Vite interrotte

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Marco Ercolani

“Con un ghigno soave o sinistro
i cadaveri precipitano nel vortice
indicando in lingua sconosciuta
ai vivi la terra destinata.”

(Marco Amendolara)

 

Alcuni giovani poeti hanno interrotto volontariamente la loro vita e quella fine è sempre presente nei pensieri dei sopravvissuti.
Morire, naturalmente, non è meglio di vivere.
Ma chi interrompe la sua vita e ha a che fare con la poesia, deve vivere una doppia incandescenza: quella del suo dolore personale e quella della vocazione poetica. La poesia, come la vita, non immunizza e non protegge: espone. Ci consente di usare il linguaggio come una bomba innescata e non come un abito da cerimonia. Questo ci insegnano quei poeti disperati e «imperfetti», da Marco Amendolara a Nadia Campana, da Giuseppe Piccoli a Remo Pagnanelli, da Simone Cattaneo a Lorenzo Pittaluga a Claudia Ruggeri. Non si tratta di un cimitero di lapidi spente ma di un semicerchio di fuochi sempre accesi.
È ancora possibile che chi soffre troppo insegni qualcosa a chi soffre poco, e gli suggerisca che l’assenza di dolore non è un’insperata fortuna ma, talvolta, un’assenza di passione vitale. Se questo è un tempo difficile per la poesia, lo è per viltà e miseria morale: la maggioranza dei poeti non custodisce nulla, al di fuori dei prossimi libri da offrire ai recensori. Le lettere di Marina Cvetaeva, gli appunti di Paul Celan, le prose di Amelia Rosselli, non erano l’elenco dei prossimi libri da stampare ma il segno, ardente ed esatto, che a loro, poeti del loro tempo, toccava un compito, che è identico nei secoli: custodire la poesia come cosa urticante, aspra, inattuale. Le vite interrotte dei giovani poeti lo testimoniano ancora, benché sia forte il rimpianto per le loro opere future, rese impossibili dalla morte fisica. Ma questo conta meno. Pur non promuovendosi più sul mercato letterario, questi poeti tengono acceso il fuoco che serve a noi per vivere ancora la poesia come stupore per la parola. Né noi né loro siamo diventati classici da antologia, licheni da museo, argomenti per tesi di laurea. Ma di quella dolorosa energia e di quel tragico destino, che in certi casi ha i tratti della follia, non dobbiamo e non possiamo fare a meno. Questa consapevolezza mi spinge a commentare oggi alcuni di quei destini.
(M. E.)

 

Giuseppe Piccoli
Fratello poeta
(Lieto Colle, 2009)

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«O luce
diurna e notturna! O pagina inconsapevole!
Cento fantasmi segnano le nove
della sera

**

Ci sarà una montagna che langue
al ghiaccio
e alle tue lacrime di perla?
Ci sarà un animale che fuga
il tuo fantasma in bianco colore?
Della città di mare e di luna
resiste il durissimo lamento:
viso che gioca e che guarda
e strano còmpita poesie.

**

La cosa mortale detta amore
indugia tra le case nella sera.

La sera giunge con le porte chiuse.

Alla pelle la febbre s’arroventa:
è bianca la tua pelle e trema lenta.

**

Ossa e ossa e oggetti e tenaglie
per catturare quest’ansia:
poi lungo le scale lasciare
un vestito senza corpo, spolpato

Sinché resta questa scorza
d’uomo, sin che la polpa
non s’asciughi, apri
la finestra al mondo»

