Le Très-Haut

Giuseppe Zuccarino
Maurice Blanchot

Un romanzo perturbante: Le Très-Haut

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Tratto da Perturbamento
A cura di Marco Ercolani
Novi Ligure (AL), Joker Edizioni, 2016
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La sovversione delle regole che caratterizzano la narrativa tradizionale può avvenire in svariate maniere, dalle più vistose (tipiche della letteratura d’avanguardia) alle meno immediatamente percepibili. Un bell’esempio di quest’ultimo metodo innovativo viene offerto dal romanzo Le Très-Haut di Maurice Blanchot, nel quale il mantenimento dei fattori portanti della narrazione comunemente intesa – ossia la trama, i personaggi, l’esposizione quasi sempre chiara a livello stilistico – si associa a una serie di piccoli scarti che finiscono, di fatto, col rendere l’opera enigmatica e imprevedibile(1).

Lasciamo per adesso da parte il problema, peraltro cruciale, posto dall’adozione di un titolo che chiama in causa un epiteto biblico di Dio («l’Altissimo»), a prima vista non pertinente in rapporto alla storia narrata. Notiamo però che il libro blanchotiano si apre con un’epigrafe composta da due brevi passi riportati fra virgolette senza indicazione della fonte. Si tratta in realtà di citazioni desunte da due punti diversi del romanzo stesso. Le frasi, rivolte dal protagonista ad un suo interlocutore, sono le seguenti: «Io sono una trappola per lei. Avrò un bel dirle tutto; più sarò leale e più la ingannerò: sarà la mia franchezza ad ingannarla»; «La supplico di capirlo, tutto ciò che le viene da me non è per lei che menzogna, perché io sono la verità»(2). Queste asserzioni, una volta sottratte al contesto e isolate in apertura di libro, si prestano ad essere intese come un’avvertenza rivolta a chi legge, esortato in tal modo a non cedere troppo facilmente alla «sospensione dell’incredulità» che di solito viene richiesta ai fruitori delle opere di finzione. Inoltre nelle parole finali si sarà riconosciuta un’altra allusione di ordine religioso, quella alle parole di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita»(3).

Persino il fatto che il romanzo sia redatto in prima persona non va visto come un’opzione rassicurante, in quanto spesso adottata nella tradizione letteraria per accentuare il carattere realistico della narrazione. Infatti il libro blanchotiano era in origine accompagnato da una prière d’insérer, ossia da un foglietto informativo, nel quale si leggeva la seguente nota dell’autore: «In linea di principio, un libro scritto in prima persona, come lo è questo romanzo, inserisce tra le cose che accadono realmente lo spessore di uno sguardo e l’affermazione di una presenza. La stranezza di questi libri potrebbe dunque provenire da ciò: scritti in prima persona, sono letti in terza. E forse anche da un’altra contraddizione: affermazione di una presenza, sono la storia di un presente. Chi scrive “Io”, persino in un libro dal quale si giudica del tutto assente, dimostra senza dubbio una grande compiacenza nei riguardi di se stesso. Poiché affermarsi non equivale necessariamente a mettere più “Io” nel mondo, ma anche a cercare di non mettere nessuno là dove c’è “Io”»(4).

Protagonista della vicenda è un giovane impiegato statale, Henri Sorge. Come ha rilevato con acume uno dei primi commentatori del romanzo, Pierre Klossowski, c’è qui un’allusione alla terminologia filosofica di Heidegger: «Non si dovrebbe pronunciate tale nome nella lingua del Sacro Impero della Metafisica e tradurre: Heinrich Sorge? O piuttosto: die Sorge, come la si intende all’università di Freiburg?»(5). In effetti quello di Sorge, la Cura, è un concetto essenziale in Essere e tempo(6). Il riferimento risulta tanto più probabile se si considera l’importanza di quest’opera per Blanchot: «Grazie a Emmanuel Levinas, senza cui, fin dal 1927 o 1928, non avrei potuto cominciare a capire Sein und Zeit, la lettura di questo libro ha provocato in me un vero e proprio choc intellettuale»(7).

