Il libretto dei morti (1)

the-day-of-the-dead-1924

Dinamo Seligneri

Rapporto famigliare e personale con i morti definitivi
e la dimensione cimiteriale

     Nel giorno dei Santi e nel giorno dei Morti non vado mai al cimitero.
     Non ci vado mai perché ci vanno tutti. Se non ci andasse nessuno, penso che ci andrei.
     Gli altri giorni però, i giorni morti diciamo, mi dico sempre mò ci vado mò ci vado ecco che ci vado, quasi giro con la macchina per la strada del camposanto… invece poi non ci vado.
     Non ci vado quasi mai.
     Quando ero piccolo, che ero costretto ad andarci, e che mi spiaceva assai andarci, tutto avvolto com’ero nella pesante flanella famigliare, con un panorama gelido e di recrudescenza luttuosa sopra ai vestiti e alla testa, al cimitero c’erano delle file interminabili. La gente a fiumi. Parlo nel giorno dei Santi e nel giorno dei Morti, naturalmente. Non si riusciva mai a parcheggiare, bisognava quasi mettere una macchina sopra all’altra.
     Mio padre quando vedeva che non c’era un buco da nessuna parte dava l’avvio al suo solito bestemmiare grasso, ridondante, a cantilena, puntando però sempre più in alto, ogni giro di bestemmie un gradino più in su verso l’empireo… epporco il dio epporco la madonna, epporco questo epporco quello… fino a tornire la bestemmia più tagliente e spaventosa di tutte, quella che faceva tremare di paura anche i più accaniti bestemmiatori: mio padre andava a scomodare il santo patrono dell’Abruzzo, il temutissimo e in fin dei conti assai magnanimo San Gabriele… che per altro San Gabriele, la sua famiglia, la famiglia Possenti, ci era abbastanza attigua visto che pare avesse abitato il cottage dove abitavamo noi, essendone stata colonicamente padrona (ecciò faceva ancora di più disperare la mia timoratissima nonna paterna alle prese col figliolo bestemmiatore di entità santifiche prossimali perfino dentro il giorno d’Ognissanti… ed il suo ”Mannaggi’aSsangabbriele” è rimasto come un capolinea, una linea di gesso, il botto finale che chiude i fuochi d’artificio. Dopo di quello si calmava un po’, come avesse sfogato tutto il malloppo. Come si fosse confessato. E infatti diceva “Mò ho finito”. E trovava parcheggio).

     Mio padre, al di là di questo, aveva delle idee abbastanza poetiche sulle ricorrenze funebri e le visitine ai morti, giacché le visite ai morti si dividono in visite, visitine e visite ufficiali. Mio padre era per le visitine, in fin dei conti. Più o meno come io sono per i raccontini. Diceva a modo suo che il cimitero non è luogo adatto alle folle mussoliniane (visite ufficiali). E’ un luogo che uno ci va da solo, nei giorni più impensati, deve andarci che nemmeno lui sa bene quando ci andrà, deve essere come sorpreso dall’andarci… poi, una volta lì, fa qualche pensiero, fabbrica qualche ricordo, ridesta la coscienza. Possibilmente in solitudine… massimo massimo due persone (a maggior ragione se bisogna cambiare l’acqua ai fiori – ma in quel caso diventa visita e non più visitina).
     Che mi significa questo spingere, diceva, questo sfilare di famiglie vestite da gran signori come se si fosse al corso del paese?
     Non lo capiva.
     Ed io con lui.
     Ma allora perché ci andava pure lui come gli altri nel giorno dei Santi e dei Morti e ci costringeva tutti ad accompagnarlo?
     Vacci a capire.

