L’opera in rosso

massimo-morasso

Marco Ercolani

Massimo Morasso
L’opera in rosso
(Passigli, 2016)

«Poesia è un fatto di presenze –
e la parola, un eco
nel quale vibra la memoria
dell’origine, col suo
respiro cadenzato, che non smette.
La vita non ci deve nulla.
Noi, invece, le dobbiamo tutto
ciò che siamo
o che possiamo diventare».

     Consapevole della sua intelligenza di “costruttore” in versi, Morasso tesse la trama del suo ultimo libro con un disegno asciutto e preciso, che accosta l’energia estatica dell’ispirazione alla riflessione prosastica sulle cose del mondo. Le due anime non si combattono, né si oppongono l’una all’altra, ma condividono lo spazio della scrittura creando un contrappunto di voci, una increspata ma serena ricomposizione dei contrasti. Le babbucce, i croceristi, Schettino, il baretto liberty, il gabbiano sul tettuccio della Yaris, il padre che parla con la vocetta di Fellini, i zigzag dei balestrucci, il polpaccio ferito, si armonizzano, proprio nel senso di una partitura musicale, con l'”amore che ci affanna”, il fuoco “che c’incenera e ci stacca”, Machado, le vent que se lève, il Paradiso, i démoni, l’eternità, la grandezza eroica del poeta. L’immagine del fanciullo che gioca in giardino «con la trottola del cielo sui ginocchi», è esemplare.

«Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale».

     L’incipit del libro è tutto qui, nel suo prologo. Il poeta descrive le voci che lo traversano, «la psiche sulla punta delle dita infastidita», e si abbandona. «Ogni potenza, dentro, / tenta di articolare la sua voce, / e io trascrivo, / ravvivo lontananze irriducibili in parole. / In me il passato non è morto. È qui, / mi lavora».
     Un solo io è un recinto, un’illusione, una povertà. Chi scrive è traversato da immagini che possono non appartenergli. Marcel Proust ha elevato sulle fantasie della sua memoria una cattedrale di parole che, nel favoloso proliferare delle frasi, contesta i canoni ortodossi del ricordo e dell’immaginazione. Henri Michaux ha parlato della moltiplicazione dell’io sotto l’effetto della mescalina, creando una impulsiva trascrizione di gesti-sensazioni. Fernando Pessoa ha inventato e rubricato i suoi eteronomi con ossessiva follia filosofica. Chi scrive è il regista di mille voci sotterranee che gli brulicano dentro, che arrivano dal passato, dal presente, dal futuro, che scaturiscono da analogie, racconti, rispecchiamenti. Niente è mai completamente morto e niente è mai completamene vivo. Si tratta di un’enciclopedia non sigillata, di uno spartito di voci possibili. La metafora è quella dell’oceano che sommerge le navi, e dello scrittore come navigatore che, attraverso i naufragi, resta vivo, perenne Ismaele. Chi scrive è voce che cerca di farsi udire in mezzo al rombo di una cascata – voce fra voci che sono esistite, esistono ed esisteranno. Un goccia che stilla sulla pietra in mezzo alla massa informe d’acqua che la vorrebbe ammutolire: questa goccia, nella poesia precedente di Morasso, era la voce dell’attrice Vivien Leigh, evocata nel canzoniere apocrifo Le poesie di Vivien Leigh. Chi parla con la voce di qualcuno si trova addosso il fardello di quel dolore e può realmente parlarne, perché non è il suo, e attraverso quel dolore parlerà del proprio. Il tema è quello del portavoce, che si fa carico del destino e della storia di un altro.
     Ma cosa accade ne L’opera in rosso? Qualcosa di radicalmente diverso, se non di opposto. Dopo la parola multipla dei libri precedenti, ora Morasso si accolla la responsabilità di “valere” per sé, come controcanto dialettico al viaggio nella parola impersonale del Portavoce: ne rappresenta la continuazione e, kubinianamente, l’altra parte: l’io in costruzione del bimbo che fu, dei suoi balbettii, dei suoi giochi, del suo cane, ma gestito da un io adulto, ironico, potente, fantasmatico ego scriptor.

«Dove la grotta dei Fanciulli acceca e stringe l’arenaria

i due bambini giacciono sul dorso

con le conchiglie a fargli compagnia

[…]

Si tende, Dick. Si acquatta. Entra

nella grammatica del gioco

in quell’abbraccio sempreverde

del giardino, il muso a terra.

[…]

Non sfugge, cane,

alla sua natura canina,

ma è come noi spirito, sragione».

     Memorie, vive, come polline. Fra i fili della rete del vivente. Pensare: silenzio. I titoli delle tre parti in cui si suddivide il libro risuonano come altrettanti versi dove affiorano i temi cari al poeta: i nodi della memoria, la febbre delle analogie, il silenzio del pensiero. Tutto il libro appare costruito e pensato nelle singole scansioni, nei minimi spazi, ma non c’è un solo momento in cui l’io trionfi nel suo compito ordinante. L’attenzione è sempre altrove, là dove c’è grandezza, estasi, affanno, “pensieri spalancati sopravvento”: l’autorità del poeta non si accontenta della superbia risolutrice del verso ma è sempre immerso nella “caccia spirituale”, sempre e comunque, dell’oggetto poetico, «un’eco inconcludibile / fra le parole e il niente».
     “Il pensiero dominante” di Morasso è una idèe fixe: la grandezza eroica dello scrittore-poeta.