Sorge presenta subito se stesso come «un uomo qualunque»(8), formula cui non va attribuito un carattere riduttivo: infatti, agli occhi del personaggio, nulla sarebbe più entusiasmante della somiglianza e concordia fra i diversi individui, nonché dell’armonico funzionamento di una società basata sul lavoro e sul rispetto delle leggi. Purtroppo, però, egli è costretto a sperimentare di continuo il fatto che la sua visione ideale entra in contrasto con situazioni concrete che la incrinano o la negano. Lo si vede già nella scena iniziale del romanzo: Henri, che si sta riprendendo a stento da un periodo di malattia, mentre entra nella stazione della metropolitana urta senza volerlo un uomo, che reagisce in maniera sgarbata. Quando il giovane replica con tono di sfida, l’uomo gli sferra un pugno che lo abbatte a terra. I passanti si sono fermati a osservare la scena e un agente di polizia conduce i due litiganti al commissariato. Quando viene chiesto a Sorge se intenda sporgere denuncia nei riguardi dell’aggressore, egli si mette a parlare con quest’ultimo, cercando di fargli ammettere che loro due sono esseri umani simili fra loro; l’altro, però, reagisce con irritazione, sicché l’agente deve estromettere il giovane dal commissariato per evitare una ripresa della rissa.

Analoghe difficoltà di comunicazione caratterizzano i rapporti di Henri con i propri familiari, ossia la madre e la sorella (il padre è morto parecchi anni prima e la madre si è risposata). Infatti egli, pur essendo cagionevole di salute, preferisce abitare da solo e da parecchio tempo non le frequenta più. Nel periodo della malattia, però, le sue parenti sono andate a trovarlo in ospedale. Sorge fatica a sopportare la madre, che col suo comportamento e i suoi discorsi lamentosi sembra volerlo riportare a una condizione che gli pare ormai remota: «Tutto ciò avrebbe potuto aver luogo in passato, millenni fa, come se il tempo si fosse aperto e io fossi precipitato in questa breccia. […] Mia madre, adesso, era un essere anacronistico, una persona monumentale, che avrebbe potuto trascinarmi a compiere azioni assolutamente folli»(9).

Dimesso dalla clinica e rientrato nel condominio in cui risiede, Henri si imbatte in un vicino di appartamento che non conosceva ancora. I due hanno un lungo dialogo, nel corso del quale il vicino, Pierre Bouxx(10), si mostra incuriosito e interessato dal modo di pensare di Sorge, quindi gli rivolge molte domande. In effetti, il giovane si dichiara soddisfatto del proprio lavoro di impiegato e si considera un leale servitore dello Stato, ma al tempo stesso mantiene una certa libertà di giudizio, mostrando di nutrire qualche dubbio riguardo al fatto che nella società in cui vive tutto stia andando per il meglio. Anche Bouxx fornisce, gradualmente, alcune informazioni su di sé: dice di aver vissuto a lungo all’estero, di essere stato un medico, poi ammette che la sua emigrazione era dovuta a motivi politici e da ultimo fa capire di star tuttora conducendo un’attività cospirativa contro il potere costituito.

È un atteggiamento incomprensibile per Sorge, il quale non chiede di meglio che sentirsi in sintonia con gli altri. Così, parlando con la portinaia del palazzo, dichiara di amare tutte le riunioni collettive, dalle sfilate alle manifestazioni politiche alle competizioni sportive. Egli si sente strettamente unito alla società di cui è membro: «Partecipo a tutto quel che si fa, i miei pensieri appartengono a tutti. Non ho bisogno di avere una moglie o di assistere alle riunioni per essere un buon cittadino»(11). Sorge si esalta non appena comincia a riflettere sul fatto che le apparenti discordanze di comportamento e di pensiero dei singoli individui contribuiscono in realtà all’armonia generale: «Che tutti gli uomini fossero ugualmente fedeli alla legge, ah! era un pensiero che mi dava l’ebbrezza. Ognuno sembrava agire solo a modo suo, compiva atti oscuri, e tuttavia attorno a quelle esistenze nascoste si elevava un alone di luce: non c’era neanche una persona che non considerasse ogni altro uomo come una speranza, una sorpresa, e che non si dirigesse verso di lui con un passo accorto. Cos’è dunque, mi dicevo, lo Stato? È presente in tutte le mie fibre, lo sento esistere in tutto ciò che faccio»(12). Concezione più mistica che politica, destinata però, come abbiamo anticipato, ad essere messa in discussione dalle esperienze che il protagonista del romanzo deve affrontare.

