Piccola biografia apocrifa

lisa-sammarco-terramare

Lisa Sammarco

“Ho covato odio per questa terramare che stenta a lasciare il suo sonno, che si crogiola e si stiracchia con l’indolenza della bonaccia. Mi sono nutrita dell’odio di sentirla dentro, l’odio di vederla così bella tagliata nei colori del vento di tramontana, l’odio che tiene rinchiusi fra il limite delle aspre colline e la libertà di un mare ingannatore che delle altre terre porta l’odore e il desiderio, l’odio per una terra da cui tutti si strappano a fatica e in cui spesso si ritorna da estranei, l’odio da cui sono nati versi e anche queste poche righe. Un odio così grande da poterlo chiamare amore.”

TERRAMARE

Piccola biografia apocrifa

 

pensavo –
non mi riconosco in questi sassi sterili
che si distendono fermi come uno specchio,
che solo le ombre spezzano in due – più in là
il buio fresco, tremava sull’acqua,
non lo sapevo ancora
che in quel nulla oscuro
era il mio doppio

 

*

 

che il paese sia così piccolo
e le strade così brevi
lo capisci ai funerali
quando ad una ad una calano
saracinesche e le persiane.
Il paese è ancora tutto lì:
sguardi grandi fra le fessure
nel ribalzare dei rumori, da muro a muro
l’ultimo mormorio da dare ai morti

 

*

 

il campetto, quello che conosco è fatto di echi
e delle sante bestemmie che noi, ragazzi,
ci buttavamo addosso, e intanto
s’inseguivano i rintocchi
che increspavano l’aria ad ogni quarto
mi accaniva la corsa, il gioco, ed era allora
settembre poi arrivava al campetto spoglio – dietro la chiesa –
come il presagio di questa età adulta
tendeva un filo di profumo del mosto nuovo
sugli schemi, le trame, fino all’asfalto, e poi in alto
fino al limite del campanile.

Le maglie dei canestri
hanno setacciato rancori addii e amori:
le ovvietà delle nostre vite

 

*

 

voi le pensate altrove,
le pensate calde
fatte da un deserto lontano e antico
le pensate fra orditi di case bianche
e invece sono qui le vie strette:
fra le pietre acerbe e i muri storti ci ho messo
il primo bacio.
Qui, oggi, i vicoli fioriscono a sera, timidi,
d’estate diventano antichi per i turisti,
fra le luci nuove dei lampioni.
Mi dicono però che fra le fessure dimenticate e umide
e le felci
ferme come stelle in cielo
passano senza tempo
ancora le stesse storie, quasi d’amore

 

*

 

dietro, una volta, c’era un giardino di limoni
poi non c’era più
d’inverno sotto i teli scuri
d’estate sotto la trama delle foglie
passavano le ombre delle mie paure
poi non c’era più
e fu un guardare dalle cucine
ombre dietro le tendine
il pudore esposto dei panni stesi, a tu per tu

e il giallo stinto del cemento

 

*

 

nel fuggire delle stagioni alcune terrazze cambiano i colori
scrivono a intermittenza luci o buon natale o fiori
in altre il passare degli anni dura tutto l’anno
scrivono vita o addio con le maglie e le lenzuola

le camicie stese
sui fili tesi da muro a muro, aria stropicciata
qualche molletta a trattenere

cosa?

è un’altra storia

si sa solo che accade
mattino presto, da stagione a stagione, croste di donne
e non è roba per poeti né per narratori

 

*

 

L’inverno qui non è una stagione, è un improvviso,
è come quando si dice “intras’acta”
e il cielo si schiaccia sulla collina
e il mare si rigira inquieto.

Sotto il paese resta, le voci sono solo il suo sonno
mentre l’altrove diventa un sogno di chissà quale mattino
svanito
nell’attesa dell’inizio del secondo atto.

Nessuno ancora se n’è accorto.

 

*

 

il giorno dopo la tempesta qui il mare cede al verde opale
e sulla riva si vedono i cercatori d’oro due tre
gli occhi bassi uno a seguire distante l’altro
l’uno attento ad arraffare quello che all’altro forse è sfuggito
un cerchietto d’oro storto una medaglietta malridotta
il mozzone di una catena
la saggezza del mare restituisce tutto ciò che al mare è superfluo
e a noi che siamo rimasti qui
l’illusione che quello che abbiamo perduto
non è perduto davvero, è solo passato in altre mani

 

*

 

ma poi la gioia, quella minima
indenne la gioia l’ho sentita dopo
l’ho riconosciuta solenne e antica sollevarsi a me
da questi amici, quelli che restano
quelli che ancora ritornano
incontrati nell’ombra di questo disordine
sottile e ventoso
dell’incupirsi del mare e del cielo
in una medesima sera, o forse
in una stagione a cui nessuno qui ha dato mai un nome
che per un attimo ci ha fatti lievi
simili ad un tempo in cui forse qualcosa ancora resta

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...