia finestra») rivela una potenza sommessa, gioiosa, stupita («E sarai già oltre la Maiella, io / crollerò dentro un breve sonno, / strano. Dentro un risveglio strano / odo cantare uccelli sconosciuti / e provo intero il dolore, so la gioia intatta»), ma anche una sua malinconica, spietata fissità («Sono schiacciata, e sopra l’ossido / molle del fogliame invece / scendiamo insieme verso un’acqua immota, / lenta, nel tempo abbandonato»).
     La poesia dedicata a Etty Hillesum ci inoltra in una parola che, da monologo, si fa subito colloquio:

«Non riesco a inginocchiarmi, scrivevi
e hai portato dentro i giorni dannati dei campi,

per proteggere dio una gioia.

Forse pregare fu quello – le tue ginocchia,
ossa d’ombre sulla pietra, e tu
per questa rara terra a camminare in volo».

     Cristina descrive un eccidio e una speranza insieme, sulla scia delle “ballate” di Nelly Sachs («Se i profeti irrompessero per le porte della notte / e cercassero un orecchio come patria, / orecchio degli uomini, / ostruito d’ortica, / sapresti ascoltare?»). Pronuncia una parola politica, profetica, sacra, fisica, metafisica. Descrive esseri perduti, bambini uccisi, «corpi che all’interno presentano innumerevoli finissimi tagli senza che si rinvenga alcuna scheggia», e racconta:

«Tutta rimpicciolita, minima, essiccata
l’hanno portata così, tutta cenere
una coltre di bruna preistoria.
Hanno portato una piccola mummia,
la più nuova di tutto il creato»

     Questa parola si inserisce nel solco di una poesia tradizionale, attenta al registro comunicativo, agli scarti ritmici, alla tensione fonetica. «Immemore del tempo, io qui / mescolo dentro e fuori, mi confondo. / Resto incantata sulla soglia, imparo / a respirare senza muovere fronda». Racconta malattie e drammi, personali e storici, scegliendo un tono dimesso e intenso, ma incidendo nella pagina terremoti esterni e interni. «Il terremoto ha dita piccole: / lo puoi capire dalla caduta di minuscoli pezzi di intonaco (Emmanuel Carnevali). Nelle note finali, indispensabili a una rilettura del libro, si legge di fosforo bianco, uranio e ossido di etilene usati nella prima guerra del Golfo, di baraccopoli, acquitrini e immondizie, del potere tirannico e della cronaca di massacri reali. Ma, anche quando Cristina descrive orrori precisi, incisi nella carne dell’uomo, lo fa nel segno di una lingua che osserva il mondo da una stanza e, pur volendo “chiamare per nome ogni cosa”, se ne distanzia, serbando il suo silenzio.

«Ora tu credi che basterebbe un niente,
sedere a un tavolo sgombro
in un’ora propizia, e lavorare ai versi
lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece
di questo non scrivere giorno per giorno;
dentro il sedimentarsi delle piccole
cose, e delle grandi, sono
l’anima ingombra del loro farsi mute»

     La vita è fatta di questo “non scrivere giorno per giorno”. La resistenza è sempre in una poesia “ostinata a sperare” ma anche determinata a sparire perché esiste nell’attimo in cui si cancella e può non tanto descrivere il vuoto che la assilla quanto farlo risuonare nelle diverse energie della parola. «Cosa è rimasto di tante chimere? – scrive Michael Foucault – «La cenere di alcune parole. E il nostro possibile, nostro di noi uomini di oggi, non lo affidiamo più alle cose, agli uomini, alle istruzioni, lo affidiamo ai segni[…]; si scrive per fare l’esperienza e per prendere la misura di una libertà che non esiste più se non nella parola e che, lì, si è fatta rabbia» Di quella misura, di quella rabbia, Cristina Alziati è un esempio radicale.

(La recensione di Marco Ercolani è tratta da
Annotando. Poeti Contemporanei Italiani (2000-2016)“,
di cui si dà notizia qui.)

 

Testi

 

Adesso

Hanno mandato armi e ruspe
per sgomberare il campo
per demolire le baracche
dove vivono uomini donne bambini,
l’ordine è stato eseguito.

Hanno rassicurato i cittadini:
nessun allarme animali, nessun felino
risulta abbandonato di quelli
“che usano romeni e altre etnie
per dare caccia ai topi” è stato scritto.

Sulla melma del fiume
guardo scorrere lentissimi
cadaveri, qui sotto Ponte Milvio.
Ne riconosco i volti, furono assassinati
buttati morti o vivi nella Senna,
li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento.

Compio ora gli anni della terra offesa.

