Il libretto dei morti (2)

diego-rivera-1947

Dinamo Seligneri

La nonna poetessa muore
ma la (sua) poesia come fa a morire?

     Tornai alle vecchie occupazioni e mentre scrivevo a fondo perduto le mie perdute storie, e iniziavo seppure a fatica massima a dimenticare l’amarezza per la maestra elementare, mi resi conto che non avevo proprio fortuna. Scrivevo certo, scrivevo anche delle pagine dignitose, ma a che pro? Morituri facoltosi, nonostante la mia assidua ricerca sul territorio, nonostante l’espansione del mio raggio ospedaliero, non me ne stavano capitando più; editori interessati a finanziare i miei sforzi nemmeno a pensarci… in sostanza  s’era capito che o scrivevo o non scrivevo non mi pagava nessuno uguale. Una cosa abbastanza bislacca, che dite? Come uno che lavora e nessuno lo paga. Che lavora a fare? Poi mentre pensavo così mi capita per le mani uno dei pezzi finali della narrativa di Arturo Bandini, quello che John Fante dettò in veranda alla moglie Joyce perché era rimasto cieco e senza gambe, dove si racconta del giovane e forte Arturo che entra come sceneggiatore di una casa di produzione cinematografica e sta per mesi e mesi senza scrivere nulla, parcheggiato là, affondato dentro un ufficio di scrittura cinematografica ma senza un incarico, lui che vorrebbe scrivere a tutti i costi, che morirebbe per scrivere e il direttore che nisba non gli dà niente da scrivere ma nel frattempo gli riempie il portafoglio di soldi e lui che si dispera e nel frattempo arricchisce, pagato in buona sostanza per non scrivere o nell’attesa che il direttore gli lanci un osso… ebbene lui Arturo energico com’è non accetta questo immobilismo della persona e della penna e soffre tremendamente di essere pagato per non scrivere e non far nulla, mentre io devo dirla tutta se mi pagassero per non scrivere o per non pubblicare, mi pagassero bene certo, io sarei l’uomo più felice del mondo, che me ne fregherebbe di scrivere per pubblicare?
     Perché adesso che scrivo qualcuno mi pubblica? Figuriamoci.
     Almeno pagatemi.