Dopo alcune settimane di congedo per malattia, egli rientra al suo posto in Comune, nell’ufficio dello stato civile. Ma anche lì non può esimersi dall’esporre le proprie elucubrazioni. Esse suscitano sconcerto nel suo capo, che velatamente gli suggerisce di prendere un altro congedo. Negli stessi giorni, Henri ha incontrato una nuova vicina, Marie, con cui ha avuto qualche breve colloquio. Le fa visita nel luogo di lavoro (un negozio di fotografia), cerca in maniera maldestra di approfondire la conoscenza con lei e la invita a pranzo. Non manca però di riferire mentalmente tutto ciò che vede a considerazioni di carattere generale. Così Marie, seduta accanto a lui al tavolo del ristorante, gli appare come un’incarnazione della legge: «Quando guardavo la sua mano, una mano abbastanza graziosa, dalle unghie ben fatte, grande e forte come tutta la sua persona, non potevo immaginare che questa mano fosse simile alla mia, ma nemmeno credevo che fosse unica. Ciò che mi turbava, è che afferrarla, toccarla in un certo modo, sì, se fossi riuscito a toccare quella carne, quella pelle, quel rigonfiamento umido, assieme ad essa avrei toccato la legge»(13). La speranza di conseguire una vicinanza fisica alla norma personificata non libera però il protagonista dalle difficoltà di rapporto con gli altri, come si vede subito dopo, quando un breve battibecco con la cameriera del ristorante gli procura un nuovo schiaffo, a conferma della sua vulnerabilità.

Anche in ufficio le cose si complicano, perché Sorge, appena un collega gli sottopone delle scartoffie da esaminare, dichiara che non intende farlo. Inizia anzi a scrivere un abbozzo di lettera che solo in seguito si scoprirà essere di dimissioni dall’impiego(14). La situazione complessiva e il modo in cui Sorge formula il rifiuto di svolgere la mansione richiesta con una frase ripetuta senza variazioni («Io non lavoro oggi») ricordano da vicino il comportamento adottato dal protagonista di un celebre racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, di cui Blanchot ha avuto modo di occuparsi in quanto critico letterario(15).

Uscito dall’ufficio, il giovane vaga per la città e poi si ritrova nel negozio di Marie, donna che evidentemente lo attrae. Dopo una serie di discorsi su argomenti quotidiani, Henri si siede con lei su un divano. La situazione sfocia ben presto in un rapporto erotico, descritto però (come sempre nelle opere narrative blanchotiane) in maniera talmente inusuale da renderlo quasi irriconoscibile: «Lei era rigida, di una rigidezza che invocava il martello. Di colpo, la stoffa del suo vestito prese corpo sotto le mie dita. Era qualcosa di strano, una superficie irritante e liscia, una specie di carne nera che scivolava, aderiva e non aderiva, si sollevava. È allora che lei si trasformò: lo giuro, divenne diversa. E anch’io divenni un altro. Il suo respiro si gonfiò. […] Con una rapidità sconvolgente, quel corpo si spezzò in due, si riassorbì e al suo posto si formò uno spessore bruciante, una stranezza umida ed avida che non poteva vedere né riconoscere nulla»(16). Da ciò, tuttavia, non consegue affatto una maggiore intimità fra i due.