     Qualche tempo fa eravamo insieme, si andava a giro in macchina e si parlava di alcuni argomenti importanti come la regale matta del sette e mezzo o la fulminea chiusura a zero a ramino, quando seguendo ignari ma pedissequi la sua idea sulle visitine sepolcrali fummo entrambi sorpresi dal desiderio di ricongiungerci seppure solo geograficamente e con sbarramento marmoreo (morti a terra non ne abbiamo) con i nostri cari. E girammo verso di là.
     Non c’era nessuna macchina nel parcheggio né quasi nessuno al cimitero visto che non era ricorrenza e il babbo non bestemmiava. Ad un certo punto lui sapendo le mie giulive passioni che poi sono le stesse sue,  mi condusse per un lotto cimiteriale assai oscuro, forse un ossario, ora non ricordo, mi disse lo vedi questo, indicando una lapide vecchia d’almeno trent’anni con i fiori finti, due pacchetti impolveratissimi di Malboro rosse sulla mensoletta e una foto a colori sbiaditi, questo giovine qua (un suo coetaneo d’allora) una mattina tornando a casa aspettò che si alzasse il padre e quando il padre si alzò, e si apprestò la colazione, a fine colazione gli disse babbino mio una domanda sorge spontanea; dimmi figliuolo, dimmi; babbino mio, su quattro assi tu che ci metteresti?; pure la casa figliolo mio, pure la casa; bravo babbino… allora muoviti a prepararti che ieri sera me ne sono venuti quattro serviti.
     Vedete, esiste anche la scala reale.

 

sergio-citti-mortacci

 

La maestra elementare

     Mi sono sempre piaciute le visitine al cimitero col babbo, ma le visite (babbo o non babbo), come già detto, non mi sono mai piaciute e men che meno mi piacciono quelle ufficiali. Infatti nemmeno quest’ultimo anno nel giorno dei Santi e dei Morti sono andato al cimitero, l’ho già detto che non ci vado mai?, ma ho comunque fatto una buona azione: sono andato all’ospedale che non sarà proprio come il cimitero ma è ad ogni modo una buona incubatrice di morte, cordoglio e dolori, cose che se uno da vecchio vuole fare l’artista ci devono essere.
     All’ospedale non c’era quasi nessuno invece. Quindi sono andato.
     In questa traballante giornata di dolore ufficiale, la popolazione non lavora perché è festa, sicché, quando si fa buio, si riversano tutti dai luoghi di culto sepolcrale al corso del paese (che in realtà a vita parlando non è poi tanto meglio d’un cimitero). Negozi aperti, vetrine, shopping, pizze d’asporto, dolciumi, i bar pieni come un uovo. Insomma ormai tutto gli è bono per far festa. Solo le stecche del biliardo, fino a verso le nove e mezza dieci di sera, non le ha toccate nessuno, come se fossero elettrificate… è il giorno dei Santi che fa ti metti a giocare a biliardo?… poi via via però si è partiti con qualche timido tiro (grazie al sottoscritto).
     Ma torniamo all’ospedale che più importa, la satira paesana la lasciamo ai gazzettieri.

     All’ospedale come tutte le sere c’erano i malati generici, poi c’erano i vivituri (quelli che sono in guarigione o vivacchiano in attesa della fase moritura) e infine i morituri puri (si capisce dalla parola). I morituri si dividono in tante categorie, magari ne parlo un’altra volta, ora sarebbe troppo.
      Nella camerata dove si trovava un mio congiunto, ovvero la nonna poetessa che sgocciolava sangue da tutte le strade corporali, sangue che via via si faceva sempre più chiaro e tenue, oltre a lei, dicevo, c’era pure una maestra elementare in pensione ad occhio e croce sull’ottantina d’anni. Secca secca, coi capelli da Indiana d’America, diceva di essere signorina. Ogni tanto si lamentava dello sgarbo del catetere.
     A guardarla, i primi giorni che era arrivata spolmonata da una bronchite tabagista, a guardarla nel letto, era talmente trasparente, che si poteva vedere il suo fioco cuore muoversi nel petto, forse per uscire, le sue gracili costole tentare di far barriera. Quando raccontava a fatica e fermandosi ogni due per tre la sua vita, come al solito povera di danari e ricchissima d’eventi, mescolava un italiano antico – adoprando termini quali tedio, deliquio, angina pectoris (o anche pertores come disse per altro l’estinto Pacciani sul banco degli imputati) – con un dialetto da ultimo fosso, un dialetto anch’esso antico, che si parla ormai tra pochissimi individui ricordevoli, un dialetto morituro in paese e vivituro solo nella sua casa, tra lei e la devota (a lei) sorella… forse qualche parente in pensione.