     Così pensando e sempre col cielo al bello fisso nonostante la mesata dicembrina e più continuavo ad andare tutti i giorni all’ospedale dove quella ingrata di maestra era stata dimessa col giubilo di tutti i suoi alunni (che poi suvvia va bene tutto come sempre ma che quoziente intellettivo può avere uno che dopo quarant’anni ancora vuole bene alla maestra delle elementari?) ma c’era pur sempre nella camerata la mia cara nonna poetessa che non mancava occasione di prendersi le sue rivincite dicendomi te l’avevo detto di guardare a me e tu invece dietro a quella sciacquetta; nonna poetessa che fu infine spostata in una cameretta da sola, perché ormai ero in stretti rapporti con tutto l’apparato medico e mi ero guadagnato come si dice dei santi in paradiso.
     Fatto sta però che la nonna poetessa gira che ti rigira là da sola non ci voleva stare perché aveva paura, assediata com’era durante la notte dalle visite (o dalle visitine, non saprei) dei suoi parenti morti, che ne erano tanti ovviamente essendo ella vissuta fino alla veneranda età di ottantotto anni, mica un giorno e due, ma che la annusavano, giacché come si sa i morti la sentono lontana mille miglia la puzza dei morituri. Così ogni sera era una lotta per convincerla della bontà della sua nuova sistemazione, sei debole, in mezzo agli altri malati non ci puoi stare, se entra uno con un virus ci schiatti pure tu, eppoi qua c’hai il bagno da sola, fai come ti pare, e lei che non ne voleva sapere, che arrivava ad urlare in mezzo ad un mare di lacrime e di sangue sgocciolante ché là da sola in quella cameretta lontana non ci voleva stare e che lo sapeva lei come passava la notte senza le vecchie compagne della camerata unica, ché certo era una camerata di moriture (chi più chi meno) ma sempre meglio le moriture che gli annusamenti dei morti veri e propri, che una notte la andava a trovare zia Paschiccia (Pasqualina) un’altra nonno Berard(o), oppure altri, tutta gente comunque morta più di cinquant’anni fa, e con questo oltre alla naturale paura le si gonfiava nel petto anche il dolore che non andasse mai a trovarla mio nonno, ovvero suo marito, classe del ’24, morto nel ’91, e soprattutto, vera spina nel cuore della nonna, che non andasse mai a trovarla mia madre, ovvero sua figlia, morta sette anni prima, il che lasciava anche pensare delle volte, rovesciando tutte le dottrine, che ai morti più freschi in realtà è concessa meno libertà motoria dei morti più antichi che andavano e venivano a loro sgarbato piacimento… tanto chi se li ricordava più… e per questo facevano anche più smisurata paura.
     Io ormai ero talmente attaccato ai soldi che ci scommettevo poco con lei ma scommettevo molto al lotto, le dicevo vabbè oh No’ mò prima o poi ti vengono a trovare pure nonno e mamma, statti tranquilla e dirottavo subito il discorso dove mi interessava, cioè a dire sui numeri del lotto, le chiedevo insomma se per caso nonno Berard(o) o zia Paschiccia le avessero dato dei numeri e lei si incazzava di brutto. Si incazzava sempre se si parlava di numeri del lotto e di morti, vieppiù se ad andare in sogno agli ”estranei” erano i morti prediletti del suo cuore, e si lamentava anche di loro a quel punto, diceva può esse’ mò che mamm’t (tua madre) va in sogno a quella e non viene in sogno a noi… e io lì a confortarla, a spiegarle che i morti vivono in una sacca di proiezioni potenziali e che non badano solo alle quisquilie che diceva lei o che possiamo intuire noi, non seguono le leggi normali. Ma non si convinceva di una virgola. Non la smuovevi. Il discorso lotto/morti la metteva in agitazione. La faceva imbestialire.
     E sbagliava, si capisce. Sbagliava perché in vita sua, nonostante la poesia, non aveva mai giocato d’azzardo, mai s’era spinta fino ad entrare in un bar, probabilmente perché frequentato in prevalenza da uomini e se c’erano delle donne erano delle puttane, e mai era entrata in una ricevitoria, mai aveva fatto un terno o giocato una schedina… Le persone normali, invece, giocano. E i poeti diciamoci la verità hanno l’obbligo di giocare, sennò che poeti sono? La nonna si poteva permettere d’essere poetessa perché la sua poesia orale oratoria era davvero scandalosamente bella e pregna, anche se a dire il vero era una poesia ben innestata sulla paura e sull’odio, l’odio di classe verso i più ricchi ma anche i più poveri, una poesia in certo qual senso di metrica emotiva, che non rifuggiva certo l’ironia ma che molto dava al dissenso, all’incredulità più aggressiva e spesso triviale contro la vita, una poesia che per larghi tratti avremmo potuto definire céliniana, spesso scaraventata contro la nullafacenza dei nullafacenti (ahimè quanto facile bersaglio fui) e le strade meno normative della vita… insomma, la nonna non giocava, e non gli piacevano i giocatori, in primis quindi il babbo, e dovette dir grazie alla naturale metrica emotiva del suo verso estemporaneo, sennò niente, non poteva certo vantare per i temi, i contenuti delle sue liriche un che di poetico.
     E mi ricordo, a proposito dei morti e del lotto, una mattina di sole caldo, il mio cane che abbaia ma senza ringhiare, segno come sempre che qualcuno è venuto ma qualcuno non inviso alle sue corde emotive. Era infatti un uomo particolare, con un’aria sudamericana, con dei pantaloni di lino bianco, una camicia leggera e dei sandali, quello che entrò con lentezza e un sorriso nella mia aia. Sembrava quasi etereo. Non lo conoscevo ma lui conosceva me – il che era già un miracolo visto che non mi conosce nessuno – e conosceva mio padre e mia madre. Mi disse secco ma con qualche profonda commozione nell’anima che quella notte aveva sognato mia madre, già morta da qualche tempo, che le aveva dato dei numeri. Ebbene lui era venuto lì per fare metà metà… metà lui metà noi… vedete poi la poesia che c’è in tutti i giorni?… mi disse tua madre m’è venuta in sogno, io la conoscevo da ragazza, abbiamo fatto quel po’ di scuola insieme, erano dello stesso quartiere, e ora lui mi veniva a portare quei numeri… se te li vuoi giocare… io me li gioco, ma è giusto che te li giochi pure tu o Dario tuo padre.
     E noi ce li giocammo ovviamente, ce li giocammo per mesi.
     E puntualmente non ci uscirono mai.
     Chissà se uscirono a lui.