     Nel 1981 Giuseppe Piccoli, trentaduenne, aggredì padre e madre. Il padre perse la vita, e Piccoli fu tradotto nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.  Condannato a dieci anni di reclusione a Napoli, non li scontò perché si tolse la vita nel 1987.
     Da sempre, nonostante le sofferenze della schizofrenia, aveva scritto poesie. Una sua scelta antologica apparve per Guanda nel 1981 (quando aveva appena ventidue anni) sotto il titolo Di certe presenze di tensione. Due anni dopo Maurizio Cucchi raccolse dodici poesie e le inserì nell’ “Almanacco dello Specchio” con il titolo Foglie. Nel 1987 uscì postumo, per la cura di Arnaldo Ederle, Chiusa poesia della chiusa porta pubblicato dall’editore veronese Bertani. Altri testi si trovano in Poeti italiani del secondo novecento (Mondadori, 1990), nella rivista ‘L’ozio letterario’ e in ‘Poesia’.
     Piccoli si esprimeva con una tonalità lirica disarmata e disarmante («Per un ritratto che mi fai, / quanta separazione dalla tua mano»; «Nuvole sei, che il ragazzo / guarda e sorride. /Sei la fuga della nuvola sul prato»), una tonalità che sfiorava contorni narrativi, ingenui, ai limiti dell’infantile. La sua sensibilità tormentosa, urticata dal mondo, creava oggetti poetici inconclusi, raggiunti con una ritmica cupa e zoppicante: «io ero la chiave e l’oltremondo /mani e piedi e bocca offerti al sacerdote», ma anche versi frontali e decisivi: «Separàti da un muro, l’idiota / e l’angelo scrivono lo stesso poema».
     Henri Michaux, parlando del sapere dello schizofrenico, ricorda che “in qualsiasi modo la sua «idea» appaia agli altri, stramba, delirante, limitata (perché loro ne vedono soltanto la punta d’iceberg), per il folle è un’idea incomparabile, un’idea-cattedrale che lo piazza fuori delle critiche meschine e in un certo modo lo iscrive nei segreti dell’Universo».
     Piccoli esprime la precisa potenza di questa fantasmaticità delirante. La sua tragica vita è il solo modo, necessario, per scrivere la sua tragica poesia. Solo dentro quella vita senza speranza poteva consumarsi l’intensità deflagrante di quei versi.
     Piccoli scrive di sé e della sua scissione schizofrenica incidendo versi nel foglio (la parola “grafia” trattiene nel suo etimo il senso, disperante, del graffiare). Non si risparmia. Tenta di dirsi nel suo modo tragico, azzardato a causa della malattia, nonostante la malattia. Due sono i poli lungo i quali la sua espressione oscilla – l’apertura al canto, l’abbandono lirico; e, contrapposti, la paura, la chiusura, la rabbia senza risoluzioni.  L’integrazione tra questi due momenti, assente nella persona, raggiunge nel poeta una chiara e lunare unità di espressione: «Mi tento, mi squaderno / nel lume di un nuovo alfabeto».
     Scrive Thomas Stearns Eliot, con parole che ancora oggi ci sorprendono:

«E io vi mostrerò qualcosa di diverso / dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, / o dall’ombra vostra che alla sera incontro a voi si leva; / in una manciata di polvere vi mostrerò lo spavento».

     Di quello spavento Giuseppe Piccoli è stato sempre acuto sismografo, fino all’ultima ora di vita. «Non esiste né un sopra né un sotto, né un alto né un basso, quando si soffre la vertigine dell’essere sospesi sul senza-fondo, sulla assenza di ogni fondamento, sull’impossibilità di ogni fondamento» (Ferruccio Masini).
     L’avanguardia è stata il momento di massima progettazione dell’anti-ordine follia contro l’ordine ragione. Poeti e artisti, con furioso soggettivismo, hanno scelto di  smantellare i canoni della tradizione, anteponendo il caos alla geometria, il rumore all’armonia, concedendo ai loro eredi qualche arpeggio minore intorno a irreversibili macerie linguistiche. Ma anche il rumore, scelto come antitesi al suono, possiede una sua architettura ritmica. Dei tentativi sono possibili: la riscoperta di una forma nel caos, di un ordine della molteplicità, di un discorso nella follia; rileggere gli eventi, catalogati come eretici e cancellati dal succedersi della storia come inutili eterodossie: riattraversare la storia del “sentire”, della capacità visionaria. L’attenzione alla vista interna come veggenza e all’ignoto esterno come perturbante consente di non scindere più il dentro dal fuori. L’esterno si fa maellstrom che feconda il maellstrom interno. L’esperienza epifanica della poesia è un paesaggio di cose e d’anima dove non è semplice districare la cosa dall’anima, dove non domina né l’io né il non-io ma una mescolanza vivente dell’uno e dell’altro.
     Come osserva Sinisgalli di Lorenzo Calogero: «qui il poeta ha rifiutato i soccorsi delle retoriche più fertili: l’incanto del numero, della simmetria, degli accenti, gli attriti degli oggetti, delle occasioni, della memoria. Si è fidato soltanto delle sue capacità espressive, di una vitalità insita nel linguaggio (la “vita acre dei segni”), per cui l’arabesco, che è senza dubbio l’acquisto più glorioso delle pagine più aperte, non è mai nomenclatura e contorno ma diventa, esso stesso, più che strumento, sostanza spirituale».
     L’arte è nell’evento perturbante, non nei canoni che ci difendono dalla sua violenza emotiva. L’arte è nei nostri modi, sommari, di interpretare quell’evento. Ogni lingua poetica è funzionale alla descrizione di ciò che appare alieno, minaccioso, inesplicabile: in sostanza, è la necessità di venire a patti con l’apparizione allarmante, la catastrofe imminente. Ogni poeta vive nella forma mentis della catastrofe. I suoi emblemi nascono da un’energia segreta, non uniforme, in perenne metamorfosi: e sono, come scrive Giuseppe Piccoli, «mozzi strumenti a riferire/ l’intreccio e il nodo/ fra l’incendio e il naufragio/ consumati di nuovo/ nel passaggio/ al ventre al cielo». I “mozzi strumenti” agiscono nel nodo che si forma tra corpo e cosmo, tra sensi e cielo. La presenza del fantasma è sempre palpabile. Se sa ascoltarne il brusìo, il poeta può diventarne lo stratega e assistere agli effetti deflagranti – di distruzione/ricreazione del mondo – suscitati da un gruppo di parole. Allora la sua voce, cronaca di un evento alchemico e reale, realizzerà l’impossibile equilibrio: essere allo stesso tempo salda pietra – equilibrio compositivo – e spugna porosa – abbandono percettivo.

