Per diverse ragioni

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     Ciò che più attira nell’opera di Domenico Brancale è il rapporto tra ciò che può essere detto, ciò che si vuole dire e ciò che resta indicibile. Valéry e Shelley hanno immaginato la poesia come l’opera di un solo autore anonimo che, nel corso dei secoli, aggiunga a questo libro incommensurabile sempre nuovi testi in tutte le lingue del mondo.
     Brancale sembra essere riuscito a sfuggire alla maledizione di Babele. Il suo italiano a tratti dialettale racconta le medesime impressioni del mondo che da sempre hanno avuto i poeti provenienti da culture diverse, che non hanno bisogno di essere tradotti, visto che la traduzione in sé è da considerarsi impossibile. Non ci sono dunque lingue differenti, ma una sola parola: in questo caso, quella di Brancale. Facendo nostra la molteplicità di lingue, siamo riusciti ad acquisire qualcosa di profondamente umano che ci permette di moltiplicare il senso di una parola tra le parole e, al tempo stesso, di perdere la possibilità di condividere tale senso. In una certa misura, la storia della Torre di Babele (se la poniamo all’inizio come ragion d’essere della poesia) ci porta a dire che di ogni componimento poetico, di ogni espressione artistica può esistere un numero incalcolabile di versioni. Borges affermava che ogni testo (anche quello considerato definitivo) non è che una bozza. Quando un poeta come Brancale scrive una poesia, riesce a mettere sulla pagina una
versione di qualcosa che gli accade, che vuol dire, che lo ispira: ma non è che una versione. Sempre Valéry affermava che una poesia non è mai finita, solo abbandonata. Dunque questo libro che abbiamo tra le mani è l’ultima bozza a cui Domenico è giunto, ma non l’ultima in assoluto. Il lettore ne crea un’altra, il traduttore un’altra ancora, garantendo con queste versioni successive una qual modesta immortalità all’opera. […]

(Dalla Nota di Alberto Manguel.
Traduzione di Federica Cremaschi.)

 

Domenico Brancale
Per diverse ragioni
Con una nota di Alberto Manguel
Firenze, Passigli Editori, 2017

 

Testi

 

Dalla sezione:
PER DIVERSE RAGIONI

 

Estranei. I giorni non tornano.
Per diverse ragioni viviamo
dietro le palpebre di una persona.
Fuori resiste. Ostinato. Fuori limita.
Dietro viviamo.

Luce. Dentro.
Irrompe fin dove ha ragione il buio.
«Poiché è incandescente. Poiché nessuno le resisterebbe».
Fuori è un perimetro svanito.
I corpi vagano. La mano in agguato.

 

*

 

Ricordamelo tu. A Parigi cercammo una tomba.
Nel cimitero Père-Lachaise cercammo una data.
Eravamo il segreto di un fiore.
Lo proteggemmo fino al suo nome maledetto.
Ci fummo. Non era solo. Tu, io, non ancora.
Era la morte che lo strinse due volte.
La finestra quella notte rimase spalancata.
Una donna spiccò il volo. Un’ala raggiunse la terra
relitto sulla spiaggia dei sogni.
Gridò due volte senza aprire bocca.
Gridò per te, per la creatura.
Un uomo raccolse il dolore.
Un uomo lo versò nel nostro silenzio.

Dimentica.

 

*

 

Un treno partì in orario.
La destinazione non era mai stata nostra.
Scegliemmo il tragitto più lungo.
La distanza nella distanza.
Nessuna fermata nel raggio dello sguardo.
Partimmo per restare nell’altro.
La partenza nella partenza.
Arrivare non è più importante.
Il luogo da raggiungere è dovunque qui.
Qui dove tutto è rimasto identico
i profumi i rumori sono gli stessi. Chi li percorre?
Li percorriamo al contrario
senza memoria ciechi senza risposta.

No. Non riuscimmo a fermarlo il vento.
Entrò nel passato.
Spazzò le foglie dal paesaggio. Spazzò i volti.
Entrò per restare un’ombra.

 

*

 

Se i muri potessero parlare mentirebbero.
Frantumata la menzogna – le atrocità della lingua
nel pianto si raccolgono i volti.
Acqua ferma nell’acqua.
In noi uno si vivifica.
Un’ombra si ritrae. Si raccoglie nella polvere
nella risaputa inconsistenza dell’intonaco.
Viene giù tutto. L’immagine. Il colore è spento.
Resta una traccia di quello che sarebbe stato un affresco.

Tastiamo la memoria. Ma è notte. Notte della memoria
della stella che mi spinge fino a te.

 

*

 

Ma c’è nel sangue un sangue che defluisce leggero
verso la dimora del bene. Un uomo nell’uomo
oltre la bestia. Oltre la clausura.

Dev’esserci una mano nella mano senza più colpa.
Indifesa. Fuori dalla stretta.
Sul volto appena nato nello specchio della tua luce.
Sì. Per le stesse ragioni. Ora è qui.
Poiché si rivolta. Si affida.

 

*

 

Facciamo e disfiamo alleanze nell’intreccio dei corpi.
Siamo noi, gli inseparati. Questo vincolo che limita il moto.
Gli stessi che raggiunsero il letto
a bracciate una notte d’estate. Ero solo.
Tutto provò a entrare dalla finestra: il mare il male.
Non ci sarebbe stato motivo oltre l’amplesso
per riscrivere la storia.

Ci svegliammo. Nessuno accettava
la morte che non fosse propria. Nessuna morte.

 

*

 

Cercavo la quotidianità minuta. I gesti ripetitivi.
Tutto ciò che si dilata nella durata delle cose.
La complicità delle ombre. La luce della polvere.
I volti della natura morta in ogni distanza.
L’indistinto scricchiolio delle pareti. La forma dell’aria.
Le voci dentro. La materia
dove solo il sangue sa penetrare sempre.

 

*

 

Dove siamo stati corpi distesi è pietà delle ore.
Il dolore rimane in superficie.
Una frase si sottrae. La parola si rimargina.
Il silenzio smette di toccarci.

Qualcuno lava il viso del tuo avvenire.
Uno che ha mani per vederti.
Uno che condivide nebbia e trasparenza.

 

*

 

Asserragliato. Non muoversi più. Non temere più.
Non andare assolutamente a capo.
C’era questo nella dichiarazione.
Le coordinate di chi ha raggiunto il vertice, il punto.
Fu quella la volta in cui tutto si richiuse dietro di me.
La porta sulla stagione di un altro corpo.
E nessuno la apre. Di nessuno è la mano.

 

*

 

Nella diversità conclamata parla l’oscuro. Soffoca.
Quel respiro che in piena notte afferra la gola.
Cerchi una falena sul muro per svegliarti.
«Luce. Più luce» un filo di voce
risale attraverso la stretta agonia degli attimi.
Ma non si trova il posto. Nello stesso posto mai.

 

*

 

Cercavo il segreto dell’altro.
Era quell’ostinarsi sulla carne
a spingerci lontano nel giorno.
Ovunque il tempo delle mani. In loro riposi la vista.
Scavarono in cerca della dimora.
Scavarono fino a ritrovarsi nella luce totale
quando la cecità è tiranna.

È lì. Fuori. È nell’altro che la nostra identità non serve.

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3 pensieri riguardo “Per diverse ragioni”

  1. Complimenti a Domenico Brancale, sempre vivo, sempre acceso. Di lui amo molto le poesie direttamente nate nel suo dialetto, ma anche in questi testi qui proposti trovo passaggi, ritmi, cadenze, che sono proprie della sua poesia, che sento anche mia.

    Grazie per la proposta:

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