     Così, mentre tutto procedeva come sempre, e io avevo perso tanto di quel tempo scrittoreo e di soldi senza troppo capire le conseguenze, la nonna poetessa sgocciola oggi sgocciola domani e nonostante le migliaia di sacche di piastrine e trasfusioni in attivo che se fossimo stati nella civilissima e liberalissima America non gli sarebbe bastata la casa e la pensione per pagarne un terzo, finì per aggravarsi di molto, v(u)otata com’era al dissanguamento interiore.
     Quel giorno che morì c’era nell’aria come un odore di liquirizia bruciata o forse era solo il più tradizionale incenso della cappella dell’ospedale, non saprei. Arrivai nella sua cameretta e la trovai quasi esanime. Poi via via nel corso della giornata non parlava e non poetava quasi più, né voleva sentire storie di nessun tipo, specie dalla cognata, Angiolina, che sempre sbronza com’era, venne imbriaca pure quel giorno e sparava insulsaggini a gogò per tutta la cameretta, fortunatamente singola: mi regalò pure cinquanta euro contro la mia risolutissima volontà e la cosa comica fu che prima mi disse all’orecchio di non dirlo a nessuno poi lo disse a tutti arrivando financo a dirlo alla nonna poetessa morente. La nonna le disse va bene va bene.
     Comunque, dopo poche ore di agonia, in un battibaleno di disattenzione generale, che stavamo tutti là a sospirare ma non sempre con la giusta concentrazione, la nonna poetessa morì. Se ne accorse lo zio scrittore suo figlio: disse Mammà s’ha mort. Poi per accertarsi le auscultò il battito del cuore come se ne capisse qualcosa e le mise gli occhiali suoi sotto al naso. Niente. Non si appannava. Non c’era più respiro.
     La nonna poetessa era morta… morta in quella stessa cameretta che (forse anche per questo) tanto le aveva fatto paura. Chiamammo il medico che venne e confermò quello che avevamo già capito da soli. Disse la frase che piace tanto ai famigliari: non ha sofferto per niente, che poi uno da fuori, anche se c’ha la laura in medicina, che ne sa?
     Vennero allora uno alla volta come in fila indiana i languori, le condoglianze, l’obitorio, i funerali, la cementosa tumulazione nel fornetto accanto al nonno muratore… Non vi sto a dire a quel punto come uscì fuori tutta e con prepotenza l’irrisolutezza dello zio scrittore che quando doveva decidere qualcosa tornava quel bambino pienotto e indeciso che doveva esser stato educato ad essere in primis dalla mamma poetessa e delegava a destra e a manca le risoluzioni pure più semplici come pagare il prete officiante o come lo stesso prete officiante sbagliò per tutto l’arco della messa il nome di fantasia paterna di mia nonna con le conseguenti madonne sacramentate da mio zio e da mio padre dentro la chiesa e oltre.
     Lo zio in un primo momento voleva addirittura che ci mettessimo insieme a scrivere una specie di epitaffio, penso si dica per di più epicedio (ci vedete me e mio zio scrivere un epicedio?), sulla tomba della di lui madre a me nonna poetessa, ma dato che io prima recalcitrai poi dissi con decisione non ci pensare nemmeno, se ne andò egli quasi offeso della serie va bene va bene allora lo scrivo io da solo l’epicedio, qua devo fare sempre tutto io; alla fine non scrivemmo né l’epicedio se si dice così né tantomeno cedemmo alla debolezza di incidere la pietra di quelle frasi fatte prese dai concorrenziali libretti delle frasi dei morti epigrafi assai costose e che scartammo anche per quello tipo nessuno muore se rimane vivo nel cuore dei suoi cari; col cazzo che non muori pensavo, muori eccome, muori uguale. Di noi restano delle foto. E naturalmente una bella biografia se vi siete serviti della mia azienda. Nel caso presente, alla nonna poetessa, c’era quasi il caso che gliela potessi fare gratis la biografia o magari facendo un po’ di cresta sulla quota parte della modesta ma non schifosa eredità che mi sarebbe toccata.
     Ci avrei pensato, dissi allo zio insistente su quel tasto, almeno la biografia mortuaria gliela potresti scrivere, poi purtroppo venne il cattivo tempo, e la neve, e il vento, e a parte che ero intirizzito dal gelo di stagione e non facemmo dire per colpa di quello (ma anche un po’ della dimenticanza) nemmeno la messa del mese, a parte tutto questo, finii per arenarmi pure sul versante personale, o meglio, dopo un periodo di grossa e impegnativa attività ospedaliera, mi incanalai sul mio solito crinale di abbandono, apatia, asocialità e come mi capita da una vita, ricominciai a rimandare oggi per domani, oggi per domani, fino a non combinare più nulla… e mi sembra anzi di aver sciupato tutta una vita dietro al rimando quotidiano: ma che ci volete fare, non è forse lo sciupare una delle ultime poesie che ci rimangano da scrivere?