     Questa vecchietta come morta mi sarebbe molto piaciuta. Prendeva anche una lauta pensione ed aveva, almeno a detta sua, dei sostanziosi risparmi.
     In che senso mi chiederete che mi sarebbe piaciuta come morta? Toglietevi strane idee dalla testa… mi fate tanto banale?

     Vedete, cari lettori, la disoccupazione come sapete non è un gran male, non si lavora che ci rivuoi di più, ma gli è un gran male non aver mai quattrini per le mani. Così, da qualche tempo, mi ero aguzzato l’ingegno e pensa pensa mi era venuto in mente che potevo fare come mi consigliò un mio vecchio direttore giornalistico di lassù a Milano. Mentre mi diceva che non mi avrebbe rinnovato il contratto non per colpa mia (ci mancherebbe lei è un gran bravo giovanotto), ma per colpa dell’editoria moritura, mentre mi diceva così, dall’altra si sentì di dare un consiglio, o almeno di indorare la pillola della futura disoccupazione (sai quanto me ne importava), mi disse che mi dovevo industriare, sapevo scrivere, perciò mettiti dietro a qualche pompa funebre, a qualche prete, a qualche reparto geriatrico ecc, così da permettere alla mia felice penna di scrivere dei libretti, su commissione, dei libretti per i morti, profumatamente pagati dai congiunti dei suddetti, un libretto ricordativo da distribuire magari durante la messa del trigesimo, anche in formato digitale come arrivai a produrne in seguito, un libretto che fosse la biografia del defunto, scritto raccogliendo testimonianze, racconti, interviste ai parenti: una famiglia facoltosa paga un funerale, metti diecimila euro tutto compreso, mbè, con un mille euro di più, ci esce pure il libretto biografico del morto. Mica male come idea. Magari l’avevano già realizzata. Ma non era male.