 

*

 

Distempo

Tanto più vecchio di me: fosti così davvero
quando abitavi in Aracoeli e io appena
nascevo? Non l’avevo già in certe
radure del cuore incrociata, non
di soppiatto spiata la svelta
figura che leggera
da quella sua casa per sempre
nell’indigenza opaca discendeva,
e vera – del lavoro confitto nelle ore,
delle lotte confitte nel lavoro?
Quanti anni avevo io nelle radure
tu quanti, quando mi scrivevi? “Mi
piacerebbe immaginare d’incontrarti” ,
ed era un volo. lo ti ho preso per mano
dal tempo senza tempo, in una infanzia. Ora
dentro i millenni della storia stiamo
chiari, confusi come il giglio ai campi.

 

*

 

Viandanti

Era prima dell’ alba, e andando
all’improvviso stava trafitta l’aria
e lucentissima la falce della luna,
la lama chiara dei monti. E ci inchiodava.

Vedi, ti domandavo, che questa vista
a me pare che tremi, ché fragile
la tengo fra le mani, e piango; dimmi,
volge a noi forse, bellezza, una preghiera?

di quanto è dono, di quanto
è offesa insieme, forse un crinale in noi
di unica luce luce?

Da questa sosta chiedo, dove non discerno
se l’ombra mia qui scivolata a terra
gioia o dolore sia. Segno di cosa il pianto.

 

*

 

I riccioli della chemio

1.
Come vuoi che racconti dei mesi
di quello straordinario inverno
di gemme anche quassù, e sole
fra i rami nel dicembre, quando il manto
di neve ero io, la corteccia glabra
lo scricchiolio del gelo nelle ossa – per quale
voce straordinaria dirti l’inverno,
quando l’inverno ero io?

Ora risorgi. Chiudi un libro. Esci.
Entri nei varchi fra le gocce, nella pioggia.
Quello che deve sopravvivere viva.
Ancora vuoi sapere il capezzolo
dov’ è, dove le carni e quale impresa
prelevi, dove porti, come
venga smaltito questo Sondermùll,
ancora vuoi parlare con l’estroso
chirurgo cucitore, che nei lembi
della pelle ti ha cucito
la discarica all’anima.

 

*

 

Terza lettera ad Antigone

Non ti mando la foto, ti descrivo.
Sulla riva, distesi sotto il sole, vedi,
i bei bagnanti, e i pueri, e il cadavere
poco discosto, soltanto dall’acqua lambito.
Non fosse per i vestiti – per gli stracci –
diremmo che è uno del gruppo, fra quelli
ridenti, uno vivo. È un giorno di festa.

Arriveranno gli addetti, più tardi,
a sgomberare quel corpo; altrove
si sbrigherà una pratica,
faranno un’autopsia, verrà inumato.
Questo però non c’è, nella fotografia.

E nemmeno la bava, domani, dei giornali
né la pena beghina per quel morto,
“zingaro – dirà qualcuno – ma bambino…”
C’è questa roccia, invece
fra il cisto e i rosmarini,
questa roccia residua da cui scrivo,
e dentro l’aria una preghiera
e il mare intero, lento
che prima degli addetti il corpo
si porta via, l’istante prima.
C’è il resto del paesaggio a sua custodia.

 

*

 

Dove giocano i bambini

Tutta rimpicciolita, minima, essiccata
l’hanno portata così, tutta cenere
una coltre di bruna preistoria.
Hanno portato una piccola mummia,
la più nuova di tutto il creato.

Giocavano per strada
tirava sassate con gli altri bambini
ai tracciati di fosforo bianco,
e ciottoli
dentro i riquadri del gioco del mondo.

Qui, dove corrono, vedi, le linee del mondo.
Masticata all’interno,
non sappiamo che cosa sia stato.
Noi a giocare scendiamo ogni giorno,
qui o altrove, che importa
se una coltre ci inchioda
e l’arma fradicia della menzogna,
e noi siamo bambini e qui corrono
le linee del mondo, e tutto, vedi,
tutto è una sola traiettoria intorno.

 

*

 

(Tu che hai scritto anni orsono)

“Tu che hai scritto anni orsono
di generazioni condannate, o dell’ aria
fra il Tigri e l’Eufrate, sparita,
perché in questo mese di marzo
delle testate umanitarie taci, che spargono
uranio impoverito sulla Libia?”

Ma dimmi, che ci fai nella mia notte
uccello dal dolcissimo nome,
con la ‘o’ tutta chiusa, che si allunga
fino a battere piano sul palato, mia Dohle?
Qui da tempo non viene nessuno.
Vivo giorni di scorte.
Oggi ad esempio ho procurato
una terza versione dello Jephtha,
mi martello le orecchie
me ne sto radunata in tre battute
scendo con gli archi al semitono
prima che attacchi Scenes of horror,
Scenes of woe, sono di legno.
Fuori il pruno selvatico principia
a fiorire tutto solo nel giardino.
Perché non posi in pace tu ora,
mia Dohle, tu che stavi
stecchita sulla soglia stamattina?

Annunci

2 pensieri riguardo “Come non piangenti”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...