«Porosa, spugnosa: la poesia, lei sa delle erosioni a cui si espone»
(Paul Celan)

     Piccoli conosce da sempre questa bruciante “esposizione”.

 

***

 

Nadia Campana
Verso la mente
(Raffaelli, 2014)

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«Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire»

Scrive Gilles Deleuze:

«Il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo. La letteratura appare allora come un’impresa di salute: non che lo scrittore abbia necessariamente una salute vigorosa ma gode di un’irresistibile salute precaria che deriva dall’aver visto e sentito cose troppo grandi, troppo forti per lui, irrespirabili, il cui passaggio lo sfinisce ma gli apre dei divenire che una buona salute dominante renderebbe impossibili. Da quel che ha visto e sentito, lo scrittore torna con gli occhi rossi, i timpani perforati».

A queste parole di Deleuze, che ci raccontano la necessità dell’apnea ma non quella dell’annegamento, sembra rispondere, in un dialogo immaginario, Walter Benjamin.

«I primordi del linguaggio – parlando metaforicamente le profondità marine – sono l’elemento in cui si calano entrambi, il poeta e il malato. Il poeta lirico si cala chiuso nella campana d’immersione della forma artistica, in modo responsabile e a termine; il malato è completamente nudo, in modo che si ferma fra i tesori del fondo marino che non riesce a portare a galla».

Penso spesso a quelli che si attardano sul fondo dell’abisso; che tornano, sventurati, gli occhi iniettati di sangue, senza ancora la forza di parlare. Lasciamo che la loro vertigine si decanti nel cercare le parole. Ascoltiamoli, dopo quel lungo intervallo. Vi sembrano forti? Non lo sembrano, ma lo sono. Messaggeri, certo. Cos’è, il mondo altro, senza messaggeri che ne riferiscano? Occorre rischiare per essere uomini che vedono a fondo, che non si sottraggono. I colloqui fra folle e sano restano sempre una serra artificiale che a stento contiene l’inferno. Anzi, l’inferno non entra mai veramente in quelle parole, che costruiscono un ordine già voluto, una reciproca complicità. L’inferno è altrove, dove domina un silenzio privato del senso.

Verso la mente (a cura di Milo De Angelis, Emi Rabbuffetti e Giovanni Tesio) è una raccolta poetica imperfetta e inafferrabile che vuole combattere quel silenzio insensato; monologo lirico di un io femminile giovane, inquieto, ombroso, visionario, che segue un ritmo sincopato, fluido e affannoso insieme, dove lampeggiano paesaggi ansiosi («punta tenera di un dardo / ora io esisto ancora / sfinita dal correre è vero, / mi porti sulle ossa / finché la notte non mi contrari più / madre ogni minima cosa») e immagini di catastrofe dove i confini del corpo e del mondo sono labili («Non è una caduta priva di luce / non è dei capelli tirati / da mani che vogliono ordine: / dal bordo della finestra spio / la tua maschera e il gas / che ora sentiamo per gioco / siamo in alto in cima alle mie trecce / laggiù c’è il mare laggiù»). Nadia Campana, sulla scia di Silvia Plath, sembra inseguire una bellezza straziata e impossibile, con improvvisi slanci verso la quiete  («odore di / erbe / io vengo a farmi in te vuoto fedele / a un tratto nel regno / le cose sono brezza / leggere senza pensiero»): è una poesia, la sua, scritta dall’interno di sé, con accessi  e convulsioni, una poesia che va “verso la mente” come verso un approdo sicuro che ripari dall’angoscia da cui il corpo è percorso. Nadia vuole essere interrotta, slacciata, “de-mente”. Cerca una via di fuga.