Appena tornato nel proprio appartamento, Sorge riceve un’altra visita di Bouxx, Quest’ultimo fa riferimenti sempre più espliciti all’attività politica clandestina che svolge. Il giovane non condivide le idee cospirative dell’interlocutore, e sostiene anzi che è impossibile disobbedire alla legge. Bouxx replica a sua volta: «Lei trova perfetta questa società. Perché? A mio avviso, è solo un sistema ingiusto, un pugno di persone contro una massa di uomini. Ogni giorno, nei bassifondi, una classe senza nome e senza diritti si accresce di migliaia di individui che, agli occhi dello Stato, cessano di esistere e spariscono come fossero una muffa. Dopo averli depennati, cancellati, lo Stato può sostenere che tutto ciò che esiste lo glorifica e lo serve. È questa la sua ipocrisia»(17). Bouxx si spinge fino a proporre al giovane di creare una cellula di oppositori nell’ambito del Comune, proposta ovviamente respinta. Il punto di vista di Sorge, infatti, è del tutto diverso: secondo lui, chi cospira contro lo Stato rafforza, inconsapevolmente, il sistema che vorrebbe abbattere.

Poiché le condizioni di salute del protagonista peggiorano, sua sorella Louise lo convince a trasferirsi in campagna, nella casa di famiglia (anzi nella stanza che occupava da ragazzo), in modo da poterlo assistere meglio. Quasi subito lei lo conduce nella propria camera, per mostrargli un ritratto del loro padre morto. Veniamo ad apprendere che fin da piccolo Henri è stato succube della sorella, dispotica e talora aggressiva. Su una parete della casa, egli nota un vecchio arazzo, polveroso e tarmato. Vi si mostra, in particolare, «l’immagine di un cavallo gigantesco che scalciava verso il cielo, s’imbizzarriva in maniera folle. La testa eretta in aria aveva un aspetto straordinario, una testa feroce dagli occhi smarriti, che sembrava alle prese con la collera, la sofferenza, l’odio […]. Ah! immagine falsa, immagine perfida, scomparsa, indistruttibile; ah! certo qualcosa di antico, di criminalmente antico»(18).

Il ritorno di Sorge alla casa dell’infanzia provoca dunque in lui il riaffiorare di immagini e reminiscenze angosciose. Occorre far notare che Le Très-Haut può essere letto come un romanzo posto all’insegna del perturbante, sia nell’accezione generale del termine che nel senso più specifico teorizzato nel saggio Das Unheimliche(19). In esso, Freud proponeva la seguente definizione: «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare»(20). L’Unheimliche suscita in chi lo prova un senso di turbamento, spiegabile col fatto che il soggetto ha la sensazione di «recedere a determinate fasi che il sentimento dell’Io ha percorso durante la sua evoluzione, di una regressione a tempi in cui non erano ancora nettamente tracciati i confini tra l’Io e il mondo esterno e tra l’Io e gli altri»(21). Si tratta, come ha scritto lo stesso Blanchot in relazione al proprio romanzo, del riemergere di «un passato immemorabile (Le Très-Haut) che ritorna disperdendo, col suo ritorno, il tempo presente»(22). Per il protagonista, ne consegue uno stato di forte disagio, del quale si può trovare una descrizione, diversa da quella freudiana, in Heidegger: «Noi concepiamo l’in-quietante (das Un-heimliche) come quello che estromette dalla “tranquillità”, ovverosia dal nostro elemento, dall’abituale, dal familiare, dalla sicurezza inconcussa. Ciò che è insolito, non familiare (das Unheimliche), non ci permette di rimanere nel nostro elemento(23). Quindi, paradossalmente, il provvisorio rientro di Henri nella propria antica casa, invece di risultare tranquillizzante, produce una condizione psicologica opposta, anche perché i rapporti reciproci tra lui, la sorella e la madre restano tesi e difficili.