«Amici? Pochi.

     E anche quei pochi

scagliati fuori nell’idea

di diventare grandi nell’anticamera dei giorni

a fare gruppo, a fare chiacchiera

e poi fumo,

e rispondere così,

con l’abbraccio vinoso del non essere,

all’immobile noia.

Mentre io mi nutrivo di immortali.

     Una follia,

un popoloso apprendistato.

Ma è così che l’amore.

Una follia. Uno scavo. Una memoria

dell’origine, febbrile».

     L’opera in rosso è lo stadio definitivo dell’iter iniziatico dell’opera alchemica: dopo la nigredo, “l’opera al nero” dove la materia si corrompe e si dissolve, dopo l’albedo, “l’opera al bianco” dove la materia si purifica e si sublima, ecco la rubedo, l’opera al rosso dove l’opera si salda e si ricompone. Ma L’opera in rosso del poeta, con quella lieve differenza tra “al” e “in”, testimonia l’essere in fieri del processo alchemico, che continua a compiersi senza mai risolversi. E, non ultimo fra i significati possibili, il “rosso” richiama il tumulto del sangue, dove ribollono da sempre, e per sempre, lutti, traumi, dolori. Ma il poeta sa come nascondersi e dominare, da “uomo segreto”, anche l’indicibile. «Ogni indicibile è uno scacco della mente, // ma anche il dicibile / non dissimula il suo nulla».

«Vivendo.

     Vivendo e scrivendo

fin da piccolo io

sospeso a mezza via

nel puro spazio fra parole

     e cose,

ad occultarmi dentro a un’anima

ingabbiata, sì,

ma vigile, ma dedita al suo fine.

Il mio,

     o non piuttosto

il suo?»

     Questo libro ha un centro: l’io multiplo, infantile, terreno, profetico, biografico, minimale, desiderante, inappagato, del poeta. Morasso si offre a noi con il “rosso” drammatico delle sofferenze, del sangue, dei lutti. Se la poesia annuncia “le volatili radici del reale”, queste radici sono anche la costanza del non visibile, come traspare da questa poesia dedicata alla memoria della madre:

«Dentro al vaso di coccio

la spiga del gladiolo, un fiotto

cremisi del cromo, germogliante,

la vita che continua

sotto forma di spirito,

nel mantra ipnotico di un nome.

Il gladiolo-Angela.

Soltanto un gioco fra di noi,

nessuna metamorfosi, purtroppo.

E tuttavia

              una gloria immaginata:

una realtà».

     Il poeta costruisce, nella sua “opera in rosso”, un personale mondo dei vivi che dipende direttamente dal mondo dei morti («Mi risvegliano. Non mi lasciano in pace, / continuano a raggiungermi / senza più canto o voce / dall’aldilà della terra. I miei morti. / La schiera dei miei morti») e che evoca voltandosi sul cuscino e abbracciando il vuoto.

«Ci sono nove modi di guardare una finestra,

o addirittura dieci se a guardarla sono i morti

con il loro sovrasguardo immateriale

che vede tutto il mondo in forma d’anima.

Non è da lì che passano gli spiriti, mi dico,

e nel riverbero di un soffio

nell’arco a sesto acuto di un’immagine

dove tutto risponde alla grammatica del cuore,

che inabissa».

     Scrive Heinrich Von Kleist: «ed ecco che rientrando, assorto in me stesso, mi ritrovai sotto la volta della porta della città: perché, pensai, la volta non cade non avendo alcun sostegno? Si regge, mi dissi, perché le pietre vogliono crollare tutte in una volta». Il singolare presagio kleistiano di un crollo totale che non accade anima questo libro di Morasso, saldo nella sua natura infantile e spettrale, che fortifica i ricordi e le fantasie: «E intanto, vedi, / l’io che non sono ruzzola in un sogno, / e dentro al sogno in me si fonda Mompracem / ed è bello»; «La notte mi porta / nell’aldilà dei miei fantasmi / io bambino».
     E, se è vero che un libro ci parla anche con quanto di essi resta segreto, vorrei concludere la mia nota di lettura con una poesia che lessi nella precedente versione dattiloscritta de L’opera in rosso e che non appare nell’edizione definitiva del libro: un lieve fantasma dove affiora “il pensiero innamorato del vivente”, complementare al perturbato ascolto delle anime dei non vivi:

                       «La bellezza. Realtà

difficile da dirsi.

Ogni cosa in sé, ogni forma

                      è cosa di bellezza,

un punto di partenza

che assembla ordine e disordine

                        lanciandoli nell’alto,

su verso il regno dell’inconoscibile.

La percepisco io

            materia incandescente

                      paesaggio della mente

che s’interroga, che cerca di comprendersi,

di capire il suo fine

che non è la perfezione, mi ripete

il più cogitabondo fra i miei doppi.

Ma piuttosto pensiero, pensiero

                                              innamorato

del vivente».

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