Scrive Plotino:

«Si può dire che la mente ha due poteri. Uno è la visione della mente sobria, l’altro è la mente in stato d’amore: quando, ebbra di nettare, perde la ragione, entra in uno stato d’amore, effondendosi nella gioia, ed è meglio per essa impazzire che restare lontana da tale ebbrezza».

Nadia suggerisce l’idea di una poesia che va spesso in “febbre d’amore”, da contratta e  inquieta diventa dolce e quasi consolatoria, oscilla dal desiderio di calma all’allegria irrequieta, una poesia scorticata, che matura dentro se stessa, che arriva fino alle soglie dell’autocancellazione («come ti chiamavo/ a cancellarmi»), restando sempre nascosta, come un io segreto che monologa con un altro io segreto.  Ma è poesia spesso amorosa, anche se di un amore dove l’io e il tu fanno fatica a distinguersi; amorosa ma introflessa, non mistica ma sigillata dentro il proprio sé, vissuta all’ombra di poeti complessi come Porta e come De Angelis, di cui forse Nadia ha amato e vissuto la parte più visionaria e urticante. Una poesia, la sua, ustionata dalla sua stessa innocenza. Una poesia senza riparo, astratta e dolcissima, che non riesce a fare da schermo a un io esposto, vulnerabile, non drammatico ma angosciosamente lirico.

Il potere della metafora, più che nelle articolazioni della figura retorica, vive nella funzione ricreatrice della realtà, nello sviluppo degli echi e delle analogie, delle ‘vie svianti’ della parola. L’uomo vive volendo essere altro da sé e superando i propri confini, proprio per comprendere se stesso. In «Circonferenza di Marina Cvetaeva», testo di una conferenza del 1982, ora raccolto dagli stessi curatori di questo libro in Visione Postuma (Raffaelli, 2015), Nadia precisa il senso della sua poesia come pratica ascetica e amorosa allo stesso tempo. Ricorda che in Cvetaeva «non esiste […] frattura tra amore e poesia perché nascono dallo stesso enigma» e che solo grazie ad un’autoesclusione dalla vita comune si può scrivere «dall’amore e nell’amore abbracciando senza mediazioni l’altro dall’inizio alla fine», svincolando la parola poetica dai lacci del pensiero e dal credo politico. «Labbra umane/ che più non hanno da dire/ conservano la forma dell’ultima parola pronunciata» (Osip Mandel’stam). L’unica maniera in cui una cosa può anche esserne un’altra è “l’essere-come” o il “quasi-essere” della metafora poetica. «La vetta/ si dissolve in turbinii,/ con più furia ancora/ che voi» (Paul Celan). Il poeta sa che il mondo non è più lo stesso dopo che lui ha pronunciato le sue parole. La scrittura, ancora una volta, ripulisce lo sguardo da vecchie incrostazioni di senso. Gli artisti devìano e deformano, aiutano a ri-vedere e ri-sentire, indicano soglie nuove dentro percorsi antichi. «Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie» (Giuseppe Ungaretti). Si può, dopo questa poesia, rileggere Mimnermo e gli altri poeti della classicità, senza avere nelle orecchie la voce chiara e perentoria del poeta di Allegria? Una voce ulteriore, quella di Nadia, obbliga a rileggere i poeti precedenti, apre un diverso ordine alle cose, produce una nuova metafora che si rifiuta di evocare i codici previsti ma vuole rinominarli – enunciarsi con coraggio, irripetibile:

«come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo».

Solo così, in questa luce di apocalisse, Nadia può, “quasi affondando”, dire di sé («e coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da coloro che non potevano sentire la musica» Friedrich Nietzsche).

 

(Le due recensioni di Marco Ercolani sono tratte da
Annotando. Poeti Contemporanei Italiani (2000-2016)“,
di cui si dà notizia qui.)

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