     Tornato perciò nel bianco Abruzzo e malgrado gli approcci difficili e per me spaventosi col mondo dei morti che ho testé narrato a cappello delle mie avventure, pensai di mettermi su questa strada. V’era per me poco altro da fare. Parlai con questo e quello, mi feci vicino alle pompe funebri principali della provincia, necrofori di una classe indicibile, e ripresi naturalmente a studiare il Gogol’ laddove l’avevo abbandonato per mancanza di energie fresche: Le anime morte. Mentre giravo per promozionare il mio lavoro, che mi improfumavo come una battona, andavo dal barbiere con regolarità a tagliarmi i capelli in esubero e affilare la nera barbaccia (sarei finito un dì pure in una televisione locale, come racconterò nel prosieguo, pagando caro il mio “spazio televisivo”), mi sentivo un po’ come il famoso Cicikov della narrativa mortuaria gogoliana: come lui andavo in cerca di anime morte o comunque moriture, io per fare delle biografie a pagamento ovvero per ragioni alimentari, lui per diventare sempre più importante come individuo sociale.
     Chiamai l’aziendicola Scritture mortuarie Cicikov (per eternizzarvi).
     Ecco allora che mi capita tra le mani questa bella moritura di maestra elementare. Si capisce che mi sono messo subito là a piè di letto a farle una corte spietata. Le parlavo di letteratura, di poesia, di teatro, di arti magiche, di campagna (lei veniva dalla campagna), di insegnamento, di allieve e di allievi. V’era infatti ogni giorno al suo capezzale un bel corposo stuolo di ex alunni, pensate che era in pensione oramai da anni, alunni che le erano rimasti affezionati e si può dire devoti per tutta una vita, e che nel momento del bisogno, essendo ella rimasta zittella (per scelta) e con una sola caustica sorella (stranamente sposata ma evidentemente vedova) al mondo, abbisognava di assistenza. Io intanto mi dividevo tra la nonna poetessa moritura certa e la maestra elementare moritura-forse e corteggiavo la sua ben sopita ma non del tutto civetteria letteraria. Le promettevo grandi pagine, pagine sulla sua vita, mi dica le dicevo, mi racconti la sua vita, i suoi patimenti, e pigliavo nota su un vecchio taccuino ingiallito, meta di tanti tentativi letterari senza corso, mentre ora era trampolo di giuste ambizioni economiche. E annotavo e annottavo anche, rimanendo lì in ospedale per ore ed ore, trascurando il resto. Conoscevo ormai tutti, infermieri, os, medici, pazienti, parenti… ero salutato da tutti con grande interesse ma anche con grande ammirazione, ero colui che sacrificava la sua giovinezza per altro già da tempo compromessa per dare un aiuto alle persone anziane. Mettevo ogni sera al servizio della loro felicità la mia arte di raccontar facezie divertenti, storielle un po’ dialettali un po’ ufficiali sul tal fatto, colorendole di imitazioni, inflessioni regionali, cadenze mimiche. In una parola: istrioneggiavo. Ogni tanto la nonna poetessa non ne poteva più e mi apostrofava di buffone patentato… Hi fi’nt a fa lu scem? Hai finito di fare lo scemo? E io le facevo cenno che quella mia farsa era un po’ vera un po’ falsa, finalizzata in buona norma a corteggiare e vincere le naturali desistenze della maestra elementare dalla vita avventurosissima e quasi da canto di Natale… lei che dalla povertà più nera, dalle scarpe di pezza sfondate ai calcagni, arriva a pigliarsi un diploma, che donna in quegli anni di cieco maschilismo girovaga per l’Italia alla cerca di concorsi e li vince uno dopo l’altro bum bum bum… insomma una gran donna. Forse la nonna poetessa si sentiva sminuita da questa grande donna anche se in realtà pure lei era stata ed era tuttora una grande donna, per giunta poetessa; ed io che avevo scorto nei suoi occhi il riflesso di qualche pungente gelosia, le dicevo ma nonna cara, nonna mia, un conto gli è una poetessa, un altro una professora di poesia (seppure elementare)… e lei mi diceva di parlare con lei allora, di far compagnia a lei, ché era lei mia nonna ennò quella maestra elementare, e in più forse perché moritura pura in grado di capire se gli altri sono morituri puri o finti, con gli occhi mi voleva suggerire guarda che quella la maestra sta più di qua che di là, non ti fare fregare, mentre quella che sta più di là che di qua sono io, guarda meglio… o forse più zigzagamente non voleva che il nipote su cui aveva immeritatamente riposto tante ambizioni finisse per fare il buffone d’ospedale, ma che mi significa fare il buffone qua in ospedale, eh? nn’ t’ vergugn? non ti vergogni? ma figuriamoci se io mi vergognavo, là tutti ridevano, io facevo la terapia del sorriso. E molti a dire il vero ridevano anche per lei, per la nonna poetessa, che noncurante delle raccomandazioni mediche continuava a poetare pure lì in camerata, dove sfornava sempre in lingua dialetta o semi-dialetta semi-italiana inventata, una sfilza di poesie, sonetti e soprattutto canzoni farcite di rime che ella scriveva a mente e che poi cantava nei momenti più scarni di emozioni tipo nella controra che tutti, e specialmente la maestra, erano molto tristi per il pranzo che era passato e la digestione difficoltosa e il mare di ore di nulla davanti, e se per caso, dico per caso, ti veniva in mente diversi giorni dopo di risentire una canzone che s’era inventata diversi giorni prima, con la sua prodigiosa memoria (definita dalla medesima “memoria di cervello lettronico”) ti risbobinava tutta la canzone, con gli stessi passaggi, le stesse rime, gli stessi accordi vocali, il che le faceva guadagnare nella camerata una sfilza fragorosissima d’applausi e d’apprezzamenti, in primis della maestra elementare che in tutta verità alla nonna sembrava essere affezionata in maniera sincerissima.
     Sicché, forse, alla nonna poetessa dava pure fastidio che le togliessi campo in camerata dove pretendeva primeggiare incontrastata senza se e senza ma.
     L’eterna lotta, diremmo, tra la poesia e la prosa.