     E come rimandai per giorni e giorni il libretto per la nonna finendo per non farglielo più, per molto tempo ho rimandato pure la visita al cimitero – non ci ero andato nemmeno a Natale: ci vanno tutti.
     Un giorno però, come fu come non fu, mi venne il buzzo buono di andare, ed io osservante e ligio della poetica paterna, come facendo finta di nulla, svoltai per di là.
     Ricordo che camminavo svagato per le tombe a terra e le colombaie e le cappelle famigliesche dei grandi e piccoli Principi della zona, tra i loculi di buona muratura artigiana e quelli di antica fattura decadente ed ecco che lo sguardo mi finisce dentro a un lotto nuovo, dentro un corridoio di morti, mi sembra quasi di sognare dico la verità ma non è affatto un sogno né un delirio, giacché entro in questo anfratto scandaloso e la trovo lì, fissa, rigida, che mi guarda inquadrettata e incastonata dentro una foto inconfondibile, con i capelli da Indiana d’America, la carnagione tabagista, gli occhi d’ironia dolorosa, ecco la nostra maestra elementare, ancora qui a rubare la scena alla mia povera nonna (dopo questa scoperta non ho più avuto il cuore d’andare sulla sua tomba), ancora lei, passata qualche tempo prima e malgrado lo stacco dal respiratore e le dimissioni dall’ospedale, a quella che si dice miglior vita e mentre mi stropiccio gli occhi, mentre mi avvicino per guardarla meglio, per leggere in quel buio di loculi nuovi il nome e il cognome della defunta, che si rivelano corrispondere naturalmente a quella della nostra maestra, ecco che d’improvviso una risata mi scuote tutto, mi scuote dal basso come un terremoto e lo so che non sarebbe proprio l’ideale ridere di fronte ad una lapide, bisognerebbe piangere o stare in silenzio, al meglio composti, rispettosi, io però non posso fare a meno di ridere e rido pure abbastanza forte, forte come uno che sembra ridere per forza ma io non rido affatto per forza rido per davvero, e rido più che altro di me, non della maestra, ci mancherebbe, non rido della maestra elementare, rido di me e del cerchio di scarogna che mi porto sopra e così guardo la tomba e vedo che c’è pure la frase nessuno muore se rimane ecc ecc e mi vengono dei fortissimi conati di riso che provo anche a trattenere e trattenendoli sembra quasi che io stia piangendo, l’effetto è lo stesso, e ripenso alla nonna poetessa che diceva bacchettante al me piccino d’allora e poi per tutta la vita vedendomi fare lo stupido, che mi diceva che dopo il ridere viene il piangere e io ora pensavo chissà se dopo il ridere viene il morire, il morire dal ridere, e un po’ mi preoccupo ma non per questo si stempera il riso, anzi accresce e mentre rido e rido praticamente piangendo, penso pure che quello che scriverò a breve, cioè pressappoco questo pezzo, e la tomba risolina della maestra che rimarrà lì almeno fino alla scadenza della prima concessione, ovvero trent’anni e poi rinnovandola altri trent’anni e via discorrendo, e chissà invece se rimarrà tre giorni questo pezzo, ad ogni modo penso che tomba e scritto presente sono la migliore pubblicità possibile per tutti i libretti dei morti che scriverò e non scriverò, partendo da questo primo che non ho scritto perché la signora maestra ha deciso bene di morire lontano da me, forse l’ha fatto pure apposta, mentre quello che potevo scrivere con tutti i confort, iniziando dalla famiglia mia, dalla nonna poetessa, cioè dai miei morti fatti in casa, che sembrava più facile, niente, non c’era stato verso cavarmelo fuori e questo quindi che racconto altro non è che l’inizio o il non inizio della mia fortunata azienda Cicikov specializzata in scritture mortuarie, che poi, parlando della vita dei morti, ennò della morte dei morti, ché purtroppo non son Dante, sono piuttosto scritture vitali… ma vaglielo a far capire alla gente che appena sente odore di biografie comincia a toccarsi.
     Dove andremo a finire? mi chiedevo non riuscendo a fermarmi dal ridere davanti alla tomba maestra: Dove ANDRO’ (io) a finire?
     E la risposta, bene o male, si capisce, non era troppo lontana…