[…]

(Il saggio di Giuseppe Zuccarino è pubblicato integralmente in
“Quaderni delle Officine”, LXX, Dicembre 2016)

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Note

(1) M. Blanchot, Le Très-Haut, Paris, Gallimard, 1948.
(2) L’epigrafe si legge a p. 7, ma i due passi sono ripresi rispettivamente dalle pp. 84 e 171 del romanzo.
(3) Parole riportate nel Vangelo di Giovanni, 14, 6, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, p. 1989.
(4) M. Blanchot, Prière d’insérer pour «Le Très-Haut» (1948), in La Condition critique. Articles, 1945-1998, Paris, Gallimard, 2010, p. 131.
(5) P. Klossowski, Sur Maurice Blanchot (1949), in Un si funeste désir, Paris, Gallimard, 1963; 1980, p. 171.
(6) Franco Volpi riassume così il significato del vocabolo: «Esso indica la determinazione ontologica fondamentale dell’Esserci […]. Indica che l’Esserci è sempre “proteso verso qualcosa” […]. La “Cura”, concepita come insieme di Existenzialität, Faktizität e Verfallen, è a sua volta possibile perché l’Esserci, nella sua radice ontologica fondamentale, è temporalità (Zeitlichkeit), ossia non un essere puro, bensì un “poter essere”» (voce Sorge nel glossario in appendice a Martin Heidegger, Essere e tempo, tr. it. Milano, Longanesi, 2005, pp. 605-606).
(7) M. Blanchot, Penser l’apocalypse (1987), in Écrits politiques, Paris, Gallimard, 2008, pp. 230-231 (tr. it. Pensare l’apocalisse, in Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958-1993), Napoli, Cronopio, 2004, p. 184).
(8) Le Très-Haut, cit., p. 9; l’espressione è ribadita più oltre (pp. 28 e 223).
(9) Ibid., p. 11.
(10) L’insolito cognome, che ricorda la parola inglese books (libri), è stato commentato dall’autore stesso: «In francese, un simile nome o assemblaggio di consonanti non mi sembra esistere, ma neppure all’estero. È dunque assolutamente estraneo e, piuttosto che un nome proprio, un nome improprio: come se l’anonimato fosse offerto nel nome stesso, maschera che trasforma tutto in maschera e che nulla può smascherare» (M. Blanchot, estratto da una lettera del 4 settembre 1970, in «Exercices de la patience», 2, 1981, p. 107).
(11) Le Très-Haut, cit., p. 24.
(12) Ibid., p. 26.
(13) Ibid., p. 35. Questo tema si ritrova in un altro testo narrativo dell’autore, La folie du jour, edito in rivista nel 1949 e ripreso in volume molti anni dopo: cfr. M. Blanchot, La folie du jour, Montpellier, Fata Morgana, 1973, pp. 16, 29-34 (tr. it. in La follia del giorno – La letteratura e il diritto alla morte, Reggio Emilia, Elitropia, 1982, pp. 17, 33-39).
(14) Cfr. Le Très-Haut, cit., pp. 38-39 e 124.
(15) Cfr. Herman Melville, Bartleby lo scrivano (1853), tr. it. Torino, Einaudi, 1994 e, di Blanchot, L’enchantement de Melville (1945), in La Condition critique, cit., pp. 41-44 e L’écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1980, pp. 33-34, 213, 219 (tr. it. La scrittura del disastro, Milano, SE, 1990, pp. 29-30, 160, 164).
(16) Le Très-Haut, cit., p. 44. Per un’analisi delle evocazioni erotiche presenti nel libro, cfr. Claudine Hunault, Des choses absolument folles. Une lecture du roman «Le Très-Haut» de Maurice Blanchot, Bruxelles, E.M.E., 2012.
(17) Le Très-Haut, cit., p. 47.
(18) Ibid., p. 58. A ragione Evelyne Londyn (Maurice Blanchot romancier, Paris, Nizet, 1976, p. 191) ricollega questo passo del romanzo ad un testo di Edgar Allan Poe, Metzengerstein, tr. it. in I racconti, Torino, Einaudi, 1983, pp. 3-14.
(19) Sigmund Freud, Il perturbante (1919), tr. it. in Opere, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, vol. 9, pp. 81-114.
(20) Ibid., p. 82.
(21) Ibid., p. 97.
(22) L’écriture du désastre, cit., p. 34 (tr. it. p. 30).
(23) M. Heidegger, Introduzione alla metafisica (1953), tr. it. Milano, Mursia, 1968; 2014, p. 159.

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