     Alla fine troppo avevo ammansito la maestra, le avevo tenuto un po’ la mano penzolona e le avevo letto anche i miei leggerissimi racconti che riconciliano con la vita e con la morte; avevo per giunta portato dalla mia anche la sorella della maestra, una donna di una diffidenza cancerosa; le avevo avvinte a me, avevo perfino esorbitato dalle mie naturali mansioni scrittoree prendendo accordi sempre più stretti e risolutivi colle elegantissime pompe funebri della provincia e avendo in definitiva pensato a tutto per il viaggio, avevo scelto la cassa, i fiori, la banda, i cavalli com’era suo desiderio, m’ero messo d’accordo sul prezzo, tirando al massimo, ero stato di una coscienza e di una intelligenza organizzativa inimmaginabili, le avevo organizzato un viaggio con i fiocchi e nel frattempo a mano a mano al primo taccuino ingiallito dai miei passati fallimenti s’era aggiunto un altro taccuino verde e un altro taccuino arancione che è proprio un bel colore, e avevo preso a vergare di fatti e notazioni e racconti della maestra anche un ultimo taccuino, questo semplice, normale, di colore forse grigio, preso alla svelta, quando con tutto questo pacco di carta sotto braccio già in avanzato stato di composizione biografica mortuaria, un giorno mi reco in ospedale e voi non ci crederete, so che dopotutto anche voi stenterete a credere ai vostri occhi come io stentai a credere ai miei, ma quel giorno la maestra stava bene… stava anzi benissimo… lievitava di salute come una bambina pienotta con le guance a mela, le avevano addirittura tolto l’ossigeno, glielo avevano allontanato mi disse a camerate e camerate di distanza, mentre prima era sempre un togli e metti la mascherina se si affaticava troppo a parlare o ad ascoltare e voleva che la bombola fosse sempre vicino al suo letto, e in effetti ora respirava liberamente, da sola, senza alcun aiuto meccanico e vi dirò di più, subito rinvigorita, la signora maestra aveva fatto un fischio ad una parrucchiera assai brava, che avevo conosciuto e con cui avevo anche cinguettato visto che era la parrucchiera ufficiale dell’ospedale (c’è anche il barbiere), la quale le aveva lavato i capelli da indiana d’America e caspita la maestra s’era rimessa a nuovo quasi alla perfezione! Vivida, di buon colorito, aveva ripreso forze, mangiava appetitosa finanche a busto sollevato, parlava con folate d’odio delle sigarette che l’avevano condotta in un fondo di letto, ad un passo dalla morte,  e manifestava insomma tutta la sua voglia e il suo legittimo desiderio di vivere che io ci mancherebbe se non lo capivo ma avevo lavorato un mese e più dietro alla sua biografia mortuaria, dietro alla sua promessa di morire ed ora mi vedevo tutto quel pacchetto di fogli e taccuini andare in fumo totale…. figuratevi che proprio la notte precedente avevo messo nero su bianco la sua tormentatissima storia d’amore unica, quella col ragazzo di Collealto, un bel giovanotto moro e rifinito di bontà umana che l’aveva fatta innamorare ad una festa da ballo e le aveva riservato tali delicatezze, tali gentilezze, tali premure sin da quella sera che la invitò a ballare chiedendole il permesso con tale riserbo e smarrimento della persona che lei non poté che dire sì e sì dovette dire pure il giorno che la chiese in moglie, sì disse, sì, nonostante tutte le sue idee avanzate ma di tenore negativo sul matrimonio, non poté che dir di sì. Purtroppo come qualche volta succede, lui poco prima di sposarla morì d’incidente d’auto. C’era ai tempi la legge non scritta ma spesso seguita del levirato: la maestra, siccome era praticamente tutto fatto, avrebbe dovuto giocoforza sposare il fratello del morto, ma lei che veniva da un mondo antico ma aveva visto anche il mondo nuovo aveva mandato tutto a monte e tutti al diavolo, compresa una bella compagine della sua di lei famiglia, e s’era votata a non più sentire i richiami del corpo, s’era votata come mi disse al silenzio del corpo ed aveva scelto l’abito, nero grigio e polvere, della zittella.
     Che storia d’amore ragazzi! Che storia d’amore! Il loro primo ballo. Lui che la cerca e la trova. Lei che arrossisce, vorrebbe scappare ma le tocca cedere all’istinto dell’amore. E io… io avevo raccontato anche questo… anzi, avevo raccontato soprattutto questo, avevo raccontato un rossore. E lei? Lei ora… guariva. Mi faceva questo proprio il giorno dopo le ultime notturne ed insalubri fatiche che per poco non portavano pure me all’ospedale.
Lei guariva.