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8 pensieri riguardo “Il libretto dei morti (2)”

  1. Si scrive per esser letti, ma non letti da Chichessia.
    Vincent dipinse senza vendere uno nemmeno uno. Ora piace perchè è famoso, vorrei vedere se non lo fosse.
    I non allineati (in tutti i campi) hanno difficoltà a trovare il grande pubblico ed è bene sia così. Se il grande pubblico apprezza il Baricco di turno…amen
    Dinamo è per Intenditori.
    Esplicitezza senza sfoggio.
    Scrivendo, decide soprattutto cosa non scrivere.
    Vi sembra poco?

  2. Non è colpa nostra, Dinamo, se Lei scrive così.
    Scriva peggio e non la degneremo di sguardo alcuno.
    Sì, perchè nelle parole si configura anche un senso estetico.

  3. Signora Dora non se la prenda. Non mi piace il pensiero di buttar fuori la gente dai miei testi. In questo senso non ho simpatia per il termine Intenditori. Con ciò non voglio dire che lei non possa aver ragione, probabilmente ce l’ha, ma mi preme dirle che ho clienti che non leggono quasi nemmeno un libro l’anno e apprezzano lo stesso ciò che vado combinando.
    Tutto qua.

    1. Può anche darsi che i tuoi “clienti” non leggano nemmeno un libro l’anno perché sono dei veri “intendi-tori”: nel senso che, visto il ciarpame libresco che circola, magari aspettano “quello” buono…

  4. L’Intenditore è colui che apprezza l’apparente semplicità comprensibile dei Suoi testi, ma lo fa dopo averne letti tanti altri.
    Ci si arriva a Lei, Dinamo. Questo era.
    Desidero essere Lettrice, non cliente.

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