     Parlai anche col medico… per accertarmi che davvero non ci fosse più nulla da fare, che non c’erano più speranze che morisse… e lui conoscendomi bene sennò col cavolo che vi danno notizie, non ve ne danno manco se siete famigliari, mi disse che sì non c’erano più speranze che morisse e io a capo chino tornai nella camerata.
     Vedete che esiste anche la scala reale?

     Che dire?
     Mentii.
     Mi congratulai con la signora maestra, le feci i miei inchini, i miei solenni augurii di avvenuta e definitiva guarigione e le dissi che se voleva poteva tenersi il pacchetto delle mie fatiche mensili, ben quattro taccuini e mezzo, un quantitativo notevole, si capisce, tutte trattanti la sua avventurosa vita, povera di danari ma ricchissima di avvenimenti compreso il Rossor d’amore come l’avevo chiamato nel libretto. Lei pianse di gioia al mio regalo, viuppiù che era un regalo vero, no come quelli che c’hanno i soldi vanno in un negozio e ti comprano un regalo… facile così! Fate invece un regalo come ho fatto io che non c’ho una lira.
     Lei crogiuolò nel suo languore caldo. Grazie di qua grazie di là ma figuriamoci se adesso spillava più un quattrino. D’altronde pur quando, di nascosto dalla sorella taccagnissima, fece la mossa di darmi del denaro, forse uno o due centini d’euro, io invece di prenderli, mi feci assalire da quel leone rigoglioso che ho dentro che quando meno me l’aspetto esce dalla gabbia, parlo naturalmente dell’Orgoglio, di quella brutta bestia, che mi fa quasi sembrare un signore aristocratico sdegnoso quando sono un cafone poveraccio micragnoso che viveva alle spalle della nonna e di un altro nonno semi-imperituro e che aveva eletto la vecchiaia a bastone della sua gioventù. Quindi le dissi signora la ringrazio di cuore (vedete come sono io come scrittore: le davo ancora del Lei e una volta morta sarei passato senza meno al Voi…) ma non posso accettare per un regalo come io le ho fatto non posso assolutamente accettare del denaro, ne va della mia onorabilità (quale?), del mio buon nome nel pantheon letterario (deliravo)… In più, mi capirete, ero anche un po’ umiliato da quella offerta: ma scusi, avrei dovuto dirle, io ho lavorato un mese e passa sulla sua vita di cui vabbene tutto ma chissenefrega, e lei invece di tirar fuori che ne so una mille euro mi sbatte davanti al più duegento euro? ma che sono io, uno scrittore della domenica? che sono io un raccattato del porto? che sono?
     Se lei andasse da un avvocato famoso per un mese e più, che fa, l’avvocato famoso anche senza arrivare a processo, soltanto per averlo scomodato tutto quel tempo, si prenderebbe solo duegento euro? Ma stiamo scherzando?
     Perciò le dissi: signora se moriva era un conto, visto che vive… le faccio questo regalo. Veda lei se le piace.
     Mi avete scritto voi per dirmi oh che bello oh che asino? Mbè, nemmeno lei. Vedete un po’ se ci si sbaglia sulle persone, vieppiù se con delle belle storie romantico-gotiche come quelle della nostra maestra elementare.

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